Senza sirene arriva la morte

La chiamano guerra, ma io la guerra la ricordo in altro modo. La guerra non permetteva a me, bambino, e alla mia famiglia di starcene tranquilli in casa, anzi, in certi momenti era meglio allontanarsi dalle case. C’era, per i civili, il pericolo delle bombe, la paura delle bombe, e verso la fine della guerra, a Carrara dove abitavamo, la paura delle cannonate. Ma oltre a questa paura, c’era la fame e c’era il freddo. Il freddo mi è rimasto in mente più della fame, forse perché qualcosa mamma riusciva sempre a mettere a tavola. Una zuppa di verdura, della polenta, del pan cotto, pane e lardo, pane e olio. Ma il freddo, il freddo lo ricordo bene, in casa, e fuori, specialmente la mattina presto d’inverno quando andavo a scuola. In casa, alle volte, poiché i capelli erano sempre tagliati corti, mettevo sulla nuca gelata le mani intrecciando le dita, e poi era un sacrificio toglierle, e giravo per casa con le mani dietro la nuca. La mattina era un piacere sentire la mano calda di mio padre sulla faccia. Ci mettevamo in fila e lui ci lavava rapidamente il viso con l’acqua che aveva scaldato per radersi. E poi fuori al gelo. Ma lasciamo perdere i ricordi, la fetta di castagnaccio acquistata per strada per la colazione a scuola, e che difficilmente restava sotto il banco per essere mangiata durante l’intervallo. Torniamo alle bombe e alle cannonate, alle schegge di cannonate, che alle volte raccoglievamo nella nostra strada, in via Manzoni. Lasciamo perdere i ricordi. Oggi alla paura delle bombe e dei proiettili, non si accompagnano la fame e il freddo. Però una differenza c’è. A Carrara, le sirene ci avvertivano che stavano arrivando gli aeroplani, le bombe sulle case, l’allarme ci avvertiva del pericolo, ci comunicava che poteva anche arrivare la morte. Si correva nei rifugi. Alle volte mamma restava in casa, si affidava alla Madonna. Adesso non suona l’allarme. Le bombe e i proiettili dei terroristi arrivano senza preavviso. Senza sirene arriva la morte.

Carmelo Dini

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