Insomma, dove va Di Pietro?

di Emilio Carnevali

«Berlusconi sa – anche per averglielo confidato io direttamente – come mi senta vicino col cuore agli elettori di Forza Italia. Ho detto a lui ciò che è sotto gli occhi di tutti: molti cittadini italiani hanno dato fiducia a questa nuova formazione politica appunto perché dava l’impressione di rappresentare una svolta nel panorama politico italiano… Questo desiderio di rinnovamento ha contagiato molti, e confesso, anche me»
Antonio Di Pietro, 1995

Chiunque abbia avuto modo di frequentare in modo non semplicemente episodico le arene del dibattito politico nella rete sa benissimo con quanto beneficio di inventario vadano soppesati commenti, invettive, sfoghi ed umori degli internauti. Pur non volendo in alcun modo sottovalutare tutti i benefici che questo costante flusso di informazione orizzontale e non istituzionalizzato può fornire al nostro “habitat democratico”, sarebbe parimenti miope caricare di eccessivo significato dinamiche comunicative spesso dominate da anguste logiche binarie (questo tal personaggio “mi piace/non mi piace” o – all’insegna di una maggiore accentuazione – è “un mito assoluto/è un demonio-infame-venduto”), dalla sovrarappresentazione delle minoranze più rumorose e fanatiche, da toni e modalità di espressione che più sono sopra le righe e più trovano sponde, richiami, riprese, acclamazioni, rilanci.

Bene dunque ha fatto Antonio Di Pietro a tenere il punto di fronte alle furibonde critiche che gli sono piovute addosso all’indomani della sua chiacchierata alla Camera con il premier Silvio Berlusconi: «Ribadisco ancora una volta», ha spiegato il leader dell’Idv, «che è stato il presidente del Consiglio a rivolgermi la parola e io gli ho risposto con fermezza ma senza scortesia, dicendogli che a mio avviso la cosa migliore che poteva fare per il Paese era quella di dimettersi subito. Questo rapido scambio di battute si è svolto non in un sottoscala ma nel cuore del Parlamento italiano, davanti a tutti e a telecamere accese. Proprio per questo, ero e sono ancora convinto che voltare le spalle a un Presidente del Consiglio in carica (chiunque sia, fosse pure Berlusconi), rifiutando di rispondergli avrebbe dimostrato solo una piccolezza d’animo non degna di un parlamentare e leader di un partito che mira addirittura a scalzarlo». A modesto parere di chi scrive è una risposta che avrebbe dovuto chiudere la porta ad ogni ulteriore disputa inutile e meramente strumentale.

Se non lo ha fatto è perché molti hanno visto in quel “siparietto” la rappresentazione simbolica della “svolta moderata” che l’ex Pm avrebbe impresso al suo partito all’indomani delle elezioni amministrative e della vittoria referendaria. Qui il discorso si fa molto più di “sostanza”, ma anche in questo caso ci permettiamo di “stupirci per lo stupore” di molti fan e sostenitori dell’ex eroe di Mani Pulite.

L’Italia dei Valori è un partito di chiara impronta monarchica e “carismatica” – in questo non dissimile da quello del grande antagonista di Di Pietro, Berlusconi – il cui fondatore e leader ha rivendicato in diverse occasioni la propria estraneità al campo ideale della sinistra. Anzi, sono le categorie stesse di destra e sinistra che da sempre vengono contestate da Di Pietro a favore di altri criteri di discriminazione più adatti a organizzare la geografia politica della eccezionalità italiana, primo fra tutti il binomio legalità/illegalità. Del resto sin dagli albori della parabola berlusconiana sono numerose le personalità culturalmente vicine alla destra che non potendosi riconoscere in questa destra hanno optato per una scelta di campo motivata più da ragioni “costituzionali” (fare fronte comune contro l’anomalia berusconiana) che da effettiva affinità “ideologica” con la tradizione della sinistra (si pensi a figure come quella di Indro Montanelli o del suo “discepolo giornalistico” Marco Travaglio, autore quest’ultimo di una sorta di “autobiografia intellettuale” pubblicata su Micromega 3/2010 ed intitolata La mia destra da Cavour a Montanelli, nella quale possono essere rintracciate molte ragioni utili a comprendere gli itinerari ideali e professionali di quella parte di cittadini italiani orfani di un polo liberal-conservatore “per bene”).

Ma tornando all’Italia dei Valori, occorre ricordare anche che a livello europeo la formazione di Antonio Di Pietro è iscritta al gruppo liberaldemocratico, il cui soggetto più rilevante è il Partito Liberale Tedesco, quello fino a poco tempo fa guidato da Guido Westerwelle e che è certamente collocabile “a destra” della Cdu di Angela Merkel – quantomeno sulle questioni economiche e sociali – nella coalizione di centrodestra che dal 2009 è al governo in Germania. Tuttavia se c’è un leder europeo al quale in passato Antonio Di Pietro ha fatto esplicito riferimento come modello e fonte di ispirazione questi è il centrista francese François Bayrou, l’uomo che ebbe una considerevole notorietà continentale in occasione delle elezioni presidenziali francesi del 2007, quando tentò di giocare il ruolo di “ago della bilancia” fra il candidato neogollista Nicolas Sarkozy e la socialista Ségolène Royal.

«Noi – dichiarava Di Pietro nel marzo del 2007 – non siamo una formazione politica che può essere identificata ideologicamente di centro, di destra o di sinistra. Noi, seguendo l’esempio di Bayrou, stiamo cercando di attivare la politica del fare e quindi una coalizione del fare. In questo senso non vogliamo essere chiamati centristi ma essere al centro di una politica per i cittadini. Ci auguriamo che ci possa essere un superamento degli steccati attraverso una scomposizione e ricomposizione dei poli mettendo assieme le migliori energie di una parte e dell’altra per una politica del fare invece che una politica del veto e della contrapposizione”. In quel periodo l’instabilità congenita del secondo governo Prodi già aveva innescato spinte e controspinte nelle varie formazioni politiche in vista dello scenario che si sarebbe aperto a crisi ormai conclamata. Il principale bersaglio polemico di Di Pietro era allora «la sinistra antagonista che blocca l’azione di governo e pone ostacoli alla realizzazione del programma», oltre allo «pseudo-ambientalismo di maniera» che «utilizza il ricatto per proprio tornaconto» come nella vicenda della Tav in Val di Susa. Ecco perché lo stesso leader Idv era prodigo di aperture di credito verso «le preoccupazioni espresse da Casini» per lo scarso senso di responsabilità dimostrato da una parte della coalizione di governo ad esempio sulla politica estera. «È in questo senso apprezzabile l’intenzione di Casini di appoggiare il rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan», dichiarava l’ex pm sempre nel 2007.

Cosa è successo poi? È successo che la scomparsa della “sinistra radicale” dal parlamento con le elezioni del 2008 – nella quali il cartello della “Sinistra Arcobaleno” guidato dal presidente della Camera Fausto Bertinotti non è riuscito a superare lo sbarramento del 4% – ha aperto un vuoto di rappresentanza a sinistra del Partito democratico che l’Idv è stato abile a colmare. Di Pietro ha gettato alle ortiche i propositi “neocentristi” e ha inaugurato una nuova stagione politica riposizionando il partito a fianco dei movimenti dell’opposizione civile e sociale al governo Berlusconi e accogliendo nell’Idv personalità provenienti dal mondo della sinistra radicale come l’ex sindacalista Fiom ed ex responsabile lavoro di Rifondazione comunista Maurizio Zipponi, cui è affidato il dipartimento lavoro dell’Idv, ma anche intellettuali come Gianni Vattimo e Nicola Tranfaglia.

L’affluente della “sinistra radicale” non è però l’unica componente nuova che si affianca alla vecchia struttura di notabili in gran parte ex democristiani che costituisce l’ossatura originaria del partito (per quanto concerne le opacità – e spesso molto più che opacità – che contraddistinguono la dirigenza tanto locale quanto nazionale dell’Idv è possibile fare riferimento all’inchiesta di Marco Zerbino C’è del marcio in Danimarca. L’Italia dei Valori regione per regione pubblicata su MicroMega 5/2009). Un secondo affluente è costituito dalle personalità provenienti dall’impegno sulla questione della legalità, tema trasversale per antonomasia in un Paese che ha visto il sacrificio estremo di testimoni civili dalle opinioni politiche più diverse, talvolta agli antipodi: pensiamo ad esempio a Peppino Impastato e Beppe Alfano. Proprio la figlia di Beppe Alfano, Sonia, impegnata da anni in battaglie sindacali e antimafia, è stata una delle candidature di punta dell’Idv alle europee del 2009, dopo aver già corso per la presidenza della Regione Sicilia con la lista Amici di Beppe Gillo (antesignana delle liste 5 Stelle).

Vi è infine la componente liberal-liberista, incarnata dal responsabile economia del partito Sandro Trento – ex direttore del Centro studi Confindustria – che rappresenta una corrente culturale presente in maniera rilevante nel caleidoscopico mondo della opposizione anti-berlusconiana più oltranzista. Sono quelli della “rivoluzione liberale” tradita da un governo di centrodestra guidato dal monopolista Berlusconi e che ha affidato le chiavi della politica economica al “colbertista”, “corporativista” e “antimercatista” Giulio Tremonti (per una rassegna di queste posizioni, naturalmente non riconducibili direttamente all’Idv ma alla più estesa matrice culturale di questo specifico tipo di antiberlusconismo, è possibile fare riferimento al volume Tremonti. Istrizioni per il disuso – Edizioni Ancora del Mediterraneo – del Collettivo Noise of America, un gruppo di economisti liberisti docenti di economia negli Usa, fra i quali l’editorialista del Fatto Quotidiano Michele Boldrin).

Sulla scorta delle considerazioni appena svolte sulla composizione dell’Idv – molto più articolata di quella che ci si potrebbe aspettare da un partito collocato stabilmente nell’area della sinistra radicale – risulta meno indecifrabile il recente smarcamento di Antonio Di Pietro. Soprattutto alla luce dell’affermazione di concorrenti assai temibili in quella stessa area politica: da una parte Nichi Vendola e Sinistra ecologia e libertà (a coprire l’ala della coalizione “a sinistra” del Pd), dall’altra la Lista 5 Stelle di Beppe Grillo (che darà voce all’opposizione più irriducibile nei confronti del “sistema della casta”).

Il “nuovo corso” dipietrista ha inoltre ricevuto un incoraggiamento che più autorevole non si può per i militanti dell’antiberlusconismo duro e puro. Quello dello stesso Marco Travaglio, che in un editoriale pubblicato lo scorso 1 luglio sul Fatto, si è domandato: «Che fine faranno milioni di elettori di centrodestra che per quasi vent’anni hanno votato Berlusconi e ora non ne possono più?». «Convincerli a votare per il centrosinistra sarebbe impresa vana anche se il centrosinistra fosse qualcosa di presentabile, figurarsi con la parodia di centrosinistra che ci ritroviamo». E allora ecco che la strategia dell’Idv 2.0 può rappresentare un’alternativa efficace: «Se nel centrosinistra c'è qualcuno (Di Pietro, per storia e formazione, è il più attrezzato) che vuol intercettare quei voti», ha aggiunto ancora Travaglio, «deve presentare un programma semplice, dunque estraneo alle giaculatorie su destra e sinistra. Un programma che, in tempi di tagli e austerità, può rivelarsi popolare fra gli elettori tanto della cosiddetta destra quanto della cosiddetta sinistra».

Personalmente non pensiamo affatto che la fuoriuscita del berlusconismo e dalla Grande Crisi che ne accompagna la parabola discendente possa essere attuata senza una alternativa netta che affianchi ai temi della legalità e della democrazia quelli del lavoro e del destino economico di un Paese da anni risucchiato in un apparentemente inarrestabile declino. Come non pensiamo che le soluzioni alle difficoltà che stiamo vivendo possano essere solo di tipo “tecnico” o affidate all’iniziativa di tutti gli uomini “di buona volontà”. Un esempio su tutti è costituito dal dibattito – che attraversa il campo della sinistra “propriamente detta”, dentro e fuori il Pd – intorno all’obiettivo del pareggio di bilancio entro il 2014: vincolo inaggirabile da rispettare con senso di responsabilità o architrave delle pericolose politiche di austerity che stanno conducendo l’Europa verso il baratro? È un dilemma che non a caso non coinvolge gli ambienti dell’antiberlusconismo di matrice esclusivamente legalitaria, ma che è di fondamentale importanza per definire il profilo riformista di una prossima, eventuale esperienza di governo del centrosinistra italiano.

Di certo la mossa di Antonio Di Pietro non può essere letta come un fulmine a ciel sereno, bensì come la naturale evoluzione di un soggetto politico da sempre dichiaratamente anti-ideologico e dunque “a vocazione trasversale” almeno quanto il Pd post-ideologico veltroniano era a “vocazione maggioritaria”. La crisi del berlusconismo e il “ripopolamento” del campo a sinistra del Pd – sguarnito per un certo periodo in termini di rappresentanza ma non di protagonismo sociale da parte di soggetti che hanno trovato nella Fiom di Maurizio Landini il principale coagulatore di proposte ed iniziative – non hanno fatto che accelerare il corso “fisiologico” degli eventi. In fondo non è anche Luca Cordero di Montezemolo espressione di quella “società civile” che scende in campo contro la “casta” e per una nuova “politica del fare”?

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