Il “Corriere” di De Bortoli: speranze e timori

di Ferruccio De Bortoli, 7 aprile 2009

Cari colleghi,

Come prima cosa lasciatemi dire che, di fronte alla tragedia nazionale che viviamo in queste ore, il Corriere e la sua edizione on line hanno dato ancora una volta la prova di che cosa voglia dire essere un grande giornale. Lo si vede dalla capacità di raccontare i grandi avvenimenti e di indagarne le cause.

Poi, e veniamo a noi, è bello ed emozionante ritrovarvi, ma vi dico subito che per me questa non è la seconda volta che mi presento alla redazione del Corriere, nella sala Albertini. Ma la prima. Perché rispetto a dodici anni fa il mondo è cambiato profondamente, l’editoria meno. E qui sta tutto il nostro problema. D’ora in poi non farò più cenno diretto alla mia precedente esperienza trentennale in questo giornale, dove sono entrato come cronista. E tale spero di rimanere.

Prima di parlarvi un po’ del giornale e della professione lasciatemi ringraziare Paolo Mieli di cui sono e resto allievo. Mieli ha rinnovato il Corriere, lo ha confermato nella sua storica primazia. E lo ha diretto in questi anni, che forse sono stati tra i più difficili, con saggezza ed equilibrio. Tra noi non c’è solo amicizia ma forte continuità professionale e culturale. Mieli continuerà a scrivere, e io ne sono onorato, sul suo giornale. Come fece quando ereditò la rubrica di Montanelli, che lui riportò al Corriere.

Che cosa rappresenti per il nostro Paese un’istituzione come il Corriere della Sera non è nemmeno necessario che ve lo dica. E’ un simbolo della civiltà laica. E’ sempre stato un giornale aperto, lungo il suo tracciato storico liberaldemocratico. Un giornale aperto in cui tutte le idee si sono confrontate e rispettate. Il luogo dell’incontro più proficuo tra laici e cattolici, la palestra della tolleranza e della ragione.

Il Corriere ha anticipato e accompagnato il progresso civile della Nazione, la sua apertura all’Europa e al mondo. I suoi valori di fondo sono nell’aria buona che si respira (quando c’è), in questo Paese; sono scritti nella prima parte della Costituzione, nella difesa delle libertà individuali, nella libera iniziativa economica, nell’economia di mercato e nella concorrenza. Vi chiederanno: il Corriere da che parte sta? La risposta è questa: sta dalla parte dei suoi valori. Che sono anche quelli della moderazione e del dialogo. Se dovessi dire chi rappresenta, e ambisce a rappresentare di più oggi, direi in un titolo: “L’Italia che ce la fa”. Non so se entri nei nuovi format grafici. Ma ce lo faremo entrare.

Dunque, la migliore classe dirigente. Il ceto medio produttivo: che lavora, investe, studia, insegna. Crea lavoro. Che sta nelle piccole aziende, nelle professioni, negli uffici, privati e pubblici. Che si rimbocca le maniche ed è orgoglioso di quello che fa. Ogni giorno. E va informato correttamente. E va rappresentato. E qui sta la differenza sostanziale rispetto al passato. Il nostro nuovo compito. Perché un giornale moderno è anche uno specchio dell’identità di chi lo legge, non è soltanto, e per fortuna, un semplice organo di informazione. Altrimenti sarebbe già stato spazzato via.

Il Corriere giudica sui fatti. Senza pregiudizi. La sua indipendenza è un bene assoluto. Nei confronti del governo, nei confronti dell’opposizione. E anche degli stessi azionisti che partecipano al capitale della casa editrice. Il Corriere esisteva, ed era protagonista della vita politica e culturale italiana, prima che venissero fondate tutte le aziende che fanno parte della sua più recente proprietà. Eccetto una, nella quale lavorò per pochi mesi Kafka. Il Corriere l’avrebbe tenuto un po’ più a lungo.

Dunque, il solco è quello. Quali temi potranno essere esplorati in questa nuova stagione, in modo da dare un contributo decisivo alla creazione di una pubblica opinione più avvertita e consapevole? Ve ne elenco alcuni. La qualità della cittadinanza. La coscienza che esista un interesse comune. Un interesse comune che non è la semplice sommatoria degli interessi privati. Il senso di legalità insieme all’etica della funzione pubblica. L’idea che senza un più forte capitale sociale, che è fatto di formazione e talenti, il Paese non progredisce. Il Corriere è sempre stato il più grande laboratorio culturale italiano. Dovrà esserlo ancora di più nell’aiutare lo sviluppo di una società multietnica ordinata. E il Corriere, lo ricordava bene Mieli nel suo fondo di domenica, è e dev’essere lo strumento più raffinato per comprendere i temi di fondo della globalità. Bisogna aprirsi di più al mondo. Non solo nella ricerca dell’originale e dell’eccentrico. Anche nell’esplorazione delle linee che stanno sotto la superficie degli avvenimenti. Il Corriere fa capire. Il Corriere non confonde.

Ancora per pochi giorni io sono nella curiosa condizione di direttore designato e di responsabile di una testata concorrente. E allora lasciatevi dire che, visto da fuori, avete fatto in questi anni, anche con la direzione di Stefano Folli, un ottimo lavoro. Un giornale all’altezza della sua tradizione. Avete sviluppato un Corriere.it moderno e competitivo. E costruito, con tutte le testate locali (Corriere del Mezzogiorno, Corriere Veneto, Corriere Fiorentino, Corriere di Bologna, Corriere del Trentino), i supplementi (il Magazine, Corriere Economia, Vivimilano, Corriere Salute, Corriere Motori) e gli allegati (Io Donna e Style) un autentico sistema informativo integrato. Vi ho invidiato e temuto. Ma c’è una condizione psicologica che vive il giornalista del Corriere. Qui dentro è portato a sviluppare, insieme a un orgoglio di appartenenza che altrove non esiste, una sorta di inquietudine. L’inquietudine è l’altra faccia della passione. L’ha ben descritta Dino Buzzati. Inquietudine che forse maturò nelle ore passate nel corridoio qui a fianco, con la bozza della pagina in mano, in attesa di essere ricevuto dalla direzione. Quando siamo fuori da questo palazzo, e l’ho provato anch’io, ci rendiamo conto di ciò che abbiamo perso e di quanto sia preziosa l’appartenza a questa istituzione. E di quanto contiamo meno senza il Corriere: nella percezione del nostro prestigio professionale, nel valore della nostra firma, anche nel senso della nostra vita personale. Piero Ostellino lo definì un club al quale ci si iscrive per sempre. Non disse, però, qual era la quota di ammissione.

Vi dico anche, cari colleghi, che avendo fatto, e rischiato di fare altri mestieri, quello del giornalista è il migliore che ci possa essere capitato. Biagi diceva che per fortuna i suoi editori non scoprirono mai che lui il giornalista lo avrebbe fatto anche gratis. Oggi chiederei ad Enzo, vista la crisi della stampa, di autocensurarsi. Molte volte mi hanno chiesto che cosa rende così appassionante la mia professione rispetto alle altre. Ho sempre dato risposte affrettate e prevedibili. Poi, l’altro giorno, prendendo in mano un volume edito da questa casa editrice “Come si scrive il Corriere della Sera”, ho pensato che la risposta giusta possa essere questa. Io so dove mi trovavo il 16 marzo del 1978, il 9 novembre del 1989, l’11 settembre del 2001. Ed ero qui. So anche dov’ero, l’11 marzo del 2004, perché non facevo il giornalista. E, quando accadde un grande fatto di cronaca, io mi occupavo dell’integrazione fra una società italiana e una francese, fatto di cui tutti si sarebbe dimenticati il giorno dopo, forse anche la sera stessa.

Un cronista è testimone privilegiato del suo tempo. E lo racconta bene se è accompagnato dal dubbio e dall’umiltà, oltre che dalla passione. Il giornalista ha molti pregi. E molti difetti. Dobbiamo avere l’onestà intellettuale di riconoscerli. Parlo in generale. Il giornalista è un buon professionista se non polemizza coi fatti quando, descrivendoli, si accorge che smentiscono le sue idee. Le sue idee sono rispettabili, per carità. Ma il giornale e la Rete non sono proprietà personale. Bisogna rispettare di più il diritto del lettore ad avere una rappresentazione onesta della realtà. Perché solo così quel lettore può decidere al meglio. E perché solo così un cittadino è informato e libero. Noi, a volte, scriviamo troppo per le nostre fonti e troppo poco per i nostri lettori. Abbiamo, e l’ho notato con frequenza sulla stampa italiana, scarsa attenzione per la qualità della scrittura e la comprensibilità dei testi. Stentiamo a riconoscere i nostri errori. Spieghiamo poco: l’informazione è anche un utile strumento di lavoro. Il lettore cerca in un giornale una chiave di interpretazione della realtà che lo circonda, diversa da quella che ha in televisione, sul computer, sul blackberry e sull’i Phone. Ma se noi gliela rendiamo ancora più difficile e oscura, ripetendo senza valori aggiunti ciò che il lettore ha visto e ascoltato su altri media o sulla free press, perché dovrebbe continuare ad acquistarci? Perché dovrebbe farlo se il nostro menabò è prevedibile, i titoli sono poco accurati e c’è un uso eccessivo di frasi fatte? Perché?

Viviamo in una stagione nella quale l’informazione è una commodity gratuita, purtroppo. La si può avere ovunque. La nostra unica salvezza, ma anche la nostra grande opportunità, è spingere su una informazione di qualità, con notizie, approfondimenti e inchieste. Una informazione di qualità che si integri meglio con la Rete. Ma sia difficilmente replicabile e giustifichi il suo valore d’uso. Noi dobbiamo spingere al massimo, ancora di più di quanto abbiate fatto finora, nell’integrazione fra web e carta. Ma distinguendo di più fra i due mezzi. Affinché il primo non soffochi la seconda e la Rete costituisca la difesa e la promozione, con tutte le modalità multimediali, di un grande marchio di qualità come il Corriere della Sera.

I giornali sono in crisi. In tutto il mondo. Ma non sono mai stati così letti, su carta e sul web, come oggi. Ci sarà una ragione se un navigatore sceglie, per avere un’informazione certificata, una testata storica. Vuol dire che quella testata è credibile, affidabile. I giornalisti devono affrontare la sfida, mettersi in gioco, uscire dalle protezioni corporative. Chiedetevi quanti giornalisti professionisti, con regolare contratto, lavorano sulla Rete che ha in Italia più di 22 milioni di utenti. Poche decine. Beh, qualcosa non va. Anche nella nostra capacità di riflettere sulla sfida della multimedialità. Siamo indietro, molto indietro, cari colleghi. Pensiamo soltanto alle grandi potenzialità informative dei palmari e dei telefonini full screen

I quotidiani hanno un futuro? Io sono convinto di sì e non lo dico per farmi coraggio o per farvi coraggio. Dico sempre, a mo’ di battuta, che i giornali vengono da lontano ma non appartengono al passato. Pensate a quanto è ancora forte, pur con diffusioni calanti, il rapporto fra un lettore e il suo giornale. Quando molti di voi, io compreso, cominciavano questa professione, il lettore usciva di casa e arrivava in edicola senza sapere nulla di ciò che era successo il giorno prima. Oggi quando esce di casa sa già tutto. Spesso ha già il giornale sul proprio computer o palmare. Entra in un bar con un video acceso. E così nel metrò. Gli danno in mano tre o quattro free press. Eppure, esausto di tanta informazione in pillole e gratuita, arriva in edicola e compra, ripeto compra, il suo giornale. Ebbene, un rapporto straordinario, un legame fortissimo, di pelle. Nessun grande prodotto di qualità del made in Italy resisterebbe a una concorrenza così spietata. E aggiungo sleale.

E allora vi dev’essere una ragione profonda che lega il lettore al proprio quotidiano. E questa ragione sta nella qualità e nella credibilità dell’informazione. Nella capacità del giornale di rappresentare la comunità a cui si rivolge. Di rappresentarla e di difenderla nei suoi bisogni, persino nelle sue paure, ma nella costante necessità di veder riaffermata la propria identità, la propria cultura, le proprie tradizioni. Nella sua utilità come strumento per capire il mondo ma nello stesso tempo come antidoto alla solitudine della globalità. Però, ve lo dico subito, bisogna essere più umili, mettersi di più nei panni di chi legge, avere la pazienza di rispondere alle mail, per esempio. Ogni lettore va curato personalmente, non deve mai sentirsi abbandonato dal proprio quotidiano. Perché poi non torna più. E perché, ricordatevi, nella Rete il lettore sta un gradino sopra di noi. E’ insieme navigatore, utente, consumatore, certificatore e persino giornalista. Qualche volta migliore di noi. Guardate con interesse il fenomeno dei social network e del citizen journalism. Non con sufficienza. Nel minuto successivo alla scossa del terremoto in Abruzzo c’erano già otto persone che l’avevano comunicato, facendo i cronisti, su Twitter.

Ritorno all’esempio di prima. Uscendo di casa la mattina provate a domandarvi quanti sono i simboli della vostra identità, le cose che vi ricordano le ragioni di una cittadinanza, i legami di una comunità. Potreste trovarvi in qualsiasi altro Paese. I marchi sono tutti globali e privi di cittadinanza. In strada, sulla rete, in tv, al cinema. Un gigantesco format globale. E, se ci pensate bene, i simboli di quello che siamo sono rimasti pochissimi. E la stampa è tra questi. E resterà.

Ci sono molte ragioni per preoccuparci, ma anche diverse e profonde per avere fiducia. Dopotutto siamo fortunati. Non è un periodo storico noioso. Dovremo fare dei sacrifici. Dei duri sacrifici. Questo sì. E l’ho detto al comitato di redazione. Ma ho anche detto che la redazione viene prima di tutto ed è al centro di tutto. E merita tutte le garanzie possibili. Ne sono consapevoli Piergaetano Marchetti e Antonello Perricone, che ringrazio per la fiducia, alla guida di un gruppo che sta affrontando una difficilissima congiuntura di mercato. Non solo editoriale.

Dobbiamo affrontare la sfida del cambiamento cercando di fare un giornale di maggiore qualità, più snello, con una grafica più sobria ma ugualmente accattivante, con un’infografica che consenta un vero secondo percorso di lettura, non una divagazione estetica. Avendo cura di spiegare e semplificare realtà complesse a un lettore che al 52 per cento ci legge la sera, dopo cena. E al mattino ci sfoglia soltanto. Con un’ attenzione maggiore ai fatti e meno alla sovrastruttura degli avvenimenti. Più costruttivi e meno distruttivi. Si può essere divertenti e imprevedibili senza correre il rischio di essere banali o persino volgari. Dobbiamo occuparci di più e meglio, e già lo facciamo in particolare nelle edizioni locali, che qui ancora ringrazio per il grande lavoro che svolgono, della vita quotidiana della gente, dei problemi della scuola, della famiglia, dei giovani, delle relazioni umane. Oggi i giornali sono in crisi anche perché si occupano di una percentuale infinitamente piccola della vita quotidiana dei propri lettori.

Dunque, idee e proposte. E soprattutto: notizie, notizie, notizie. Verificate, verificate, verificate. In libertà, ma con la massima responsabilità. Senza nascondere nulla, ma riconoscendo di più i propri errori.

Sono sicuro, cari colleghi, e l’ho fatta troppo lunga, che insieme faremo un buon giornale, serio, onesto, costruttivo, libero, inattaccabile per qualità e competenze. Con l’aiuto di tutti i settori e di un gruppo di grandi firme che tutti ci invidiano. Anche all’estero. E che io ho letto e invidiato per anni. E con i giovani, molti qui presenti, e gli altri che verranno. Verso i giovani dovremmo avere più attenzione e responsabilità. Perché leggano il Corriere. E perché a loro dovremo lasciare un giorno il nostro grande patrimonio. Come erano giovani, giovanissimi, quando ci hanno lasciati, uccisi semplicemente per aver fatto il loro lavoro, Walter Tobagi e Maria Grazia Cutuli. Il prezzo della libertà di stampa è anche questo e noi non dobbiamo mai dimenticarcelo. Il mio ultimo pensiero va a loro. Con voi. Grazie. (Micromega)

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