Fini non diventi complice del ricattatore

La storia dell'immobile di Montecarlo non convince più nessuno. Credo proprio che sia ora di finirla con questa manfrina: Fini chieda a suo cognato chi è la persona fisica con la quale ha trattato l'affitto di quella casa, perché è inimmaginabile che il signor Tulliani da Roma sapesse per grazia ricevuta che un signore da Santa Lucia stava affittando una casa. Lo ha saputo evidentemente da Roma, nel momento in cui è stata venduta la casa. E' ora che si sappiano nome e cognome del proprietario e quanto l'ha pagata. Chi ha una carica politica così importante ha il dovere di dirlo. Ritengo che in questo momento ci troviamo di fronte ad una squallida vicenda tra ricattatore e ricattato: che, innanzi tutto, il ricattatore venga messo in condizioni di non ricattare più, dopo i vari precedenti che hanno contraddistinto il suo modo di essere, e mi riferisco al governo Berlusconi. Fini se non vuol fare la figura del ricattato ha il dovere, la settimana prossima, di sfiduciare Berlusconi perché altrimenti, oltre che ricattato diventa anche complice morale del ricattatore.

Di seguito una mia intervista pubblicata da Il Riformista.

Antonio Di Pietro: “Su Berlusconi oggi Fini fa una diagnosi esatta. Dopo quindici anni, fa capire di essersi finalmente reso conto di chi è il Cavaliere. A questo punto mi domando, perché non gli toglie la fiducia?”

Il Riformista: Fatta la domanda, sia dia la risposta, no?
Antonio Di Pietro: “La risposta è che l’aver aperto gli occhi su Berlusconi, oggi, per Fini è un’aggravante, non un attenuante. Lo dico con chiarezza. Se per quindici anni è stato un alleato inconsapevole, e facciamo finta di credergli, adesso è un complice. Se prima era un finto ‘ignorante’, nel senso che fingeva di ignorare la vera natura del Cavaliere, adesso è correo”.

Il Riformista: Sta dicendo che Fini è ricattabile?
Antonio Di Pietro: “A meno di non voler credere che sia una vittima della ‘sindrome di Stoccolma…’. Vede, a prescindere dalle carte taroccate, qui siamo davanti a due reati. ‘Estorsione’, articolo 629 del codice penale, e forse anche ‘violenza privata’. Ma il problema di fondo è che c’è un presidente del Consiglio ricattatore e un presidente della Camera ricattato”.

Il Riformista: Lei crede che l’ormai celeberrimo documento di Santa Lucia sia una patacca?
Antonio Di Pietro: “Al di là della patacca, si può sospettare che i fatti raccontati siano veri”.

Il Riformista: E cioè che l’appartamento monegasco sia davvero di proprietà di Tulliani?
Antonio Di Pietro: “Altrimenti non si spiegherebbero tante cose. Dietro quella casa c’è un cognome ben preciso: Tul-lia-ni. Ora, se io fossi stato Fini, un mese e mezzo fa avrei preso il cognato e gli avrei detto: Tullià, mi vuoi dire chi cavolo t’ha affittato ‘sta benedetta casa? Ci puoi gentilmente dire chi c’è dietro quelle società off-shore? Se il presidente della Camera questa cosa non l’ha fatta, un motivo ci sarà, no? D’altronde, se le cose fossero tutte regolari, bastava che il cognato di Fini tirasse fuori il contratto d’affitto e la faccenda sarebbe finita là. Invece..”

Il Riformista: Invece?
Antonio Di Pietro: “Invece siamo arrivati a un punto tale che Fini non ha più la serenità d’animo per presiedere in maniera imparziale la Camera dei deputati. E’ sotto il ricatto di Berlusconi, che punta ancora a inserire all’ordine del giorno dei lavori parlamentari il lodo Alfano costituzionale”.

Il Riformista: Sta chiedendo che Fini lasci la presidenza dell’Aula di Montecitorio?
Antonio Di Pietro: “Siamo di fronte a un’anomalia. Così non si può più andare avanti”.

Il Riformista: Tornando al giallo del documento, la cui autenticità è stata confermata anche dal ministro della Giustizia di Santa Lucia, i finiani avevano chiamato in causa anche l’intelligence italiana.
Antonio Di Pietro: “Altro errore clamoroso. Soprattutto in un momento delicato come questo, non c’era proprio alcun bisogno di tirare in ballo i servizi segreti. C’è solo uno scambio a colpi di dossier tra due signori: Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Che vadano a casa tutti e due, ricattato e ricattatore”.

Il Riformista: Tra i primi sospettati di aver elaborato la “prova” che Tulliani è il titolare della casa di Montecarlo c’è stato anche Valter Lavitola. Il fratello di Antonio, che per un periodo fu l’editore del quotidiano del suo partito.
Antonio Di Pietro: “Non conosco il signor Lavitola. Dico soltanto che un magistrato avrebbe dovuto chiamare subito il signor Tulliani e chiedergli di mostrare il contratto d’affitto della casa. Punto e basta. Anche il ritornello di Fini sulla verità che sarà prima o poi accertata dalla magistratura, ormai non ha più senso. E poi, se era vera la storia del dossieraggio, perché il presidente della Camera non è andato subito da un pubblico ministero a raccontare la sua versione dei fatti?”.

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