Scienza e fede una storia difficile

di Alfeo Quaranta

Nel 1633 il Sant’Uffizio giudica e condanna Galileo Galilei per il suo pensiero eretico. Nel 2008 l’università La Sapienza di Roma impedisce a papa Benedetto XVI di parlare. Il rapporto tra scienza e fede è spesso difficile. Ne parliamo con don Lucio Dalla Fontana, teologo e missionario a Francoforte
Cominciamo a parlare di quello che è successo all’Università La Sapienza qualche settimana or sono: un gruppo di docenti e di studenti hanno contestato e di fatto impedito un intervento di Benedetto XVI. Che ne pensa?
Credo che un pensiero del genere sia perlomeno anacronistico. Che la Chiesa cattolica sia contro la scienza è un pregiudizio vecchio di secoli che non ha più senso.
Mi spiego con un esempio: l’Accademia delle Scienze vaticana raccoglie scienziati di tutto il mondo e di tutte le confessioni, e già questo la dice lunga. Ma forse il problema di fondo è da individuare nel rapporto tra fede e ragione, tra religione e scienza. Un rapporto che deve essere instaurato ogni giorno alla luce della disponibilità al dialogo.
Ho letto il discorso che il Papa avrebbe voluto tenere alla Sapienza. In esso si conclude così: “Cosa ha da dire il Papa alla scienza? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Il compito del Papa è mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene e in ultima analisi di Dio, per chi crede”.
Ma allora perché quelle contestazioni Ci sono delle ragioni oggi per temere le parole di un papa??
Credo proprio di no: la scienza è una cosa, la fede è un’altra. Rimane la questione del loro rapporto, anzi, del loro dialogo; per esemplificarlo, il Papa, sempre nel suo discorso alla Sapienza, ha citato la definizione del Concilio di Calcedonia, dove si trattava dell’unità e della distinzione delle due nature, divina e umana, in Cristo: in quella occasione si precisò che queste realtà devono rapportarsi tra di loro “senza confusione e senza separazione”.
Allo stesso modo si può intendere il rapporto tra ragione e fede, nel quale entrambe devono rimanere distinte, ma devono altresì cercare il dialogo, senza contrapporsi. Fatti come quello de La Sapienza nascondono probabilmente una buona dose di ignoranza e di pregiudizio. Per restare a livello della sola Italia, quattro o cinque università hanno invitato il Papa a parlare proprio dopo i recenti fatti.
Alla Sapienza una minoranza ha avuto il sopravvento. A quel punto la presenza del Papa non avrebbe avuto più ragione di essere, avrebbe creato divisione.
E l’anticlericalismo? È una malattia da cui l’Italia è guarita?
Indubbiamente in Italia ci sono residui da anticlericalismo, sostenuti anche da una stampa che gioca con queste contrapposizioni. È naturale che il Papa prenda talvolta posizione su questioni di interesse generale: basti pensare da ultimo al richiamo fatto ai politici romani e del Lazio, subito tra l’altro sfruttato per alimentare contrapposizioni sul piano politico.
Il problema di fondo rimane spesso l’incapacità di ascoltare l’altro, che può pensarla diversamente da me, ma la cui diversità, se accolta, può essere per me un arricchimento.
Eppure Benedetto XVI viene visto da alcuni come troppo “conservatore”…
Alla Sorbona di Parigi c’è un ricercatore, Jakob Schmitz, che insegna il pensiero filosofico di Benedetto XVI e lo definisce così: “Ogni volta che si parla di lui è per tirare fuori i soliti luoghi comuni sull’intellettuale freddo e sull’opposizione tra fede e religione. Ma non sono per niente queste le sue credenziali. Ratzinger è un vero filosofo, quindi, quando parla, conquista studenti e atei. Io giudico affascinante e pericoloso il pensiero di Ratzinger”.
Il fatto che secondo Schmitz il pensiero del Papa arrivi a concludere che “la sola maniera di essere razionali è essere cristiani” può anche non essere condiviso, ma è comunque una posizione che merita rispetto. Il problema di certa stampa è la frequente ideologizzazione del pensiero del Papa, e spesso una lettura superficiale, troppo spesso limitata ad alcune affermazione estrapolate dal contesto globale e dalle motivazioni dei suoi discorsi.
Certe posizioni che si definiscono laiche sono per lo meno da prendere “con le pinze”: occorre stare attenti al fatto che quando non si vuole dare all’altro la possibilità di esprimere liberamente la propria verità, spesso significa che si vuole imporre la propria.
Si potrebbe parlare allora di errori nella strategia della comunicazione?
Ridurre quello che il Papa afferma a opportunità di comunicazione è quanto meno miope. Una battuta che circola dopo l’elezione di Benedetto XVI è che, mentre con Giovanni Paolo II i pellegrini venivano a Roma per “vedere” il Papa, oggi vengono ad “ascoltarlo”. Molti discorsi o scritti di papa Ratzinger possono anche suscitare perplessità da parte di qualcuno, ma restano un prezioso stimolo alla riflessione ed un invito ad allargare i propri orizzonti.
Ognuno vorrebbe che non solo il Papa, ma chiunque che ci sta davanti dica quello che vogliamo noi, che la pensi come noi. Ma se vogliamo veramente crescere, personalmente e comunitariamente, l’unica strada percorribile è quella del dialogo, in cui posizioni anche diverse si compongono in un’unità che diventa arricchimento reciproco ed apre a prospettive sempre nuove e stimolanti.

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