Se questo è un operaio

di Alfonso Gianni

La partita che si gioca a Pomigliano d’Arco è davvero grossa. Tanto che per il padronato, quanto per il sindacato vincerla sarà decisivo o quantomeno condizionerà i rapporti di forza sociali dei prossimi anni. Purtroppo non si parte alla pari. Da un lato vi è la Fiom, dall’altro diversi altri. Marchionne infatti non è solo.

La sua ricetta, quella di applicare una versione esasperata della competitività, è quella che si sta affermando nel quadro internazionale ed europeo come soluzione per un’uscita dalla crisi. Il capitalismo vuole perpetuare sé stesso da un lato riducendo lo Stato a pagatore in ultima istanza, colui che, tappando i buchi del sistema bancario, trasforma il debito privato in debito pubblico che poi scarica sulle spalle dei cittadini, delle generazioni presenti e future; dall’altro rilanciando gli spiriti animali dell’impresa spinta a una competitività esasperata. A Pomigliano infatti si ricorre al famigerato Wcm (world class manufacturing), cioè un sistema che vorrebbe rendere produttivo ogni secondo di vita dell’operaio. Nello stesso tempo ci si vuole garantire in anticipo che gli scioperi non blocchino la nuova organizzazione del lavoro e che gli operai siano costretti a recuperare le eventuali riduzioni della fornitura derivanti dall’indotto. In sostanza si chiede ai lavoratori e al sindacato di rinunciare in anticipo all’esercizio del conflitto che, come si sa, non è solo l’ubi consistam di un’organizzazione sindacale, ma anche un principio che la nostra Costituzione espressamente tutela. Nello stesso tempo il governo insiste nel pretendere l’approvazione dal parlamento del collegato al lavoro, nel quale si prevede che il lavoratore debba scegliere anticipatamente di rinunciare alla tutela dei propri diritti tramite ricorso al giudice e di rivolgersi invece a un arbitro che può decidere a prescindere da leggi e contratti. Anche qui siamo di fronte alla violazione dell’ articolo 24 della nostra Costituzione che stabilisce il diritto per tutti di ricorrere al giudice per la soddisfazione delle proprie ragioni. Completa l’opera il più recente attacco all’articolo 41 della Carta costituzionale, quello che pone limiti all’esercizio della proprietà privata e dell’impresa stessa. Si tratta di un articolo che appartiene a quella parte della Costituzione che non è mai stata interamente applicata nel nostro paese, proprio perché i rapporti di forza reali si sono rivelati arretrati rispetto allo stesso dettato costituzionale. Quindi la modifica di quell’articolo ha più un valore ideologico che reale. Ma proprio per questo il governo non intende lasciare perdere. L’intento è quello di allineare il nostro dettato costituzionale ai trattati europei che postulano l’assoluta libertà dell’impresa sul mercato. Tremonti ha definito tutto questo “economia sociale di mercato”. In realtà persino la retorica sulla responsabilità sociale dell’impresa e sulle norme europee che la regolano viene in questo modo messa definitivamente in soffitta.

C’è quindi più di una ragione per non lasciare sola la Fiom in questa battaglia. Sarà decisiva la capacità di mobilitazione a livello europeo. La ristrutturazione del settore auto è un problema mondiale che investe con particolare forza l’Europa. Il ricatto “o lavori come dico io o sposto lo stabilimento in un altro paese” diventerà una costante se non si costringe subito il padronato a un sostanziale arretramento. Non sta a me dirlo, ma sperarlo sì: ci vorrebbe uno sciopero europeo, non solo quello nazionale che la Fiom ha già deciso per il prossimo 25 giugno e alla cui riuscita siamo tutti impegnati nelle rispettive responsabilità. Ci vorrebbe una capacità completamente diversa di reagire alla crisi: non attraverso il binomio distruzione dello stato sociale (o di ciò che resta del medesimo)/assoluta centralità e mano libera dell’impresa, ma il suo contrario. Ossia l’orientamento di un intervento pubblico per la trasformazione dei comparti industriali che agiscono nel campo della mobilità, verso produzioni socialmente e ambientalmente utili e compatibili. Bisognerebbe spezzare il disegno autoritario che un tempo dalla fabbrica si era allargato alla società e che ora da questa ritorna nella fabbrica per una resa dei conti definitiva con il sindacato che pratica il conflitto, ovvero la sua ragione sociale. E’ decisivo quindi che la democrazia entri nei luoghi di lavoro, e a questo mira la proposta di legge di iniziativa popolare su cui la Fiom ha già raggiunto quasi un milione di firme. Il che significa impedire che i lavoratori siano posti di fronte al ricatto, alla totale mancanza di alternativa fra una prospettiva che li vede senza più lo stabilimento di Pomigliano o senza i più elementari diritti. Questa è una battaglia di democrazia e di civiltà. Lo ricordiamo anche a chi è giustamente in prima fila contro le leggi che imbavagliano l’informazione.

Dopo avere letto il testo che si vorrebbe la Fiom firmasse, e la sintesi ragionata che ne ha fatto Luciano Gallino su un importante quotidiano, riflettendo sulla condizione lavorativa in cui si vorrebbero costringere i lavoratori di Pomigliano, ci si potrebbe domandare – con una terribile parafrasi – “se questo è un operaio”.

Lascia un commento

My Agile Privacy

Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione. 

Puoi accettare, rifiutare o personalizzare i cookie premendo i pulsanti desiderati. 

Chiudendo questa informativa continuerai senza accettare. 

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: