LA STORIA D’UN RAGAZZO TOSCANO, TRA DITTATURA FASCISTA E LA GUERRA

Gli anni verdi di Tony Ghezzo in un libro, poi alcune note sul suo sogno americano

di Emanuela Medoro e Goffredo Palmerini

L’AQUILA – “Vivere in bocca al lupo”, è il titolo di un libro scritto da Salvatore Di Vita, per la Thunderbird Press California, basato su una storia vera, dice il sottotitolo. La storia vera è la biografia di Antonio Ghezzo (27 luglio 1927), vice presidente di una banca, oggi in pensione, che attualmente vive a Pasadena, in California. La narrazione si svolge all'inizio su due percorsi che ad un certo punto si incontrano. La microstoria della famiglia italiana Ghezzo, con trasferimenti, incontri, nascite, e morti si svolge in contemporanea con la macrostoria della nascita, diffusione, affermazione e crollo del fascismo. Le due storie si incontrano nel momento in cui Antonio Ghezzo inizia il suo percorso di formazione umana e sociale come figlio della lupa.

Da notare, nelle prime pagine del libro, la spiegazione della differenza di significato ed uso della parola fascio, negli Usa ed in Italia. Negli States è rappresentazione dell’idea di federazione (E pluribus unum, from many one), in un movimento dal basso verso l’alto. In Italia, invece, il significato ideologico era opposto, l’idea di Stato indicava un movimento autoritario dall’alto verso il basso, e trasformò la parola fascismo in una oscenità (pag. 33-34). Il racconto, che riporto per sommi capi, si svolge dunque tra camicie nere, olio di ricino, delitto Matteotti, case del fascio e polizia segreta. E Antonio Ghezzo è prima un figlio della lupa, poi un balilla, obbligato a farlo per poter essere ammesso alla frequenza di una scuola pubblica.

Il succedersi delle vicende descrive il percorso di maturazione psicologica, umana, sociale e politica del ragazzo Antonio, attraverso le sue esperienze personali, dolorose per il corpo e per l’anima, che generarono una lenta presa di coscienza della complessa realtà dei fatti. Centrale nella storia il rapporto fra il giovane Antonio e suo padre, il maresciallo Simeone Ghezzo, che fra le pareti domestiche pretendeva ubbidienza cieca ed assoluta, senza spazio alcuno per discussioni di sorta. In questo rapporto fatto di sentimenti contrastanti e dolorosi, nasce e si sviluppa nel giovane Antonio l’idea di libertà, sia a livello individuale che sociale, come processo di liberazione da obblighi di sottomissione ed ubbidienza, di schiavitù dell’anima. Rilevante anche il rapporto con l’amico Mario, con cui il ragazzo Antonio frequentò in divisa e con diligenza, le lezioni obbligatorie del sabato fascista, come balilla e poi come avanguardista.

Poi, mentre i due giovani, come tanti altri italiani, erano tenuti all'oscuro delle vicende della guerra, il regime fascista cadde e dopo neanche due mesi ci fu la resa incondizionata agli alleati. In quel periodo la famiglia Ghezzo viveva a Firenze ed Antonio si ritrovò su un camion di tedeschi che lo trasportava al lavoro coatto da qualche parte. Attaccati da un gruppo di partigiani, i prigionieri italiani del camion tedesco riuscirono a fuggire. Per evitare di essere preso e fucilato all'istante come disertore, ad Antonio non restò altro che unirsi ad un gruppo di partigiani, per i quali sviluppò lentamente, dopo l’iniziale diffidenza, una forma di ammirazione per il coraggio, la coerenza e la dedizione ai valori di libertà che dimostravano nell’agire quotidiano.

In particolare cito il rapporto d’amicizia che Antonio, il partigiano Tommy, ebbe con il partigiano Cagnara, più avanti negli anni di lui, che finita la guerra lo aiutò a mettersi nei panni del padre, a capirne le difficoltà ed a trovare con lui una via di riconciliazione in un’Italia finalmente libera e democratica. Per concludere mi soffermo sul significato dell’espressione “in bocca al lupo”. In italiano questa espressione è un augurio di successo; nel testo significa vivere in un posto sicuro. Nel caso di Antonio Ghezzo il posto sicuro è la famiglia. In particolare sua sorella Alba, in due circostanze, ricordandogli gli affetti familiari e le sofferenze della madre per le sue assenze, gli salvò la vita.

Particolarmente interessante la lettura di questo libro in lingua inglese. L’autore scrive un inglese scorrevole e facilmente comprensibile anche per non nativi, traducendo espressioni, frasi e slogan propri del regime fascista nella lingua di Churchill, l’odiato nemico da sconfiggere. La storia andò in un altro modo. E così, nata nell’anno dello scoppio della guerra che doveva durare solo due mesi, anziché parlare il tedesco del Reich dei 1000 anni, parlo, con grande soddisfazione, l’inglese della Regina Elisabetta e di Barack Obama. Appreso con sacrificio e duro lavoro, mi ha dato di che vivere e la possibilità di contatto con culture e mondi lontani.

Non posso fare a meno di ricordare, accanto a Tony Ghezzo, Oriana Fallaci, che al tempo della guerra viveva a Firenze come lui. L’amico fraterno di Antonio, Mario, frequentava a Firenze il Liceo Classico “G. Galilei” in via Martelli, come O. Fallaci. Lei, a soli quattordici anni con una bicicletta assai malandata faceva la staffetta tra la città ed i gruppi partigiani e miracolosamente sopravvisse al bombardamento di un ponte di Firenze. Il padre di Oriana, Edoardo, fu fatto prigioniero dalla banda Carità, “ forse la più infame delle unità speciali della polizia fascista” (pag. 202 del testo di Salvatore Di Vita). Fu liberato, dopo essere stato torturato a lungo, per il coraggioso intervento della moglie Tosca.

Ricordo anche il concittadino aquilano Mario Fratti, come Tony Ghezzo nato nel 1927. Solo in tempi recenti ha reso noto il suo rapporto di fraterna amicizia con Giorgio Scimia, uno dei 9 giovani aquilani barbaramente trucidati dai nazisti il 23 Settembre 1943. Mario Fratti ha rivelato che lui avrebbe potuto essere il decimo martire; invitato ad unirsi al gruppo che si dava alla macchia per combattere i tedeschi, rifiutò di partecipare, poiché erano praticamente disarmati. Mario Fratti capì che il loro impegno, ispirato da ideali di libertà e democrazia, era di fatto privo dei mezzi adeguati per combattere l’odiato nemico. Da annotare, inoltre, che Antonio Ghezzo, Oriana Fallaci e Mario Fratti hanno trovato una via d’uscita dagli anni convulsi della rinascita italiana del dopo guerra, nell’emigrazione negli USA. Infatti Tony Ghezzo e Mario Fratti sono diventati cittadini americani, mentre la Fallaci comprò un appartamento nell’ Upper East Side di New York, dove visse a lungo con un permesso di soggiorno illimitato. (e.m.)

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Conobbi Anthony Ghezzo (Tony) a Los Angeles, nel Gennaio del 2005. Benché fosse toscano, la sua forte amicizia con Giulio Steve Inglese, un sulmonese di grande valore, esponente di spicco dell’Associazione Abruzzese e Molisana di California, l’aveva di fatto aggregato alla comunità abruzzese della metropoli californiana. Ero componente d’una delegazione delle istituzioni cinematografiche aquilane in missione culturale presso l’università di Los Angeles (UCLA) e l’Associazione volle tenerci ospiti in una simpatica serata conviviale in un bel locale presso San Fernando, cittadina a pochi chilometri dalla metropoli sull’autostrada Interstate 5 che va verso la capitale Sacramento, l’Oregon e ancora più a nord verso il confine canadese. Fu in quell’occasione che conobbi Tony. Da allora siamo in contatto quasi ogni giorno, scambiandoci notizie, impressioni e belle immagini del lato mondo. Ci siamo poi incontrati nel 2006, a Santiago del Cile, insieme a Giulio Inglese – per alcuni anni componente del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo (CRAM), amico stupendo e indimenticabile, scomparso un anno fa – e due volte all’Aquila, in occasione dei viaggi in Italia promossi in anni diversi dall’Associazione abruzzese e impeccabilmente organizzati da Bart Inglese, il fratello di Giulio. Con grande piacere gli feci da cicerone, portando il gruppo alla scoperta delle meraviglie dell’Aquila. Allora conobbi anche Giovanna, moglie ed anima gemella di Tony. Formano una bella coppia di ragazzi innamorati, a dispetto dell’età. Tony ha ora 85 anni.

E’ della sua storia in America che vi voglio parlare, del come e del perché un giovane impiegato statale delle Imposte a 29 anni abbia deciso di lasciare un lavoro sicuro e invidiato – a quei tempi ma anche in quelli difficili che stiamo attraversando – per il sogno americano. Forse la voglia di tentare un avvenire diverso in un Paese con innumerevoli opportunità, forse il desiderio di conquistare pienamente la propria libertà, fatto sta che nel 1956 Tony aveva prenotato il suo viaggio per gli Stati Uniti con l’Andrea Doria, in quello che sarebbe stato l’ultimo viaggio del transatlantico che, a largo della costa americana, fu sfondato dalla Stockholm per poi inabissarsi. Il caso volle, per sua fortuna, che il Ministero delle Finanze gli concesse di poter lasciare l’impiego 30 giorni prima della data inizialmente richiesta. “Durante l’ultimo mese in ufficio – racconta Tony Ghezzo – avevo chiesto al Ministero che il mese di ferie che mi spettava per il 1956 mi permettesse di lasciare l’amministrazione dello Stato 30 giorni prima della data approvata. Avendo il Ministero accettato la mia richiesta, mi recai immediatamente all’agenzia di viaggi per cambiare la data della partenza. Era mio desiderio fare il viaggio con l’Andrea Doria, sulla quale nave mia sorella Alba, che tuttora vive nell’Illinois, aveva viaggiato molto comodamente qualche mese prima nel suo ritorno in America, dopo le sue vacanze in Italia. All’agenzia, con mio rammarico, mi si disse che non avrei potuto fare il viaggio con l’Andrea Doria durante il mese di Giugno 1956, perché la nave non aveva più posti disponibili. Avrei invece potuto imbarcarmi sulla nave americana Constitution che mi dava l’opportunità di cambiare la data di partenza anticipando il viaggio di 30 giorni. A fine Giugno sbarcai a New York. Quattro settimane dopo il mio arrivo in America – ero a casa di mia sorella Alba, a Chillicothe nell’Illinois – appresi dalla Tv la tragedia dell’Andrea Doria nel mezzo dell’Atlantico. Il mio ‘angelo custode’ continuava a proteggermi”.

Secondo il contratto di lavoro che Tony Ghezzo aveva firmato nel Febbraio 1956 al Consolato americano di Genova, la società Caterpillar Tractor Co. s’impegnava ad assicurargli un impiego per 5 anni. Due funzionari della Caterpillar erano al Consolato Generale Usa di Genova per tenere colloqui con ingegneri italiani che avevano fatto richiesta di lavorare alla Company, in America. Fu così che Tony cominciò a lavorare alla Caterpillar, in East Peoria, in Luglio del ‘56. Sfortunatamente un anno dopo, nell’Agosto 1957, gli Usa piombarono in una forte recessione e la Caterpillar fu costretta a licenziare temporaneamente (lay-off) 14 mila impiegati. I primi a lasciare il lavoro furono quelli che avevano poca anzianità di servizio, per cui Tony, che aveva solo 13 mesi d’anzianità, fu uno dei primi a dover abbandonare l’impiego. “Settimanalmente – ricorda Tony – mi mettevo in fila per ricevere l’assegno di disoccupazione. Mentre diversi giovani temporaneamente licenziati erano felici della situazione, perché il tempo libero del lay-off potevano impiegarlo lavorando nella “farm” che possedevano, per me l’essere disoccupato era causa d’imbarazzo, perché mi sentivo umiliato a dover riscuotere la disoccupazione”. Provvidenzialmente Tony faceva parte d’un gruppo di giovani organizzati nel Young Christian Workers (YCW) che si dava da fare per aiutare i poveri di Peoria, consegnando buste piene di cibo in scatola o congelato.

Il gruppo di Tony era organizzato e diretto da un prete. Durante una riunione il prete chiese al gruppo cosa si potesse fare per alleviare il problema dei disoccupati. “Gli feci presente – continua a raccontare Tony – che anch’io ero un disoccupato, essendo stato messo in “ laid-off” dalla Caterpillar. Il padre fu molto sorpreso perché riteneva che io avessi un ottimo impiego. Immediatamente si prodigò a farmi un biglietto di presentazione per la Madre Superiora, direttrice del St. Francis Hospital di Peoria. Dopo due lunghi colloqui, fui assunto ed iniziai a lavorare nel “Purchasing Dept”, responsabile per gli acquisti degli undici ospedali delle Sisters of the Third Order of St. Francis, situati in Illinois, Iowa e Michigan. Il mio capufficio, un avvocato ungherese di Budapest, mi esortò ad iscrivermi ai corsi serali dell’Università Breadly di Peoria per ottenere il diploma di Purchasing Agent. Lo feci con grande sacrificio, perché spesso mi toccava studiare durante la notte. Condensai 3 anni di ragioneria ed ottenni il diploma”. Fu così che Tony ottenne una promozione e fu messo a dirigere il PIC (Perpetual Inventory Control), che era il precursore dei sistemi informatizzati venuti con l’avvento del computer. Fu questo un affidamento di grande responsabilità che gli aprì le porte ad un altro importante incarico: la centralizzazione degli altri 10 ospedali delle Sisters. “Completata la centralizzazione e dopo aver organizzato un “Code Book” che elencava tutti gli articoli che venivano giornalmente prelevati dai vari reparti degli ospedali – continua a raccontare Tony – cominciai a viaggiare con una giovane suora che aveva una laurea in “Hospital Administration” conseguita all’Università di St. Louis, nel Missouri, ed insieme organizzammo i primi 3 ospedali in Iowa, poi i 5 ospedali nell’Illinois. Ogni ospedale richiedeva un minimo di due mesi di tempo per istruire il personale sul nuovo sistema PIC. Nel Luglio 1962 ottenni tre settimane di ferie e mi recai in Italia per sposarmi con Giovanna: ci conoscevamo da bambini, cioè da quando lei aveva 7 anni ed io 11. Ci sposammo il 4 Agosto a Fiesole. Al mio ritorno in America, avrei dovuto viaggiare nel Michigan per organizzare i 3 ospedali delle Sisters a Menomini, Escanaba e Marquette (Upper Peninsula). Ma quando Giovanna, dopo aver finalmente ottenuto il visto dal Consolato americano di Firenze, mi raggiunse negli Usa, il freddo dell’Illinois non la mise davvero in una buona disposizione d’animo e fui costretto ad abbandonare quello Stato e le Sisters of the Third Order of St. Francis e far vela verso la California, seguendo il consiglio di mia sorella Lida che già viveva in California da qualche anno”.

Aveva esitato non poco, prima di lasciare le “Sisters”, anche perché gli avevano promesso una buona promozione. Ma Giovanna e il matrimonio erano più importanti. Così si decise a seguire il consiglio di sua sorella Lida che gli aveva ricordato il detto tutto americano “Move West Young Man”. Mi racconta ancora Tony: “Noleggiai un rimorchio U-Haul per coprire le 3.000 miglia circa che ci separavano da Los Angeles e l’8 di Dicembre 1962 lasciammo Peoria con una tormenta di neve alle spalle che ci seguì per quasi 700 miglia; verso le 8 di sera arrivammo ad Amarillo, in Texas, dopo un viaggio diretto di 1008 miglia, facendo solo brevi soste per rifornirci di benzina. Per me e Giovanna aveva così inizio la “buona stagione”. Due giorni dopo arrivammo a casa di Lida, in El Monte, in California”. Nei primi giorni si preoccupò d’inviare il suo curriculum vitae ad una trentina d’ospedali e a grandi Corporations nel sud della California. “Dopo due mesi di completo silenzio – aggiunge Tony – nel giro di due giorni ricevetti 3 richieste di colloquio per impiego: un posto all’ospedale di Boron, vicino a Lancaster; uno al comune di Santa Barbara e uno ai Grandi Magazzini May Co. di Los Angeles. Accettai l’impiego con la May Co. perché era il più pratico e conveniente, cioè la località più vicina alla casa che avevamo affittato a Monterey Park. Vi lavorai per 4 anni nel Purchasing Departement, convertendo i 18 May Co. Stores al centralized purchasing PIC, sistema che avevo appreso ed applicato efficacemente nell’Illinois”.

In quegli stessi anni Ghezzo riprese con determinazione e costanza gli studi presso la UCLA, prestigiosa università di Los Angeles, seguendo corsi in Computer Programming, Government Contracts, Data Processing, finalmente ottenendo un diploma di laurea in Professional Designation in Purchasing Management. Dopo 4 anni alla May Co. Tony venne a sapere che la Home Savings, la più grande banca di risparmio (Savings and Loan) degli Stati Uniti aveva bisogno di un Purchasing Agent con valida esperienza. Fu ascoltato in colloquio da tre Vice Presidenti esecutivi e assunto due giorni dopo, il 1° Febbraio 1967. Alla Home Savings Anthony Ghezzo ha fatto un’ottima carriera, promosso Assistant V.P. dopo solo 3 mesi e poi raggiungendo la qualifica di vice Presidente che ha mantenuto per oltre 25 anni. “Anche alla Home Savings ho implementato il PIC che avevo appreso all’Università dell’Illinois, prodigandomi nel convertire il vecchio sistema PIC alle nuove apparecchiature telematiche”, conclude Tony Ghezzo. Nel 1992, a 65 anni, Tony Ghezzo è andato in pensione, dedicando molto del suo tempo libero alla comunità italiana, diventando membro di ben sette associazioni e club italiani. E’ anche in questi anni che egli amplia la sua collaborazione giornalistica con il settimanale L’Italo Americano, la più antica testata italiana in America – è stata fondata nel 1908 dal fiorentino Gabriello Spini – che si pubblica a Los Angeles, con redazioni a San Diego e San Francisco. In doppia lingua, italiano e inglese, il settimanale raggiunge tutta la California ed è diffuso anche nel confinante Oregon. Sulle pagine del settimanale Toni Ghezzo cura una speciale rubrica di storia italiana e di resoconti di viaggio. Nel 1999 ha ricevuto varie onorificenze, tra le quali Pergamene di merito dal Sindaco e dalla Contea di Los Angeles, e il riconoscimento di “Man of the Year” – Uomo dell’Anno. Da qualche settimana Tony ha compiuto 85 anni – è nato il 27 Luglio 1927 a Ravenna – e qualche giorno fa, con sua moglie Giovanna, hanno celebrato le “nozze d’oro” per il loro 50° anniversario di matrimonio.

“Da quando sono in pensione, una ventina di anni, continuo a frequentare con più assiduità la compagnia di amici sinceri, tra i quali molti abruzzesi, oltre a dilettarmi nella lettura di classici e di eventi storici del passato. Amo fare viaggi ed escursioni, che mi piace anche raccontare”, mi confida infine. Tre i figli di Tony e Giovanna: Marco (23 Gennaio 1964), Alan (29 Dicembre 1964) e Paolo (1 Settembre 1971), tutti nati in California. Marco, impiegato alla Hewlett Packard, ha sposato Nancy e hanno due figli, Alex (14 anni) e Nadine (12), vivono a Covina, vicino Pasadena; Alan ha sposato Jinny, lavorano entrambi alla IBM, hanno tre figli loro, Christina (23), Matthew (22) e Jonathan (8), e un figlio di colore adottato, Jonathan (8), vivono nel North Carolina; Paolo ha sposato Tricia, hanno un figlio, Dylan (8), vivono ad Altadena, nei pressi di Pasadena. Paolo lavora a Los Angeles come programmista di soggetti di fantascienza, mentre Tricia è vice direttore alla UCLA. Una bella e larga famiglia, quella di Tony e Giovanna, che vivono serenamente la loro quarta età in “giovinezza” e armonia. (g.p.)

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