La finanziaria blocca i ricoveri fuori regione

La finanziaria blocca i ricoveri fuori regione

I viaggi della speranza vanno inibiti per ragioni di bilancio

Le regioni del nord quelle che offrono un servizio sanitario migliore

Le nuove norme sulla sanità impediscono i ricoveri ai malati fuori regione. I viaggi della speranza dei pazienti che vanno altrove per curarsi, saranno limitati solo a quelli che hanno bisogno di cure ontologiche e trapianti.
A partire dal 2006, sono posti limiti ai rimborsi per le cure sostenute fuori delle regioni di residenza. Il direttore generale della Fondazione San Raffaele, Renato Botti, si è espresso negativamente: «La soluzione scelta crea discriminazioni fra i malati che, comunque sia, potranno permettersi di pagare privatamente le cure e quelli che invece dovranno rinunciarvi».
Gli istituti di cura e le strutture che attirano la maggior parte di trasferimenti di malati da tutta Italia sono: l’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma con 21.815 pazienti; l’Istituto G. Gaslini di Genova con 15.505; il Policlinico San Matteo con 12.714; il San Raffaele di Milano con 12.498. Tra le aziende sanitarie che attirano di più ci sono quelle di Pisa, 15.159 presenze; Verona con 13.636; Bologna con 13.191; Padova con 11.614; Siena con 8.499; Firenze con 7.923.
Questo flusso migratorio è giustificato dalla preoccupazione di vedersi curare al meglio possibile. Costa sacrifici e disagi ma per la salute si fa anche questo. Il 45,5% dei malati in attesa di trapianto di fegato, il 30,8% di grandi ustionati, il 29,1% per interventi vascolari, cambiano regione. Dal sud, ci si sposta al nord per essere curati meglio. Si pensi che, ogni anno, dalla Campania vanno in altre regioni a farsi curare, circa 95.000 pazienti, dalla Sicilia ne provengono 68.000, dalla Calabria 67.000 e dalla Puglia 66.000. Grandi numeri, dunque. Il tutto è giustificato da una sanità che funzione meglio al nord perché quelle del sud forniscono prestazioni spesso insufficienti.
Stando a questo fenomeno, il problema non sembra di facile soluzione: «Il problema non si risolve chiudendo i cancelli del San Raffaele, ma facendo sì che dieci San Raffaele possano sorgere in tutta Italia» continua Renato Botti. Sulla stessa lunghezza d’onda anche gli assessori alla sanità regionali «i problemi non si risolvono introducendo limiti ma facendo investimenti» ha affermato Doris Lo Moro, responsabile per la Calabria.
In effetti, alcune regioni del nord come la Lombardia, l’Emila Romagna ed il Veneto, sono prese d’assalto dai malati provenienti dal sud. Sono queste, le strutture che godono di miglior fama ed efficienza dal punto di vista sanitario.
I numeri, infatti, dicono che, al paragone, le strutture del sud sono meno efficienti e peggio equipaggiate. Il personale medico e paramedico è in numero inferiore, la mortalità da 0 a 4 anni è superiore come quella perinatale, gli ambulatori ed i laboratori pubblici al sud sono il 39,4% contro il 62,5% del nord, mentre quelli privati lievitano al 60,6% contro il 37,5% del nord.
Quest’ultimo dato è veramente singolare e particolarmente indicativo, lascia adito ad illazioni non proprio piacevoli.
In ogni caso, comunque stiano le cose «Se la legge che hanno varato ora, ci fosse stata sei mesi addietro, il calvario di mio figlio non sarebbe ancora finito» assicura la mamma di Carlo, un bambino malato emigrato dalla Campania curato e guarito a Genova.

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