4 romani a Port Au Prince e i bambini sotto le macerie

Quanto leggerete e vedrete quì di seguito mi è stato inviato con preghiera di diffusione da Federico Mastrogiovanni (news e foto fresche del 22 gennaio, certo non come un servizio Tv Rai e/o Mediatrade) di cui nei giorni e nei mesi scorsi vi ho già scritto e ringrazio quanti hanno dato spazio anche a questa informazione, quasi scavo archeogiornalistico, dalle Macerie. Questa volta parto dalla fine, dal post scriptum del diario. di Simone Bruno

P.S.
4 romani a Port Au Prince sono:
Fabio Cuttica dalla Colombia
Emiliano Larizza da Santo Domingo
Federico Mastrogiovanni da Città del Messico
Simone Bruno dalla Colombia

Non prima di comunicare che a Favara per Cause Innaturali crolla una palazzina fatiscente e sotto ci sono tre bambini.
Non prima di comunicare che continuano i ritrovamenti di bambini vivi dopo il sisma di Haiti e altri ne spariscono,solo dagli ospedali? La tratta delle persone continua, con accanimento.
Non prima di comunicare che “Mentre ad Haiti si continua a morire per la mancanza di medici ed equipaggiamenti e la macchina mondiale dei soccorsi è in grave ritardo, il Governo italiano ha deciso di inviare oltreoceano la nave portaerei Cavour salpata martedì 19 gennaio dal molo di Fincantieri al Muggiano (La Spezia)… Inviare ad Haiti la nostra più grande nave militare, la più imponente macchina di guerra galleggiante di cui disponiamo, non è una cosa da poco eppure l’intera operazione è circondata da scarsissime informazioni…La sponsorizzazione privata di una “missione umanitaria” promossa dal Ministero della Difesa che coinvolge mezzi e personale militare è una assoluta novità che necessita la massima trasparenza”. Il resto, che è ampio, può essere letto su www.disarmo.org .
Per “cantare” e seguire in musica, propongo un italiano, Frankie HI-NRG MC, nome d’arte di Francesco Di Gesù (così sono contenti anche lassù) in dimmi dimmi tu anche se un Rap lamento sarebbe più adatto alla Solita Meta pro Elezioni . Frankie è uno tra i 56 che cantarono Domani 21/04/09 una canzone nata “nell’emergenza” e frutto della collaborazione di ben 56 tra i più grandi artisti della musica italiana, riuniti tutti insieme per un solo e unico scopo: la solidarietà verso la popolazione dell’Abruzzo colpita dal terremoto”.Robba passata, casette ricostruite, come a Messina con le sue valanghe di fango…
E allora per tornare all’Informazione senza Grandi Firme, chi ce l’ha mandati questi 4 romani? Credo sia più importante sapere cosa ci inviano. A voi farvi un’opinione.
Continuerò a fare Questo tipo di Ponte, oggi e anche domani, se l’amicizia mi assiste e l’imprudenza anche.

Doriana Goracci
foto Port au Prince. Emiliano Larizza

gennaio 22, 2010
diario. di Simone Bruno

Haiti, 20 gennaio
Federico si è addormentato da un po’ sdraiato nel pratino davanti alla porta dell’ ufficio della logistica del WFP, che è anche il posto dove internet funziona sempre. Ha trovato una coperta abandonata, un cartone, una palma e chiama il tutto casa. È tardi, quasi l’una ormai, volevo leggere cosa scrivono i giornali e selezionare un po’ di foto, oltre che scrivere un pezzo sulla gran farsa degli aiuti. Ormai i cancelli della base ONU sono chiusi e comunque non troverei un passaggio per tornare da Fiammetta, la coordinatrice di AVSI ad Haiti che ci ha permesso di accamparci a casa sua. Mi devo arrangiare e trovare un posto dove sdraiarmi qualche ora nella base della Minustah.
Per fortuna molte macchine dell’ Onu dentro la base vengono lasciate aperte proprio per dormirci, visto che molti hanno perso la casa e tanti giornalisti o volontari non sanno dove riposare.
Per fortuna trovo un furgoncino vuoto, gli altri erano occupati e quelli che avevano qualche posto avevano i finestrini chiusi. Odio quell’odore che fanno le persone quando dormono insieme e non aprono le finestre.
Ironico, una settimana tra i cadaveri e mi lamento dell’odore dei vivi.
Non avevo mai visto tanti morti, non mi sono abituato, eppure non mi commuovo vedendoli, credo che il mio cervello non li registri come umani, sono gonfi, enormi, e i volti sono sfigurati. Poi hanno quel rigagnolo. E’ la linfa, mi ha spiegato un medico volontario, la nostra acqua che lentamente li abbandona. Devo fare uno sforzo razionale per pensare a loro e alla vita che hanno perso; quello, quando ci penso, mi commuove. Poi l’odore. È talmente forte che entra nel cervello e ti fa allontanare. Fabio invece resiste di più, si avvicina, scatta le foto riuscendo ancora ad avere composizioni perfette.

Quello che invece non riesco a guardare sono i malati negli ospedali, sento il dolore delle persone a livello irrazionale, soprattutto se sono bambini che non ridono più.
Ho visto parecchi degli ospedali, sono decine di migliaia i feriti. Far loro le foto mi fa pensare: se fossi io al loro posto me ne farei fare? Forse no, forse mi incazzerei, loro no. Finora nessuno mi ha mai detto nulla. Qualcuno sorride, qualcuno no e mi guarda. Mi chiedo a cosa pensano, chi hanno perso e se si domandano cosa voglio.
Ma perchè non piangono? Ora che ci penso non ho ancora visto una lacrima dopo una settimana qui. Perché non si disperano e non gridano?
Ho chiesto alla gente che vive da tempo e al marito di Fiammetta, che è haitiano.
Mi sono fatto l’idea che sia una ragione culturale che si mischia con vari schemi sociali di un paese conquistato, colonizzato, invaso e poi aiutato con la stessa violenza.
Insomma il risultato è che gli haitiani convivono giornalmente con la morte e quindi non li tocca tanto, almeno in modo visibile, spesso sorridono quando si parla di qualcuno morto. E poi sono diventati molto individualisti, anzi forse lo sono diventati come reazione alla loro negazione della morte e del lutto.
Forse, penso, dovrei scriverle queste cose, le dovrei raccontare. Ma come si può fare a dire una cosa del genere senza sembrare che li accusi o non li rispetti?

Anche se ora dormo in una macchina ONU dentro una base ONU penso di odiare la gente dell’ ONU. Non singolarmente, anzi, uno ad uno mi stanno anche simpatici, alcuni sono preparati e interessanti, ma, tornare sudato, con i morti negli occhi e nelle narici e vederli seduti a bere un caffè, o scorazzare in macchine blindate e oscurate mi irrita. Perché devono sempre costruire le loro oasi di coca-cola e aria condizionata ovunque vadano e perché non parlano creolo se sono qui da 5 anni?
Perchè hanno le unghie pulite in questi giorni?
È una nuova burocrazia internazionale, di gente molto specializzata nel fare poco con il massimo sforzo.
Del resto chi vorrebbe una ONU forte rapida e autoritaria? Sicuramente nessuno dei paesi che la finanziano. E quindi il meccanismo deve essere tutto protocollato e farraginoso, sembrando organizzato, tecnico e specializzato allo stesso tempo.
Penso di avere circa 4-5 ore per dormire oggi, domani Fabio ed Emiliano vanno fuori città, io e Federico invece voliamo con gli elicotteri americani per vedere come funzionano gli aiuti.

P.S.
4 romani a Port Au Prince sono:
Fabio Cuttica dalla Colombia
Emiliano Larizza da Santo Domingo
Federico Mastrogiovanni da Città del Messico
Simone Bruno dalla Colombia

gennaio 22, 2010
foto Port au Prince. Emiliano Larizza

gennaio 22, 2010
la gita. di Radical Shock

Le giornate sono caotiche. Ti svegli sempre con la schiena incriccata, magnato dalle zanzare, roduto perché hai dormito tre ore.
Noi ci svegliamo, prepariamo la saccoccetta con le macchine fotografiche, i registratori, le mascherine, i crèc, l’acqua. E via, veloci come il vento tra le strade di Port au Prince. Mezzo di locomozione: un’altra autovettura ad assetto ribassato. Stavolta di un colore quasi viola melanzana. Alla guida Vi. Il nome è un altro, ma ogni volta che lo pronuncia suona diverso, per cui ci siamo settati su Vi e pare che vada bene pure a lui.
È il vicino di casa della nostra ospite, Fiammetta, la santa donna cooperante che ci ha accolto come dei fratelli randagi.
Vi ci scarrozza per la città per farci vedere le meraviglie del paesaggio. E dunque si parte in gita. Tra i palazzi sventrati una volta ripieni di vita e che ora “rigurgitan salme”. E le salme sono tante. Buttate in mezzo alla strada. Gonfie. Rattrappite in posizioni oscene, raccapriccianti. Con la linfa che le abbandona sotto al sole dei Caraibi. Rimaste immobili nell’ultima posa, quella protettiva che non ha potuto nulla contro la forza di gravità. Quelle che sembrano statue di sale beccate all’improvviso dalla sorprendente violenza della natura. Se uno si avventura tra le macerie, tra un quaderno, una scarpa, una foto, compare un pezzo di torace, un braccio. Lo senti un po’ prima di vederlo. Dalla puzza immonda, dolciastra, disgustosa, che si diffonde nell’aria, attraversa il filtro della mascherina, della bandana, e ti si inalbera nel cervello, nella carne. E te la porti appresso.
I primi giorni, troppi, i cadaveri non vengono portati via. O non vengono portati via tutti. Sono troppi. E poi la gente ha paura di toccarli. Ce n’è uno, immortalato dalle macchine fotografiche dei miei compari, che è stato lasciato in mezzo a un incrocio. Come la pizzarda dei vigili urbani a Piazza Venezia. Quasi una rotonda intorno a cui circolano le macchine. E nei palazzi ombre scavano per trovare qualcuno o qualcosa da portare via. Li chiamano sciacalli. Ma se pensi che questi hanno perso tutto, sono crepate duecentomila persone, non c’è acqua, non c’è da mangiare, io non mi sento di chiamare uno sciacallo perché cerca qualcosa da vendere, mangiare, scambiare, da sotto le macerie.
Intanto i potenti mezzi sanitari soccorrono. In una visita serale alla sede amministrativa di Medici Senza Frontiere, ieri sera ci siamo imbattuti in decine di anime in pena buttate per terra, all’esterno di un edificio che non è venuto giù, perché costruito per bene. Questo non è un ospedale, sono uffici, ma la gente viene soccorsa lo stesso. Sulla rampa in discesa del garage giacciono decine di coperte, cartoni e sopra persone con ossa rotte, traumi cranici, ferite. Le ossa si aggiustano coi cartoni, legati con garze. Dio bono, fallo te un gesso senza il gesso! E fanne centinaia di migliaia. Ai primi gli ha detto culo, poi vai de garza e cartone. La gente fuori dal cancello che strilla e piange. Dentro che strilla e piange. I medici che si smazzano tutti, senza fiatare, a testa bassa. Un goccio di caffè e si ricomincia.
Di nuovo per strada. Di nuovo nel delirio. La parola che rimbomba nella testa, oltre alle bestemmie, che accompagnano e descrivono ogni scena di orrore, è brulicare. Brulicare. Brulicare. Tutto si muove. Senza alcun senso apparente. Anche chi sta fermo si muove.
Noi moschettieri cerchiamo di mantenere la lucidità. I fotografi si devono avvicinare con quell’attrezzo invasivo, sembrano distaccati. Cuttica è quello che a una prima occhiata sembra avere tutto sotto controllo, sembra solido. Salvo poi sbottare con commenti disperati. Credo che fotografi in apnea mentale, ma gli schiaffi gli arrivano forte e prima o dopo fanno male.
In ogni caso è troppa la violenza visiva, olfattiva, disperante, che ci circonda. Noi dobbiamo ricordare che siamo privilegiati, che ce ne andremo, che abbiamo l’acqua, che non abbiamo perso tutto. Quindi non siamo come loro. Siamo solo occhi e orecchie e mani e bocche. Per raccontare a chi non c’è che questo posto esiste. Sento già le polemiche dei duri e puri che ricordano a tutti, sì vabbè Haiti esisteva prima e nessuno se la inculava, con tutti i suoi problemi da paesepiùppoverodellemisferooccidentale. È vero. E quindi? Siete meglio voi che lo sapevate, per quanto mi riguarda la tragedia mi dà l’opportunità di raccontare questo posto e ora che posso lo faccio.
Nell’ospedale che puzza di piscio, di merda, di vomito, di cancrena, di braccia e gambe amputate e di morte, la gente ti racconta com’era casa loro. Com’è stato vedere quelli del piano di sopra che dopo un po’ stavano tre piani sotto di te che giocavi a carte con tua moglie, che però è stata risucchiata e fatta a pezzi dal crollo. Ti raccontano che è un miracolo che hai perso sei persone nella tua famiglia ma tua figlia si è salvata, trovata da un vicino due giorni dopo il crollo. Che Dio è grande e misericordioso nel suo amore. Se lo dici te…
L’arrivo al campo base ONU è straniante. C’è un brulicare di burocrati, funzionari, militari, caschi blu, sbirri, dottori. Anche qui ci si muove molto, e anche qui tutto questo movimento sembra non avere alcun senso. E a giudicare dai risultati ottenuti dalle istituzioni internazionali, forse il senso non ce l’ha proprio.
In compenso qui gli stipendi medi di quasi tutti sono considerevolmente alti, si chiacchiera in inglese, ci si connette a internet e si beve birra fresca, compilando migliaia di moduli, facendo decine di “riunioni operative” importantissime e supersegretissime per capire come cazzo fare a consegnare dei cazzo di pacchi col da mangiare e il da bere.
Nel frattempo si mangia e si beve. E si fanno briefing. Madonna quanti briefing se fanno qua.
Vi ci aspetta in macchina mentre torniamo dalla gita ai luoghi più divertenti di Port au Prince. Noi rimontiamo in macchina. il Principe gli parla in romano. Vi capisce e risponde in creolo ridendo. Ride molto. Perché qualcosa che tutti i megagiornalisti si scordano di dire è che qui la gente è molto gentile, amabile, per nulla aggressiva e violenta. E pronta a sorriderti. Benché gli sia venuto giù gesucristo.
Quindi sorridendo e parlando in creolo (che solo il Principe capisce) torniamo alla base e ci prepariamo a ciò che segue.

gennaio 22, 2010
foto Port au Prince. Fabio Cuttica

Ed eccoci qui nell’epicentro della tragedia planetaria. La verità è che di Haiti non glie ne frega proprio un cazzo a nessuno. Proprio, la gente al mondo pensa che sia un’isola. Invece poi vedi ed è un pezzo di un’isola. Manco è intera. Quella intera, dove poi ci sta Haiti dentro, si chiama Hispaniola. Un pezzo sfigato di un’isola. Un posto povero come pochi, pieno di negri terremotati, uraganati, massacrati più o meno sempre, che manco è l’Africa!! Che sull’Africa sono tutti d’accordo nel cordoglio, negli sguardi contriti, dici Africa e tutti pensano alla faccia un po’ dispiaciuta, all’espressione da salotto, preparata da anni. Dici Haiti e tutti pensano alla Polinesia. Quella è Tahiti. C’ha pure l’acca da un’altra parte. Allora gli fai, no Haiti è quella dei negri però latinoamericani che parlano quel francese strano. Quella che per prima si è resa indipendente, un paese di schiavi. Ah. E ‘ndo rimane?
Ora il terremoto. Sbragate migliaia di vite. In un secondo. Schiacciati sotto le macerie. Invasi i mezzi di comunicazione mondiali da immagini commoventi, strappacòre. Cordoglio a breve termine. Per l’Africa è diverso. Quello è a lungo termine. Rimane. Light, ma rimane. Questo vedi quanto ce metti a scortattelo. Chi se ricorda mo, sull’unghia, do rimane l’Indonesia? Ecco. Appunto. In più questi so pure negri.
Ora. L’armata Brancaleone catapultata nelle strade. Ho bisogno di raccontare le strade perché è qui che succedono le cose. L’azione, catturata dalle immagini dei miei compari, si manifesta e si spiega da sé nella strada. Io qui non parlo solo dei miei occhi. Qui abbiamo moltiplicato i nostri occhi, i nostri nasi, perché uno dei sensi più stimolati è l’olfatto da queste parti in questi giorni. Io ho il compito di raccontare con le parole quello che i nostri quattro corpi hanno registrato in questa settimana.
Alla partenza da Santo Domingo eravamo eccitati. Ma che sarà mai sta famosa Haiti? Ma che se dovemo aspettà? Ma come se dovemo comportà di fronte alle tragedie epocali? Se ponno fa le battute? Non saremo troppo cazzoni per essere testimoni di un evento del genere? Questa è robba che scotta. È robba dell’umanità.
Juan ce guardava appoggiato col braccio sullo sportello aperto della sua Honda bianca. Non sapeva. Salendo a bordo la macchina si abbassava quasi a toccare terra. “A regà, ma secondo voi non è bassina? Me sa che co sta cosa nun arivamo manco ar casello. E ancora non è salito Juan, guarda che panza, pare che s’è magnato er fijo!” E su queste parole del Principe, che rappresentavano i sentimenti dei quattro moschettieri, ci preparavamo non solo a guardare in faccia la STORIA (tutta maiuscola), ma addirittura a raccontarla. Vabbè, un pezzetto, però comunque sempre STORIA. Se solo la STORIA sapesse…
Il primo giro panoramico, il pomeriggio del primo giorno, ci fa stare tutti zitti. La Cité du Soleil. Di passaggio. Un assaggio. Il disastro è nelle loro vite. Sentivo qualcuno che ha detto “vabbè quelli già erano poracci, che je fa il terremoto?”. Il terremoto je fa. Se te c’hai un palazzo, milioni, 10 macchine e ti crolla tutto ti cambia la vita. Se te non c’hai un cazzo e te crolla tutto te bevi er piscio. Ed è proprio quello che usano fare qui.
Tutto intorno gente che cerca di raccattare pezzi di qualcosa per coprirsi, per vestirsi, per mangiare. E magari tua madre che prima della scossa ti mandava a comprare il riso ora è un mucchio di carne informe, gonfia che puzza che fa schifo. E non solo la tua. Pure quella del tuo vicino, la tua ragazza, il ferramenta, il pappone, la mignotta, il gatto, il rapinatore, l’ebanista, lo scultore. E tutto er condominio loro. E i parenti. E te siccome sei sfigato che sei rimasto vivo manco magni e te bevi l’acqua della fogna. Peccato che la fogna non ci sta. Infatti in questo paradiso tropicale si so dimenticati di fare le fogne. Le stavano a fa eh. Poi però all’ultimo zac! Scordati. Quindi quando tu caghi l’acqua va in certi canali di scolo un po’ così. Si mischia alla monnezza di passaggio. E visto che la città è in discesa, quando piove l’acqua se porta tutto a valle. A fa quello che gli esperti chiamano “er Mischione”. Vicino al quale è stata scattata la foto che sta qua sopra.
Allora ce le immaginiamo le signore haitiane, tesoro, mi raccomando, a mamma, lavati bene le mani quando torni a casa da fuori, che c’è la sporcizia. A mà, le mani me le lavo nel mischione, che cazzo dici?? L’acqua questa è. E poi, quale casa, mà? Ma tanto a noi ce dura un mese la tragedia. Je mannamo l’aiutiumanitari, spediamo lessemmesse da du euri, si attiva l’unità di crisi del MAE e passa la paura.
Questo passa nella mente al vostro reporter preferito e ai suoi compari silenziosi. Si sente il clic delle macchine fotografiche che devono testimoniare l’orrore.
Intorno baraccopoli improvvisate. Teloni. Noi in giro. E giunge la sera ed il buio. Si entra nel girone dantesco. Non so bene quale. Ma uno brutto. La macchina viaggia a velocità smodata con Jean Philippe che suona come un pazzo. Qua non è che non fai le infrazioni con la macchina. Qua fai le peggio cose con la macchina e mentre le fai suoni il clacson a palla. Sfrecciamo nella notte. Luci senza senso squarciano il buio. Non lo squarciano. lo ovattano. E nella penombra anime in pena vaganti sole insieme. Ombre che camminano. Ombre che occupano la strada. Ci mettono dei sassi a delimitare le carreggiate, o ci mettono i loro corpi sdraiati. Perché dopo sta schicchera de terremoto cor cazzo che dormimo dentro casa. Ah, quale casa?
Ombre che si mettono in gruppo e cantano canzoni a dio e a gesù, che se nun j’è fregato un cazzo de salvarli dal terremoto non si capisce perché mo li dovrebbe aiutare dopo. Arrangiatevi, stronzi!
Si canta insieme inni a gesù per paura degli spiriti. Per sconfiggere la paura. Per sentire calore. Per non sentirsi soli. Ancora più abbandonati. E sta per iniziare un circo, ragazzi, che vi lascerà ancora più soli, anche se dice di aiutarvi.
E noi si continua a sfrecciare. Ora davvero basiti per quest’atmosfera irreale, opaca ma che parla e si fa capire. Ci vorrebbe una foto di Cuttica per capire in un solo istante. E a me invece servono lunghe frasi.
Nel buio intravediamo palazzi crollati schiacciati sformati esplosi in quello che sembra un ghigno sgraziati case di disgraziati.
E noi sfrecciamo.
L’arrivo nella casa della nostra ospite. Una pastasciutta. Dormire sul cemento in giardino su un materasso fatto di asciugamanini che l’Ikea ha mandato come aiuto umanitario. Rossi. Blu. Con scritto Ikea. Grazie Ikea. Ora ti dormo sopra. Sopra la terra che ha tremato. Pronto a quello che deve arrivare.
Il sonno duro alla fine arriva.

gennaio 22, 2010
foto Port au Prince. di Emiliano Larizza

gennaio 22, 2010

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