Nei ristoranti statunitensi la wine list parla italiano

Il made in Italy si conferma leader tra i vini d’importazione in quella che si appresta a diventare la piazza enologica più importante al mondo. Cresce il consumo di vino tra donne e giovani americani

di Ernesto Vania

Donna americana, trentacinquenne, di reddito elevato (circa 75mila Usd l’anno), cerca vino italiano, possibilmente rosso.

È questo l’identikit del consumatore medio di vino negli Usa, secondo i dati elaborati dal Centro Studi Vinitaly di VeronaFiere.

Un mercato che ha visto crescere il consumo di vino nell’ultimo decennio del 30% e che si prepara ad essere, entro il 2012, la piazza enologica più grande nel mondo, superando la Francia per quantità di volumi trattati (fonte Iwsr – International Wine Spirits Record).
Anche in tempi di crisi, infatti, il vino negli Stati Uniti non mostra segni di recessione, confermandosi come grande opportunità per l’export italiano. Nel 2008 il mercato Usa ha chiuso in modo stabile, attestandosi attorno ai 3,6 miliardi di bottiglie consumate, in linea con i risultati dell’anno precedente. Una performance che gli operatori giudicano con soddisfazione, considerando la generale contrazione dei consumi che ha caratterizzato gli altri comparti. Anzi, un recente sondaggio svolto sui ristoranti americani dalla rivista Wine & Spirits ha mostrato come oltre il 60% dei gestori intervistati non ha rilevato nessun calo nelle vendite, registrando in alcuni casi perfino un leggero incremento. A cambiare sono piuttosto le modalità di consumo: a fronte dello stesso numero di bottiglie consumate, la scelta si è indirizzata verso prodotti meno costosi, spesso nazionali e con un migliore rapporto qualità-prezzo. Un contesto nel quale l’Italia è stata capace di mantenere la sua posizione, confermandosi come scelta preferita tra i vini importati nella ristorazione americana. Non a caso quella italiana è la prima cucina etnica per diffusione negli Stati Uniti, mentre i vini italiani sono considerati “food friendly”, capaci di abbinarsi a pietanze di diverse tradizioni. Gli Usa continuano a rappresentare il primo mercato per le esportazioni di vino italiano, nonostante una leggera contrazione in termini di quantità (-6,5%), inferiore comunque ai cali registrati da altri paesi (ad esempio la Francia, – 12% sul 2007).

A dominare nelle scelte dei consumatori è ancora il vino rosso, che negli Usa rappresenta circa 44% del mercato e che, secondo gli operatori, conserva margini di crescita attorno al 18%. Buone le prestazioni dei rosati, che godono di una certa popolarità (circa il 17% delle vendite) e per i quali si prevede, in termini di valore, un incremento del 10% nei prossimi 5 anni. Previsioni più stabili per il vino bianco, che copre il rimanente 39% del mercato a stelle e strisce.
Nei cinque anni a partire dal 2003, il consumo di vino pro capite è aumentato da 11,1 litri a 12,1 litri, mentre nel 2012 sarà di 13,1 litri. Gli americani che consumano vino sono adesso il 57% contro il 43% del 2000, mentre quelli che lo bevono regolarmente (almeno una volta la settimana) sono arrivati al 55%. Questi core drinker hanno dunque superato per numero i marginal drinker (quelli che stappano una bottiglia meno di una volta a settimana ma più di una volta ogni tre mesi), dimostrando come gli americani abbiano ormai accolto stabilmente il “nettare degli dei” nelle loro abitudini alimentari. Un aumento sostenuto soprattutto dai giovani: nella generazione dei “Baby Boomers”, il trend del vino è diffuso solo dai 40 anni in su, mentre tra le ultime generazioni (Xers e Millenium) si comincia a consumare vino anche durante i 20 e 30 anni. Oggi negli Usa l’età media di un consumatore di vino è di circa 35 anni.
Le donne, spesso con redditi alti, acquistano più bottiglie degli uomini e rappresentano il 65% del mercato, scegliendo il vino anche come alternativa più sofisticata rispetto ai soliti cocktail, superalcolici o birra. Sono però gli uomini i più disposti a spendere, attestandosi su una spesa media di 23 Usd a bottiglia contro i 15 Usd delle donne. Il motivo? A volte si tratta solo di far colpo su qualcuno, a dimostrazione che, a dispetto della sua diffusione crescente, il vino di qualità mantiene le sue caratteristiche di status symbol.

Fonte: Veronafiere/Vinitaly

04 Aprile 2009 TN 13 Anno 7

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