ISOLAMENTO DEL QATAR, ATTACCHI IN IRAN, AMBIGUITA’ DEI SAUDITI E “CAMBIAMENTI DI UMORE” DI TRUMP: DOVE ANDIAMO?


Un mese di giugno caldo, sin dai primi giorni, e questa volta il meteo non c'entra niente. Il 5 alcuni Paesi mediorientali (Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Baharain e Yemen) hanno deciso di bloccare i rapporti con un piccolo Emirato della penisola arabica, il Qatar. Motivo? Secondo questi Stati, la monarchia sosteneva il terrorismo. Ma quali “terroristi” sosterrebbe il Qatar? Perché un Paese sunnita così debole militarmente (ma estremamente ricco grazie al petrolio) è stato così chiuso dai suoi confinanti? Il problema risiede proprio nei presunti terroristi: Iran e Fratelli Musulmani. L'emirato ha ultimamente confermato “buoni rapporti” con l'Iran (sciita, filo Assad e Hezbollah) ed in precedenza aveva aiutato i membri dei Fratelli Musulmani scappati dall'Egitto dopo il colpo di stato di Al Sisi. La necessità con l'Irandi “buoni rapporti” deriva anche dal fatto che i due Paesi posseggono i più grandi giacimenti di gas naturale al mondo.


Il terrorismo dell'Isis non c'entra niente, semmai dovrebbero essere proprio gli altri Paesi arabi a spiegare i loro rapporti con Daesh. La sicurezza con cui i sauditi hanno scaricato il Qatar è dovuta in gran parte alla recente visita di Trump in Arabia Saudita, con cui il presidente USA ha riaffermato il totale sostegno alla monarchia, approfittandone per venderle 110 miliardi di dollari di armi. Una situazione perfetta, considerando che il debole Qatar confina solo col mare e con un'Arabia Saudita più forte che mai. Naturalmente gli Stati Uniti non sono rimasti a guardare, anche se in poche ore hanno cambiato più volte posizione. Inizialmente il segretario di Stato USA Rex Tillerson aveva proposto la mediazione del suo Paese nella risoluzione pacifica del conflitto. Poi Trump è andato contro marcia e su Twitter aveva descritto questo fatto come “l'inizio della fine” del terrorismo. E qui sorge un grande problema: il Qatar ospita al momento la più grande base militare Usa in Medio Oriente: da qui partono gli aerei che attaccano lo Stato Islamico e vi si trovano centinaia di caccia e ben oltre 10.000 militari statunitensi. Non è quindi solo necessario riappacificarsi col Qatar, ma anche stabilizzare l'area, in modo da coordinarsi al meglio con i sauditi nelle operazioni contro Daesh. Per questo Trump con un prevedibile dietrofront ha chiamato l'emiro per offrire il proprio aiuto per risolvere la crisi.


La necessità di far presto era importante anche alla luce delle reazioni degli altri Paesi: la Turchia di Erdogan si è impegnata ad offrire aiuto militare al Qatar in caso di aggressione (che sarebbe fatale considerate le scarse difese), mentre Iran e Russia hanno offerto un appoggio “diplomatico” senza schierarsi apertamente.


La situazione si è ulteriormente complicata alla luce degli attentati che hanno colpito Teheran. La capitale iraniana è stata ferita nel suo cuore politico e religioso con attacchi al Parlamento e al mausoleo di Khomeini. L'attentato questa volta è stato rivendicato dai veri terroristi, quelli che qualche giorno prima avevano attaccato Londra, ovvero l'Isis. Quasi a farlo apposta, il pretesto, già poco credibile, utilizzato dagli arabi e poi ribadito da Trump ( e in Europa anche da Salvini e dal partito della Le Pen, vicini a molte decisioni del presidente USA) va a cadere nel vuoto. I veri terroristi non sono gli iraniani nè i Fratelli Musulmani (che in ogni caso non sono assolutamente un modello di democrazia moderna e che hanno forti legami con una concezione “radicale” dell'Islam); anzi proprio l'Iran, insieme alla Russia, è uno dei pochi Paesi che si sta attivamente impegnando nella lotta al terrorismo di Daesh.


Il quadro è estremamente complicato, soprattutto per gli interessi delle varie parti in gioco: spesso coincidono ma dopo poco possono collidere (basti pensare a come sono cambiate rapidamente le relazione Russia-Turchia) ed il quadro descritto, già domani, potrebbe essere diverso.

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