Paura dei barbari

Orrore e morte si affastellano, fra decapitazioni di massa e raid aerei, vendette senza fine che nessuno prova ad arginare o fermare, con tutti che si sentono legittimati da dio e credono che il mostro sia il nemico, senza accorgersi che invece li abita, profondamente.
Sono in molti a giudicare sacrosanti i raid egiziani sui campi libici dell’ISIS, come ieri avevano plaudito a quelli giordani e considerata sacrosanta l’ira di Usa e Inghilterra, per primi impegnati contro l’orrore del Califfato universale, che tinge di nero ancora più cupo quel fondamentalismo bieco e feroce che con il nome di jihad, attraverso una multiforme costellazione di soggetti e raggruppamenti, consolidatisi con particolare forza dopo gli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, riducendo un fenomeno storicamente complesso a una dimensione conflittuale marcatamente brutale e violenta, che funge da base ideologica per il terrorismo di matrice islamica e che, grazie anche a una propaganda particolarmente efficace, ha attratto nell’ultimo decennio migliaia di nuovi adepti che ora, dopo i recenti fatti di Parigi e di Copenaghen e dopo l’allarme che viene dalla sappiamo riguardate il mondo intero.
Orrore, paura, disgusto e voglia di vendetta serpeggiano ovunque e sono in molti ormai, la maggioranza, a dire che non basta più la distinzione fra islam moderato e integralismo, che tale distinzione non è sufficiente né da parte dei musulmani, né da parte di quella che, con molta approssimazione, chiameremo la “sinistra”.; perché non basta distinguere, non basta costruire moschee e non basta accogliere gli immigrati.
Ma, a differenza dei più, dalla parte dei pochi come Anna Maria Cossiga, poiché con Voltaire crediamo nel primato della Ragione, poiché con Ernesto De Martino sappiamo che nei momenti più difficili e bui bisogna sottoporre a critica costruttiva la cultura cui si appartiene per capire meglio noi stessi e gli altri.; credo che soprattutto ora dobbiamo riflettere su quanto scritto di recente dal filosofo franco-musulmano Abdennour Bidar – che si autodefinisce “istmo tra i due mari dell’Oriente e dell’Occidente” e limitarsi a dire “no all’Islam” significa “mettere al mondo un mostro” e, infine, “associarsi a questo mostro” e alle sue orrende nefandezze.
Ci vuole vera conoscenza e vero rispetto, vera consapevolezza che le culture, tutte le culture, non possono essere universi in sé compiuti e immutabili, quasi che lo svolgimento storico non li tocchi e i contatti con altri popoli e idee non siano in grado di influenzarli.
Lo scontro fra integralisti islamici e cristiani che parlano di scontro di civiltà, ricorda nei fatti, luttuosi, crescenti e quotidiani, l’insulsa lotta fra creazionisti e i degenerazionisti del passato (ma anche del presente), secondo cui Dio ha creato il mondo e la vita così come li vediamo e, se qualche cambiamento c’è stato, è dovuto solo alla degenerazione del peccato originale – o dell’allontanamento dalla via indicata da Allah attraverso il suo profeta Maometto, se preferite.
Guai a seguire l’esempio di chi, come Giuliano Ferrara, definisce i fatti di Libia, di Parigi e di Copenaghen una “crociata contro la croce” e invita, come un invasato che “questo non è terrorismo, ma una guerra santa contro l’Occidente ebraico e cristiano”.
Non servono le parole di papa Francesco, si preferisce la narrazione retrograda, sanguinaria e destrorsa di Ferrara oggi e di George W. Bush ieri, si deve andare in Siria ed impiccare Assad, come è stato fatto per Saddam.
In questa dicotomia di contraddizione di chi si dice cristiano ma non ascolta il Papa, rivediamo, per dirla con Sergio Quinzio nel suo “Radici ebraiche del moderno, il trionfo di un Occidente che è portatore di una forma di integralismo, non religioso, ma culturale, che fa il gioco del nemico che si vuole vincere.
Va comunque detto che purtroppo, sebbene contrario a tale tipo di atteggiamento, non sono completamente convinto né dalla “narrazione di sinistra” che, pur proponendo principi altamente condivisibili e di matrice occidentale e illuminista – i diritti umani, il diritto alla diversità, l'accoglienza dell'altro, il dialogo tra culture e religioni e la piena libertà di culto, alla fine sfocia in soluzioni poco incisive e ragionevoli fatte di buonismo”, “amicizia con il terrorismo islamico” ,”complicità con l'immigrazione di massa” “miopia”, quando non cecità assoluta; né da quella cattolica, con un papa coraggioso ma che, in questo ambito, non offre soluzioni migliori di quelle della “sinistra”.
Né tanto meno mi convince il piagnisteo di chi afferma che siamo storicamente colpevoli di tutto, senza che si giunga alla consapevole constatazione che non il passato, ma il presente va cambiato e per essere e credibile, l’Occidente deve essere più coerente con se stesso e con i propri valori.; quei valori che spesso, purtroppo, sembrano valere solo per “noi” e non per gli “altri”.
Aveva ragione Tzvetan Todorov che nel saggio “Paura dei barbari” scriveva “la paura ei barbari può renderci barbari” e in un mondo dagli equilibri stravolti e diviso non più tra Oriente e Occidente o tra Nord e Sud, ma tra paesi dominati dal risentimento e paesi dominati dalla paura, è necessario riprendere in mano la riflessione sulla possibile convivenza con il diverso: l’altro, che provenendo da una cultura differente finiamo per classificare semplicemente come “barbaro”. L’Europa, in particolare, oggi preda della paura nei confronti dell’islam, rischia di reagire in modo violento, provocando un duplice paradosso: “da una parte «la paura dei barbari rischia di trasformare noi stessi in barbari”; dall’altra “rende il nostro avversario più forte e noi più deboli”.

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