Le elezioni amministrative hanno rilanciato il centrosinistra e sconfitto quel Berlusconismo, considerato il nemico numero uno da eliminare per non mandare giù a picco e, a titolo definitivo, il nostro paese. A Santa Marinella, in provincia di Roma, importante convegno dal titolo molto significativo, “Il PD che vogliamo”. Il consigliere regionale Marco Di Stefano, principale organizzatore della manifestazione, ha inviato un messaggio chiaro e forte ai suoi compagni di partito presenti per l’occasione, Enrico Letta, vice segretario nazionale del PD, Vannino Chiti, commissario PD nel Lazio e Marco Miccoli, segretario del PD romano. Tre tavoli di lavoro al centro dell’attenzione e oggetto di forte dibattito: nuovo assetto istituzionale della città e della Provincia di Roma, nuove idee e strategie politiche per un buon funzionamento del partito nel Lazio, infine la presentazione di proposte nuove, concrete e valide in vista delle prossime elezioni del 2013. Marco Di Stefano prima ha voluto ringraziare Vannino Chiti per il buon lavoro svolto all’insegna di equilibrio e correttezza, poi ha rivolto un chiaro messaggio al pubblico presente e colleghi onorevoli: ““credo che il protrarsi del commissariamento sia un’ingiusta mortificazione della classe dirigente di questo partito, una mortificazione immeritata perché qui, in questa che è una delle Regioni più importanti d’Italia, le personalità che hanno i numeri per guidare il PD ci sono e vanno fatte lavorare. Ma per scegliere il segretario regionale, secondo Di Stefano, non si può che ricorrere “senza se e senza ma”, allo “strumento principe” del PD, le primarie. Sarebbe un’assurdità incomprensibile e soprattutto non spiegabile ai cittadini e ai nostri elettori, che proprio nel momento in cui anche i nostri avversari si decidono a farle noi, che le primarie in Italia le abbiamo inventate, decidessimo di chiamarci fuori, di non farle più. Sarebbe pazzesco lasciare le primarie ad Alfano, insensato. In un momento come questo in cui la gente chiede chiarezza, trasparenza e soprattutto partecipazione non possiamo tirarci indietro, ha detto ancora Di Stefano, prima di chiedere pubblicamente a Chiti di convocare il prima possibile, entro i primi giorni di luglio l’assemblea regionale del PD per lanciare le primarie per il segretario. Lo stesso consigliere regionale e Presidente della Commissione Roma Capitale e Federalismo Fiscale, si è detto contrario alla linea tracciata dal Presidente della Provincia, Nicola Zingaretti, il quale considera le primarie come uno strumento da adottare solo per eleggere eventuali leader, senza però l’uso delle liste collegate. Di Stefano ha replicato a Zingaretti con un secco no, affermando: “la vita del partito e la sua linea d’azione non si fanno con qualcuno al vertice e nessun’altro intorno: questa è la strategia del primo PD che si è già ampiamente dimostrata perdente. No a un uomo solo al comando”. Primarie prima di tutto e per tutto, anche per selezionare l’eventuale candidato a Sindaco di Roma. Su quest’ultimo punto il consigliere regionale riporta nella mente un amarcord spiacevole: “ basta ricordarci cosa è successo a Roma appena tre anni fa, con una candidatura uscita fuori dalle elucubrazioni delle riunioni di pochi ‘addetti ai lavori’ e poi clamorosamente bocciata dagli elettori. È stato il più clamoroso suicidio politico degli ultimi anni, un esempio di arroganza intellettuale che non dobbiamo dimenticare”. Vannino Chiti sposa la linea Di Stefano: “la stagione del commissariamento è finita. “se c’è un’area che fa riferimento al vicepresidente nazionale del partito che le chiede, allora le primarie si possono fare”, ha detto, affermando che una soluzione che divida la maggioranza del partito del Lazio, ossia la mozione Bersani, non è pensabile e annunciando la prossima convocazione per luglio dell'assemblea regionale”. Enrico Letta invita i presenti a vedere il PD come il partito del futuro: “Oggi possiamo dire che abbiamo fatto bene a far nascere il Partito Democratico, il partito da cui dipenderanno domani le sorti del nostro Paese. Pensate a cosa sarebbe successo oggi in Italia, alla vigilia della fine del Berlusconismo, senza un PD forte ed equilibrato: ci sarebbero state solo decine di “Berluschini” egocentrici di destra, di centro e di sinistra, in uno spappolamento totale del panorama politico. Noi oggi diciamo: il partito democratico è il nostro partito e noi siamo tutti pienamente dentro; non sull’uscio ma ben al centro della stanza. Nessuno nel PD può ormai essere considerato ospite, è importante da capire, questo dovrà essere il partito dei nostri figli”, ha concluso, ricordando che anche in merito alla situazione del PD di Roma e del Lazio qualcosa dovrà cambiare e l'attuale eccessiva frammentazione deve finire. Il motto è chiaro: rinnovamento per un pronto rilancio, unica ricetta per mandare Berlusconi e seguaci a casa.