Expo: se Milano esulta, Venezia deve piangere

Nessuno mi toglie dalla testa che coloro che “suicidarono l’Expo di Venezia – come ha scritto Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera – con una campagna di stampa ben orchestrata, da goliardiche raccolte di firme e dal prudente ritiro della candidatura dal governo (aggiungo io spaccato in due)” rappresentavano la minoranza dei veneziani. In quel caso ad essere silenziosa fu sfortunatamente la maggioranza, come accade quasi sempre a Venezia, che lascia via libera al partito del “No”. La fine della nostra Expo fu decretata nei salotti di coloro che trasformarono il tema terribilmente serio della salvaguardia, in un atteggiamento snob.
I giornali stanno dedicando pagine intere alla vittoria di Milano, a cui è stata affidata l’Expo 2015, e i dati riportati fanno male al cuore perché permetteranno eccezionali progetti di rilancio economico e culturale. Milano e il sistema viario della Lombardia cambieranno volto. L’impatto economico, con i nuovi 70 mila posti di lavoro, inciderà perfino sul Pil. Economisti, urbanisti, architetti, sociologi e promotori culturali sono al lavoro per innescare processi socio-economici a tempo medio, lungo e nel futuro delle comunità che interessano la vasta area metropolitana milanese. Uno strumento capace di inserire le province lombarde e il Nord, – come afferma lo stesso De Rita – nei grandi processi geopolitici che interessano l’Europa Centrale, i Paesi dell’Est e i nuovi percorsi aperti dalla globalizzazione.
Tutto questo abbiamo perso quando quasi 20 anni fa, il Partito del “No” impedì a Venezia di divenire punto di riferimento del mondo alla nascente tecnologia informatica. Quel progetto non avrebbe cementificato un bel nulla, ma avrebbe recuperato finalmente l’Arsenale e creato infrastrutture moderne, come il Magnete di Renzo Piano, e avrebbe liberato l’area dai fanghi inquinati di Marghera, per lasciar posto a una città dedicata all’innovazione scientifica.
Buona parte di coloro che fecero parte dell’ottuso fronte del “No” ora sono pentiti. Un’occasione persa dalla signora Cristina Romieri, che non si è ancora liberata dal sacro fuoco delle lotta contro la modernizzazione di Venezia. Non è vero che considero il fronte del “No”, come lei ha affermato: “un gruppo di comunisti testardi e stupidotti”, ma soltanto persone incapaci di liberarsi dalle costrizioni ideologiche che impediscono di guardare la realtà. Quel fronte del “No”, cara signora, potendo ora usare il senno del poi, deve farsi perdonare di alcune gravi valutazioni: il sindaco Casellati derise il progetto, affermando con stupefacente leggerezza, che era possibile realizzarlo senza l’Expo; l’Università elaborò uno studio, divenuto cavallo di battaglia del fronte del “No”, con il quale si affermò che Venezia non avrebbe potuto sopportare un’affluenza di 40-55 mila visitatori al giorno; infine, Venezia sarebbe stata snaturata.
Lei stessa afferma che in questi anni nulla è stato fatto, addossando la responsabilità alle giunte che si sono succedute. Ma si è resa conto che quelle amministrazioni erano e sono composte in gran parte da chi, appartenenti alla sinistra, avevano bocciato l’Expo? Che lo studio dell’Università fosse sballato ce ne rendiamo conto ogni giorno: magari fossero solo 40-50 mila i visitatori giornalieri, molto spesso raggiungono cifre molto più alte, addirittura 100 mila.
La Provincia ora si pente e comprende l’importanza dell’avvenimento, auspicando che Venezia possa inserirsi nel percorso dell’Expo di Milano con il proprio patrimonio culturale e monumentale. Non c’è dubbio. I visitatori di Milano verranno a flotte a Venezia, distante poche ore. Avremo così tutti gli svantaggi descritti dal fronte del “No”, senza usufruire dei benefici di Venezia 2000.
E’ imperdonabile l’incapacità di comprendere che quell’evento eccezionale avrebbe dato alla città uno sviluppo non solo compatibile, ma degno della sua suggestione, evitando, come sta accadendo ora, di trasformarsi in una Disneyland. Ma come può signora Romieri, non comprendere che l’Expo avrebbe paralizzato proprio quei poteri forti di cui fa riferimento. Come? Dando all’economia della Serenissima, un’alternativa degna. Meno bancarelle e più laboratori. Perché l’Expo non è una grande fiera, ma un seme che genera nuove originali opportunità.
Infine due raccomandazioni. La prima: non creda che solo nei salotti o nelle sezioni dei Verdi si possa palpitare per la salvaguardia dei monumenti e dell’ambiente. Basta avere buonsenso e sensibilità culturale: attributi che non si conquistano né per ceto, né per appartenenza politica. La seconda: non creda che i suoi avversari siano degli imbecilli e dei bugiardi. Il progetto Expo, di cui fu padre De Michelis, nacque dalle menti di scienziati e di grandi professionisti. Infine mi faccia togliere uno sfizio: in quel bistrot siete finiti perché era a quattro passi dalla sede del Bie, dove voi, sprovveduti, credevate si svolgesse l’assemblea dei delegati. Avete suonato il campanello e vi hanno dato l’imbarazzante notizia che i lavori si tenevano nella sede della Società Ferroviaria Francese. Povero gonfalone di Venezia che avete ripiegato e appoggiato tra i tavoli, i fumi e gli odori della succulenta cassoulet servita ai clienti incuriositi. Non lo ribadisco per testardaggine, ma solo perché l’anno scritto i giornalisti veneziani (tra questi la Trentin della Nuova e Comini del Gazzettino) che erano venuti a prendervi alla stazione. Non vi dico la soddisfazione del funzionario della Gendarmeria che per tutto il giorno aveva formato un cordone attorno alla sede dell’Assemblea dei delegati, con il timore che arrivaste con cattive intenzioni. Ma invece dei cannoni voi, per fortuna e saggezza, avete preferito la baguette.

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