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Il Manifesto della digitalizzazione

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Marx. Marx, proprio lui, il celebre ballerino prussiano passato alla storia per l’interpretazione acrobatica dello schiaccianoci del Bolshoi, terminata con un dolorosissimo atterraggio e una conseguente frantumazione delle suddette noci. È da questo balletto, mi sento di dire “di rottura”, che è nato il cosiddetto materialismo storico.

In pochi sanno che, nel tempo libero, tra un esercizio sulle punte e la cura maniacale delle unghie dei piedi, Marx si è occupato anche di filosofia. Sociale, politica ed economica, per l’esattezza. Si potrebbe dire che sia stato un filosofo globale, un osservatore privilegiato che ha analizzato la società a tutto tondo, da diverse prospettive. So che, a questo punto, risalire la china e dare un’immagine di Marx diversa dall’avvocato svitato, interpretato da Alberto Sordi nel film Troppo forte, sia difficile. Ci proverò, parlando della realtà che ci circonda e provando a contestualizzare alcuni aspetti della filosofia marxista alla digitalizzazione e ai giorni nostri.

La comprensione della realtà è essenziale per capire l’epoca in cui si vive e, anche se può sembrare anacronistico, la filosofia di Marx è quanto di più attuale ci possa essere per comprendere il processo di trasformazione digitale in cui siamo, consapevolmente o inconsapevolmente, immersi. In primo luogo, Marx è stato il filosofo della consapevolezza: uno degli elementi chiave della digitalizzazione. A differenza dei colleghi che lo hanno preceduto, egli sosteneva che la consapevolezza filosofica, la conoscenza della realtà, non doveva essere finalizzata a sé stessa ma al cambiamento.

Teoria filosofica e pratica, quindi, cercando di superare la visione einsteiniana secondo la quale “la teoria è quando si sa tutto e non funziona niente, la pratica è quando funziona tutto e non si sa perché, noi facciamo teoria e pratica: non funziona niente e non si sa perché.”

Chi si occupa di digitalizzazione sa benissimo che le parole “consapevolezza” e “cambiamento” sono alla base del processo di trasformazione digitale e hanno un peso maggiore rispetto, ad esempio, alle parole “tecnologia” e “cloud”. Non solo, ė la visione globale a influenzare il cambiamento e a fare in modo che si prenda la direzione giusta al posto di quella sbagliata. Nel corso della mia carriera lavorativa, ho visto centinaia di progetti fallire a causa della mancanza della visione globale di un fenomeno di qualsiasi tipo, che sia tecnologico, scientifico, sociale o economico. Nello specifico, quando si tratta il delicato tema della digitalizzazione, si sente parlare frequentemente, in base alle convenienze e alle mode del momento, solo di cloud, o solo di smart working, o solo di open data, e quasi mai del fenomeno “trasformazione digitale” nella sua interezza.

Per questo, ritengo che Marx sia stato un filosofo della digitalizzazione ante litteram, un gigantesco filosofo senza tempo, le cui idee sono più che mai attuali e attuabili nella società moderna. Un manifesto della digitalizzazione, riprendendo il celebre incipit, potrebbe iniziare più o meno così: “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro della digitalizzazione. … È ormai tempo che i responsabili della trasformazione digitale espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro della digitalizzazione un manifesto della digitalizzazione stessa.”

Chiedo scusa per la violenza perpetrata nei confronti di uno dei maggiori trattati dell’ottocento, ma l’ho fatto a fin di bene… Marx aggiunge alla consapevolezza anche la modalità per cambiare le cose: attraverso la rivoluzione. Sarà un caso se si parla di ”rivoluzione” digitale? Forse, ma per fare la rivoluzione digitale servono una visione globale e un substrato culturale che probabilmente ancora non ci sono. Non ci sono nei politici, che farfugliano slogan senza senso a scopi propagandistici, non ci sono in una fetta consistente di popolazione, disabituata al ragionamento e al senso critico, e non ci sono nemmeno in una fetta consistente di RTD, i responsabili per la transizione digitale, che spesso esercitano semplicemente un potere distorto senza avere la benché minima idea di quali strade intraprendere. Marx ed Engels, l’amico fidato del nostro barbuto ballerino, al contrario di quanto si possa pensare, sono stati i filosofi della libertà e non dell’uguaglianza. O meglio, l’uguaglianza, nella loro visione del mondo, non rappresenta un fine, ma un mezzo per liberare gli uomini. La via di fuga per l’uomo, l’atterraggio morbido nel bel mezzo dello schiaccianoci acrobatico, è l’emancipazione, la liberazione dallo sfruttamento. Emancipazione che si ottiene, per l’appunto, attraverso l’uguaglianza e la giustizia. Questo concetto tocca diversi aspetti relativi alla digitalizzazione. In primo luogo il sottile confine tra la libertà e la schiavitù. A questo proposito, non posso non ricordare le infinite e inutili discussioni in cui mi sono speso, nel decennio scorso, a favore dello smart working. Mentre la massa, dirigenti, lavoratori e sindacati, nessuno escluso, si ostinava a vedere lo smart working come un privilegio e ad attuare misure discriminatorie attraverso graduatorie e favoritismi, io parlavo di uguaglianza: smart working per tutti. Perché, avendolo sperimentato, sapevo perfettamente che attraverso delle misure egualitarie sullo smart working i lavoratori sarebbero stati finalmente liberi. Liberi di spendere adeguatamente e sensatamente il tempo di vita, indipendentemente dal controllo del datore di lavoro, mantenendo comunque la stessa produttività.

Di paradossi, in questo senso, ce ne sono molti. Si può essere liberi attraverso una digitalizzazione parziale e una politica che sposta nuovamente il lavoro in presenza, cercando di fermare il volano culturale che si è innescato? Si può essere liberi se una parte della popolazione ordina gli alimenti comodamente seduta sul divano e un’altra parte pedala al freddo sotto la pioggia? Si può essere liberi se gli sfruttati non sono consapevoli di esserlo e arrivano al punto di amare gli sfruttatori? Si può essere liberi se i mezzi (digitali e non) di produzione sono governati quasi esclusivamente dai privati e dal profitto? Si può essere liberi se una parte della popolazione non possiede le competenze digitali minime per accedere ai servizi? Si può essere liberi se i cittadini sono considerati “merce”, al pari della merce di scambio, e vengono profilati per capire meglio che tipo di consumatori sono? Mi sento di dire che in queste condizioni non c’è nessuna libertà (e non c’è nemmeno uguaglianza) perché la libertà “formale” della digitalizzazione si scontra con la realtà “reale”. Sulla carta, i cittadini digitali sono tutti uguali, ma nella pratica no. C’è chi possiede mezzi, competenze, possibilità e chi non li ha, c’è chi ha accesso ai servizi digitali e chi non ce l’ha, c’è chi lavora con modalità schiaviste nelle multinazionali e chi sfrutta il lavoro acquistando compulsivamente prodotti dietro lo schermo di un cellulare, c’è chi possiede i mezzi di produzione e chi produce plusvalore lavorando per la “nuova” borghesia digitale. Quest’ultimo aspetto richiama un altro concetto chiave della filosofia marxista:il bisogno e il suo soddisfacimento in un contesto che vede contrapposta una esigua classe dominante, che possiede i mezzi di produzione, e una numerosa classe proletaria che possiede la forza lavoro. Il bisogno e il conseguente soddisfacimento sono per il profitto un po’ come fu il cibo per Erisittone, il re di Tessaglia della mitologia greca, condannato da Demetra a una fame inesauribile. Quella fame che, per cibarsi, lo costrinse a vendere la figlia in un mercato. E il bisogno ossessivo, abbinato al soddisfacimento, non fa altro che creare insoddisfazione, noia, infelicità. Ma soprattutto crea nuovi bisogni da soddisfare, come nella migliore tradizione del pessimismo cosmico.

In questo passaggio c’è l’enorme contraddizione delle politiche sulla digitalizzazione:la produzione non di libertà ma di bisogni secondari che vengono soddisfatti attraverso lo sfruttamento dei lavoratori e delle risorse. Ed è sulla sottile linea che separa i bisogni primari dai bisogni secondari che si articola la questione digitale. Perché i bisogni primari, quelli del materialismo naturalistico, l’amore, la paura della morte, e la paura della natura, che l’uomo ha proiettato fuori di sé creando un dio che somigliasse a sé stesso, sono stati sostituiti dai bisogni secondari, gli oggetti, che l’uomo ha proiettato fuori di sé creando un nuovo dio ben più terreno e pericoloso: la tecnologia. E la lista delle debolezze di questo nuovo dio è lunghissima: si va dall’invecchiamento programmato dei dispositivi alla produzione continua di nuovi modelli, che, tutto sommato, nella maggior parte dei casi eseguono operazioni simili a quelle che si eseguivano negli anni ‘90: chat, email, browser, etc. Si passa per i bisogni di consumo compulsivo, indotti da messaggi di ogni tipo (Black Friday, Prime, annunci e pubblicità aggressive) fino ad arrivare al paradosso degli influencer, i nuovi sacerdoti del consumo, che, attraverso un tweet, possono decretare il successo o il fallimento di un prodotto, a prescindere dal reale valore d’uso. E si approda al bisogno di informazioni e notizie, ormai completamente affidato ai social e alle piattaforme gestite dai privati. Come vengono soddisfatti questi bisogni “digitali”? Marx direbbe che da una parte ci sono i “padroni” dei mezzi di produzione digitale – Google, Amazon, Facebook, Twitter, e multinazionali in diversi settori economici, e dall’altra i lavoratori, gli sfruttati. Da una parte ci sono gli impazienti, quelli che pretendono la consegna di un pacco entro 24 ore, i complici degli sfruttatori, e dall’altra una catena di schiavi che, attraverso il lavoro, soddisfa questi bisogni secondari. Ed ecco che la storia, intesa come lotta di classe e disuguaglianza ,si ripete. Come tragedia e come farsa, contemporaneamente. Guardando ai tempi moderni con gli occhi di Marx, mi chiedo se sia veramente questo il modello di trasformazione digitale a cui bisogna tendere. Non dovrebbe essere il profitto delle classi dominanti, quelle a cui sono destinati i fondi del PNRR, a dover guidare la digitalizzazione, dovrebbe essere la libertà dei cittadini, attraverso il raggiungimento di un’uguaglianza universale e di un benessere condiviso. Gli Stati, in tutto ciò, hanno un ruolo essenziale perché sono responsabili dell’attuazione distorta delle politiche digitali e, cosa ancor più grave, sono responsabili della creazione delle divisioni e di un nuovo proletariato digitale in cui i singoli cittadini sono sempre più estranei alla collettività: non è sufficiente che la cittadinanza digitale formale, quella scritta sulla carta, sia valida per tutti. È necessario che ci sia un’uguaglianza reale tra cittadini in termini di servizi erogati sul territorio, di accesso ai dati, di competenze digitali, di mediazione tra i bisogni reali e i bisogni superflui. È necessario arginare l’individualismo indotto dalla digitalizzazione dissennata, l’atomizzazione della società perpetrata attraverso l’uso (e la dipendenza) dagli strumenti e dalle tecnologie digitali, che inducono gli individui all’isolamento e all’egoismo. Ė colpa della struttura che influenza la sovrastruttura, direbbe Marx, preso da un irrefrenabile desiderio di clic, dopo aver acquistato per errore dei fuseaux rosa, taglia extra small, a 99 centesimi, su Amazon e aver scaricato la colpa dello sbaglio sul povero fattorino. E non avrebbe tutti i torti perché abbiamo imparato a nostre spese che la struttura economica di una società influenza fortemente la sovrastruttura, ovvero l’arte, la cultura, la politica, i comportamenti sociali e più in generale, la storia. Ecco perché dovremmo pretendere una visione globale da parte dei decisori politici e non accontentarci del reclutamento “spericolato” di risorse poco competenti da destinare alla gestione del recovery fund. Ogni rivoluzione porta con sé un cambiamento, e il cambiamento non può che essere dettato dalla consapevolezza. Gli ideali che propone Marx nei suoi trattati possono o meno essere condivisi, ciò non toglie che, a dispetto della presentazione introduttiva iperbolica e sopra le righe, quel pensiero, quel modello di società, è puro ed elegante come una danza raffinata. Come i dervisci turner che girano, direbbe il compianto Battiato, sulle spine dorsali al suono di cavigliere del kathakali.

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