MARGINALMENTE N. 158 del 18.nov.2017

IL GIOVANE RIINA UN “INVESTIMENTO” DELLO STATO

Non desidero tediarvi anch’io parlandovi per l’ennesima volta della morte di Totò ‘u curtu, ovvero Riina, delle stragi di Capaci eccetera. Tutte cose risapute e ridette tante volte in questi giorni. Desidero, invece, sottoporre anche a voi una riflessione che sinteticamente è il titolo di questa rubrica, e cioè che su Totò Riina lo Stato italiano fece un investimento, investimento sbagliato, come continua a farne tanti. Certo, lo Stato deve anche investire in clemenza per cercare di recuperare un cittadino che sbaglia, specie se giovane. Ma la clemenza va ben pesata e il destinatario va attentamente valutato.

Scusate il “pistolotto”, ma voglio dire che se a ‘u curto nel 1949 fossero stati comminati più dei 12 anni e 4 mesi per l’assassinio di un altro ragazzo, Domenico Di Matteo; e, ancora meglio, se quella pena non fosse stata banalmente ridotta a sei anni consentendo al futuro capo dei capi di uscire nel 1955, forse il mafioso più sanguinario della storia avrebbe perso il treno e non sarebbe mai giunto al vertice della mafia.

Riina, quando il 13 maggio 1949, accompagnato dai suoi amici inseparabili (Binnu Provenzano, Calogero Bagarella e compagnia bella) scaricò l’intero caricatore della propria pistola contro una banda avversaria di ragazzi, uccidendo il Di Matteo, aveva appena diciotto anni ma non era sconosciuto alla legge. La sua giovane banda di contadini ormai già sulla cattiva strada, era al servizio di un personaggio di cui si parlerà molto nella storia criminale siciliana: Luciano Liggio. E questi, all’epoca, era il braccio destro del capomafia Michele Navarra, medico di Corleone.

Quando la sera del 10 marzo 1948 fu fatto sparire il sindacalista socialista Placido Rizzotto (fu ritrovato ammazzato in una foiba due anni dopo) tutti sapevano che era stato Luciano Liggio il quale precedentemente era stato “offeso” dal sindacalista. Si pensò, da certi riscontri, che anche Riina avesse partecipato all’agguato e all’omicidio, ma non si trovò nulla di concreto anche se le indagini furono condotte dall’allora giovane capitano dei Carabinieri Carlo Alberto Della Chiesa che anni dopo, tornato in Sicilia da generale e prefetto, sarebbe stato trucidato dall’antico “picciotto” ormai diventato anche lui “generale”. Anche Liggio, sebbene imputato per omicidio, fu assolto in tutti e tre i gradi di giudizio per insufficienza di prove. Ma restò agli archivi dei servizi segreti questa nota riguardante ‘u curtu : “Il primo delitto eclatante che vede coinvolto il giovane Riina risale al 1948 quando viene ucciso Placido Rizzotto (…) l’azione è compiuta da Luciano Liggio con la collaborazione del giovane Riina”. Le notizie sono tratte dall’ottimo libro di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo “Il capo dei capi”.

Quindi, quando per la prima volta Riina viene arrestato per aver ucciso a pistolettate in pieno giorno, durante una rissa, un altro giovane, non è uno qualunque, ma il capo di una banda di giovani delinquenti e già così determinato e spietato da essere il più stretto collaboratore di un pezzo grosso come Luciano Liggio.

Invece, fu trattato dallo Stato come uno studentello che avesse fatto una ragazzata, che avesse sì commesso un reato, ma sul quale si poteva investire in clemenza con una pena di soli dodici anni poi ridotti a sei. Quella clemenza non riportò Riina al lavoro nei piccoli appezzamenti di terreno ereditati dal padre, ma alla più eclatante escalation mafiosa che ha fatto contare forse un migliaio di uccisioni tra cui Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, il cap. Basile, il commissario Boris Giuliano, i vari giudici Livatino, Cassarà, Scaglione, Caponnetto, Ciaccio Montalto e tanti (troppi) altri. Sino alla stagione dello stragismo mafioso.

Oggi quelle teorie hanno fatto scuola e dalle cronache appare come se non si riesca più a mettere in galera nessuno, neanche – come si legge in questi giorni – un gruppo di cinque jiadisti magrebini di Torino che si sa che organizzano l’espatrio di combattenti dell’Isis e preparano attentati: la Procura invano chiede l’arresto da mesi.

Abbiamo fatto crescere la mafia finchè non sono arrivati uomini come il col. Mori e il cap. Ultimo a tagliare la testa del serpente; abbiamo fatto crescere il terrorismo finchè non arrivò il gen. Dalla Chiesa; ora ci siamo completamente sbracati lasciando il popolo in balia di ogni sorta di mafie anche straniere, di sbandati e terroristi. E continueremo ogni giorno a piangere per il sangue versato.

Antonio Biella

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