PIAZZA VESCOVIO, INTITOLATO UN GIARDINO A FRANCESCO CECCHIN

Piazza Vescovio, quartiere Trieste. Anni addietro questa zona è stata protagonista di un brutto fatto di violenza e terrorismo politico che, all’epoca, faceva da padrone nel nostro paese. Francesco Cecchin, giovane militante del Fronte della Gioventù fu gravemente ferito nella notte fra il 28 e il 29 maggio del 1979 da un gruppo di giovani attivisti del vecchio Partito Comunista Italiano che prima lo inseguirono, a bordo di una Fiat 850 e poi, molto probabilmente lo pestarono brutalmente per poi gettarlo nel cortile di un condominio dello stesso quartiere. Cecchin morì dopo 19 giorni di coma il 16 giugno. Alcuni giorni dopo la sua morte fu lanciata una bomba contro una sede PCI, attentato rivendicato dai Nuclei Armati Rivoluzionari. Successivamente fu inviato un messaggio di morte all’indirizzo di Sante Moretti, allora segretario della sezione PCI- quartiere Trieste, e ritenuto da una parte di opinione pubblica e politica responsabile del brutale assassinio. Moretti, nel corso di una discussione avuti alcuni giorni prima con Cecchin, secondo la testimonianza di militanti FDG dell’epoca, minacciò la giovane vittima durante una lite. La morte del militante missino è stata impunita per ben 32 anni; fu arrestato e processato Stefano Marozza, proprietario della Fiat 850 che inseguì lo stesso Cecchin, ma le prove non furono sufficienti per scrivere una sentenza di condanna. Il magistrato, costretto a pronunciarsi sul quel brutto episodio, disse che se non era stato in grado di condannare l'imputato e neppure di fare piena luce sull'omicidio Cecchin, ciò era colpa dei ritardi nelle indagini e del modo di procedere degli investigatori, al punto che lo stesso giudice ha anche ipotizzato persino di avviare un procedimento nei confronti degli organi di Pubblica Sicurezza, idea che però non si concretizzò con nessun capo di accusa nei confronti degli agenti. Uno stralcio di quella sentenza disse chiaramente: “Appare incomprensibile la mancanza di ogni attività investigativa nell'ambito degli appartenenti alla fazione politica opposta a quella della vittima. La mancanza di prove in ordine al crimine commesso è con tutta probabilità da connettere a un’estrema lacunosità delle indagini sotto i profili qualitativo, quantitativo e temporale”. L’amaro verdetto è datato 23 gennaio 1981. Omicidio con una vittima, ma senza colpevoli. Oggi, dopo 32 anni da quella brutta notte romana, Francesco Cecchin ha avuto almeno una giustizia morale. In Piazza Vescovio è stato intitolato un giardino in sua memoria. Soddisfazione è stata espressa dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, dal ministro della gioventù Giorgia Meloni e da esponenti di centrodestra. Luca Malcotti, assessore alle infrastrutture e lavori pubblici, ha detto: “Con l’intitolazione del giardino di piazza Vescovio a Francesco Cecchin si rimargina una ferita rimasta aperta 32 anni, fatta di oblio, di menzogne e di calunnie. Dal giardino intitolato al giovane ragazzo ucciso, si eleva un messaggio di pacificazione, fede e di giustizia che ci auguriamo sia colto soprattutto dalle nuove generazioni. Un eventuale non riconoscimento, sarebbe stato un grande errore”. Si toglie qualche sassolino dalla scarpa, Cristiano Bonelli, presidente del IV Municipio il quale dichiara: “Vista dai quartieri di periferia una certa sinistra è sempre più incomprensibile”. Affacciati dai loro lussuosi attici nei quartieri bene della capitale, trovano irritante che un’area verde sia intitolata a un ragazzo ucciso a 17 anni solo perché la pensava in maniera diversa da loro. Fortunatamente la coscienza popolare dei quartieri della nostra città, è più aderente all’odierna realtà”. La classe politica di un tempo e quella odierna condannano a 360 gradi la pagina più brutta della nostra storia, durata ben diciannove anni, fino al delitto Ruffilli. L’Italia democratica e pacifica ha dimostrato ancora una volta di non voler dimenticare le vittime della feroce ideologia.
Marco Chinicò

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