“Parlare, pensare e vivere senza dire io” – Intervista di Lorenzo Merlo con Paolo D’Arpini

“Parlare, pensare e vivere senza dire io”.
Intervista di Lorenzo Merlo  con  Paolo D’Arpini

LM: Paolo, come sei definito dalle persone?

P D’A: Sderenato. Anzi mezzo sderenato, perché sono anche una persona abbastanza equilibrata e anche un po’ impegnata.

Ma mezzo sderenato penso sia una tua definizione di te stesso, le persone, come ti definiscono?

Se potessero conoscere il significato del termine mezzo sderenato credo che lo userebbero volentieri perché mi rappresenta.

Ma non conoscendolo?

Non conoscendolo forse potranno dire che sono un tipo particolare molto strano, un po’ mezzo sciroccato in sostanza, anche perché il mio modo espressivo si manifesta in questa forma.

In occasione della tua presentazione a una mia pubblicazione, ho scritto di te: “Uno dei referenti della ricerca umanistica, per non dire spiritualistica italiana”. In che termini ti calza? O non ti calza?

Ci sta perché nella ricerca spirituale non è importante ricoprire una carica autorevole anzi, è esattamente il contrario. Se noi andiamo a vedere la funzione che svolsero gli insegnanti, o santi, o maestri che furono, erano sempre sotto traccia. Poi dopo, successivamente magari, venivano portati in auge e descritti come chissà che, ma nel momento in cui vivevano la loro normale esistenza terrena, erano persone normalissime, probabilmente anche abbastanza emarginate. È un aspetto da tenere in considerazione.

C’è una sorta di piccola vanità – senza accezione negativa – nel ricordare questa similitudine?

Certo, senza accezione negativa. Perché effettivamente non ci si può vantare di essere un maestro. E se non c’ è il vanto, non c’è neanche l’esposizione di se stessi nel mondo; ne è una conseguenza. O perché si è magari incapaci di esprimere sentimenti, pensieri o, scusa la parola, insegnamenti. Non si può fare come se fosse un insegnamento cattedratico dove uno si erge a maestro. Il compito o la missione deve essere, o può essere fatto soltanto in una forma del tutto semplice e conviviale.

Quanto hai appena detto, ha dei legami con la tua educazione, la tua famiglia, la tua biografia diciamo giovanile?

Può darsi. Nel senso che devi sapere che la mia famiglia (dal lato paterno) era di origine ebraica. Durante il periodo fascista, per evitare i problemi che tutti possiamo immaginare, mio nonno decise di cambiare il cognome e di convertirsi al cristianesimo e così evitò di essere perseguito. In seguito a ciò, non è che la nostra famiglia fosse diventata cristiana, però era diventata laica. Nel senso che non seguiva più nessuna forma religiosa. Questo imprinting in qualche modo mi è rimasto, nonostante a quel tempo non è che fossi particolarmente consapevole di ciò che era avvenuto. In seguito ne venni a conoscenza e compresi il motivo per cui non c’erano particolari convenzioni religiose nella mia famiglia e ci si limitava nel perseguimento di un’etica umana. Tutto ciò è stato importante per me, perché non sono stato impregnato di una particolare religione. In seguito alla morte di mia madre fui invece mandato in collegio dai salesiani e lì cominciai ad apprendere anche qualcosa della religione cattolica. La novità mi prese però per breve tempo, nel senso che appena capii che il cattolicesimo non era altro che una sequela di dogmi e favole, capii che tutto sommato non faceva per me e quindi proseguii sulla strada della laicità. Nella prima parte della vita tutti i bambini vivono in una dimensione dove ciò che sognano si realizza, perciò se sognano di cavalcare nel cielo, prendono una scopa e la cosa si compie. E non possono che riferire di aver cavalcato nel cielo.

Quell’incanto quando si è interrotto per te? Ti ricordi il momento, o la circostanza o l’episodio che ha provocato l’infrazione?

L’interruzione avvenne per un fatto fortuito che improvvisamente mi rese consapevole della vacuità di ciò che appare. Avvenne tantissimi anni fa quando i miei si erano trasferiti a Trieste a causa di mio padre che lavorava nelle ferrovie. Ero un bambino piccolissimo, avrò avuto forse tre anni, o qualcosa di più. Una sera, voci sotto casa annunciavano lo spettacolo di un circo. La promessa dei miei genitori, che mi avrebbero portato a vedere lo spettacolo, accese – come sarebbe accaduto ad ogni bimbo – la mia eccitazione.
Mi ero piazzato sotto al tavolo e mi agitavo come fa un bambino che cerca di attirare la attenzione. Improvvisamente, alzandomi in piedi sbattei la testa e persi i sensi. O forse no, perché ricordo che ero perfettamente consapevole di ciò che stava accadendo. Tuttavia caddi a terra senza più riuscire a muovermi. Intanto però vedevo che i miei genitori mi prendevano, mi portavano a letto, cercavano di rianimarmi. Ero completamente cosciente e allo stesso tempo non compivo alcun gesto, alcun movimento.
Fu da quell’esperienza che mi resi conto, che ciò che consideriamo reale, non è la realtà come se fosse un oggetto, ma è soltanto uno stato interiore della consapevolezza. Quello stato permaneva nonostante l’apparente o effettivo svenimento. Quando riaprii gli occhi mi ritrovai in mezzo al mondo con questa consapevolezza. Per la prima nella mia vita mi accorsi di non essere nel mondo pur essendo del mondo, almeno in qualche forma.

Lungo il tuo percorso ti sei avvicinato alla dimensione altra, alla dimensione che la cultura non ci passa, chiamiamola genericamente spirituale. Pur condividendo la tua critica al concetto di insegnamento, hai avuto un maestro?

Da un punto di vista formale intendi?

Volevo arrivare a chiederti, da cosa è scaturita la tua ricerca spirituale?

È scaturita soltanto da esperienze vissute, non da trasmissioni consapevoli, di conoscenza se così vogliamo chiamarla. A parte l’apprendimento attraverso libri in cui magari venivo a conoscenza di una certa forma di spiritualità “altra” basata sull’autoconsapevolezza e sulla ricerca di sé. Ma quello era un accrescimento se vogliamo intellettuale. Dal punto di vista invece spirituale vero e proprio, quella conoscenza non può essere trasmessa sul piano intellettuale. Può essere invece assorbita soltanto attraverso una trasmissione diretta, attraverso un riconoscimento diretto. Potremmo chiamarlo energetico, vibratorio o estetico. Ed è esattamente il tipo di rapporto che ebbi in primis con il mio maestro spirituale. Con il quale scambiai pochissime parole, ma tutto quanto passò attraverso una trasmissione energetica, diretta, immediata. Non c’era assolutamente bisogno di spiegazioni perché la consapevolezza avveniva da sé. Usare il termine telepatia è limitante. Avveniva perché c’era un’osmosi totale, una totale condivisione. E quindi quello che passava era semplicemente ciò che veniva risvegliato. Non poteva proprio essere definito un insegnamento.

Da allora, dalla giovinezza ad oggi, sono passati diversi decenni. Puoi puntualizzare i passaggi della tua evoluzione, della tua ricerca?

Corrispondono alle fasi della vita. Nei periodi in cui la giovinezza ci rende più baldi, più fieri e più dediti all’agire, le forme di esperienza si manifestavano anche in modi concreti come attraverso ad esempio dei viaggi. Intrapresi infatti un lungo viaggio in Africa con mezzi di fortuna, spesso a piedi. Tutta l’Africa nera mi insegnò il ritorno alla presenza nella natura, mi sentii vicinissimo agli animali. Incontrai anche animali che consideriamo pericolosi come leoni, elefanti, scimmie soprattutto. Sono una forma di riconoscimento della nostra origine che ci fa capire quanto siamo loro affini.

Il momento in cui sei inserito ora, sul quale sei concentrato, si chiama spiritualità laica, ecologia profonda e bioregionalismo?

In questa fase è come quando si va avanti con l’età. A un certo punto si fa una sintesi di tutto quello che si è vissuto e che si è appreso attraverso l’esperienza. In qualche modo si chiama elaborazione e rielaborazione, memoria, visione all’interno e proiezione. Accade anche in forma di dialogo, come stiamo facendo in questo momento.
Magari, come negli anni trascorsi, quando non ero così propenso a un dialogo di questo tipo, che in qualche modo comporta anche una concettualizzazione se vogliamo così chiamarla, avevo uno spirito più poetico, scrivevo poesie o raccontini. Adesso invece per poter condividere non disdegno l’uso anche di terminologie che forse potrebbero essere definite intellettualismi, perché comunque è un modo per precisare il significato.
Mi viene in mente un amico, Massimo Angelini. Un giornalista anche lui, che ha scritto (e che abbiamo presentato qui a Treia) un libro dal titolo Ecologia della parola. In cui, attraverso il percorso etimologico, si scoprono i cambiamenti dei significati. Si da un valore alla parola attraverso la sua vera accezione. È uno studio sui significati reali che le parole hanno assunto nel tempo, senza mai trascurare l’accezione originale. Quindi, quando si parla di spiritualità laica – un tema sul quale scrivo da diversi anni per la rivista NonCredo – Il primato laico del dubbio, tengo presente che il primo punto della spiritualità laica è quello di non identificarsi con qualsiasi credo, con qualsiasi fede religiosa, perché la spiritualità laica non è soltanto una forma di laicità o di laicismo, è la spiritualità naturale dell’uomo. Quella che in forma di ecologia profonda possiamo definire l’intelligenza-coscienza, che ci consente di poter testimoniare la vita.
Tuttavia, nella spiritualità laica c’è una predilezione della relazione con la natura o addirittura un annullamento della relazione con la natura, a causa di un’identificazione di noi stessi come parte della natura.

Questo non è in qualche modo legato al paganesimo o all’animismo e perciò con un contenuto di fede?

Ci sono delle affinità. La differenza sostanziale è che nel paganesimo si faceva riferimento ad enti, ad entità reali rappresentative della natura. Quindi Genius Loci o, Spiritus Loci. Mentre invece nella spiritualità laica si tiene conto della valenza di tutti gli elementi viventi, o anche non viventi che però rappresentano una sostanzialità nella natura, ma non come forme di dignità altre, sono solo espressioni diverse della totale manifestazione naturalistica. Allora potremmo definire l’ecologia profonda una forma di naturalismo, ma nell’accezione in cui tutto è, non nell’accezione di una parcellizzazione delle forme.
Questa differenza delle forme è chiaro che esiste come esiste la differenza tra tutti gli esseri umani o fra tutto ciò che è vivente. Non c’è una foglia dello stesso albero che sia uguale all’altra. Non c’è un granello di sabbia su migliaia e migliaia di granelli che sia uguale all’altro. Ciò non toglie che tutti rappresentino la medesima sostanza, origine, madre. Questo è importante.
Per cui la spiritualità laica, è laica perfino nei confronti della spiritualità laica.

Proviamo a descrivere la natura o l’identità del Bioregionalismo e dell’Ecologia profonda.

Inizialmente il bioregionalismo aveva un carattere prevalentemente geografico. Adottava gli habitat naturali per suddividere le regioni della natura. Dava all’area considerata il titolo di entità organica. In quanto i suoi differenti abitatori, minerali, vegetali e animali si erano aggregati a mo’ di organismo unico.
Peter Berg è stato colui che s’è inventato la parola. Di lui ricordiamo Alza la posta. Saggi storici sul bioregionalismo. La sua scia è stata seguita da altri, tra cui Gary Snyder con La pratica del selvatico. Buono, selvatico, sacro e altri titoli.
Nel frattempo – la questione era iniziata negli anni ’60 del secolo scorso, negli Stati Uniti, connessa alla Cultura Beat – il bioregionalismo ha evoluto il suo contenuto andando praticamente a condividere il principio base dell’Ecologia Profonda, ovvero che c’è una sola vita, che tutto è sua espressione.
Ma il tuo stesso libro Sul fondo del Barile – Crisi sociale e recupero del sé o quello di Guido della Casa, Ecologia Profonda, sebbene, appunto, in chiave di ecologia profonda fanno riferimento alle espressioni della natura come differenze formali, tutte interdipendenti, di una sola vita. Come è per i vari organi di un organismo vivente. Solo successivamente interviene la descrizione degli organi specifici, ma sempre tenendo presente che esso, come tutti gli altri sono terminali della stessa natura. Una montagna, un fiume, un deserto, una pianura, cioè ogni cosa, ha la sua specificità, in cui la vita si manifesta in un certo modo, con forme differenti e con aggregazioni funzionali. Un’eventuale pan-ingegneria sarebbe disastrosa.

Siamo espressioni di un grande corpo dunque?

Questo grande corpo non è soltanto la terra. Di solito nell’ecologia profonda ci occupiamo del pianeta Terra, Gaia, come una forma vivente in se stessa no? Allo stesso tempo l’ecologia profonda compie un passo verso quello che potremmo definire anche panteismo, secondo la visione di Giordano Bruno, dove tutto quanto ciò che è Uno si manifesta in ciò che è in tutte le forme.

Rispetto a questi tre temi Spiritualità Laica, Ecologia Profonda e Bioregionalismo, e coniugando la tua ricerca e contemporaneamente la conduzione di un blog e di diversi siti dedicati a questi argomenti, pensi di avere il polso della diffusione di questi concetti e della cultura che implicano? Oppure, qual è la maggiore difficoltà o il più frequente equivoco in cui le persone rischiano di incappare nei confronti di questi temi che interessano lo Spirito e il Tutto? Il Tutto in che cosa viene colto, in che cosa viene equivocato?

L’equivoco si manifesta a tutti i livelli, ad esempio nell’ambito bioregionale, ricordo che tanti anni fa partimmo con La Rete Bioregionale Italiana (ufficialmente nata ad Acquapendente nella primavera del 1996) e con l’idea di diffondere il bioregionalismo. Se ne appropriò la Lega Nord per definire le bioregioni come ambiti etnici, dove la vita delle persone era praticamente condizionata dalla cultura locale e quindi dall’etnia che viveva in quel luogo. Questo è stato un fraintendimento, perché tutti noi bioregionalisti ci riconosciamo nel luogo in cui siamo nati o viviamo.
Quindi bioregionalista può essere anche una persona che non è nata nel luogo, ma che vivendolo lo riconosce come un’espressione di sé. A quel punto si integra completamente nel luogo. Ma non solo nel luogo, anche nella comunità con cui vive. E non solo quella umana, ma di tutti gli esseri viventi che vi partecipano. Per questo chiunque può essere bioregionalista in qualsiasi luogo, perché è soltanto un’apertura verso la presenza nel luogo. Questo è stato il primo fraintendimento.
Il secondo fraintendimento riguarda l’ecologia profonda. Come dicevi prima si fa quasi menzione a una sorta di New-age, dove tutto quanto è legato alla natura e i riti Wicca e questo e quell’altro.
Anche noi bioregionalisti organizziamo le celebrazioni dei vari equinozi e solstizi… ci sono determinati momenti dell’anno che vanno riconosciuti come importanti. Però non gli diamo un’importanza assoluta in quanto riconoscimento di una qualche divinità naturalistica. È soltanto un percorso da celebrare per essere felici di poter vivere nel momento in cui siamo. Un modo per riconoscere che altri, più belli o più brutti, hanno un loro significato e valore.
La maggior parte della gente, soprattutto quelli che fanno riti un po’, diciamo così, pagani, magari preferisce festeggiare il solstizio d’estate, ricordare i Celti, Stone Ange e tutte le cose di quel genere, per contemplare la bellezza del sole nella sua pienezza. Ma altrettanto importante, chiaramente, è il solstizio invernale perché dopo la vita che si è richiusa ad approfondire le radici, risorge e pian piano ritorna ad esprimersi. Oppure l’equinozio di primavera, dove la vita ci riporta ad una bellezza. O quello d’autunno, come in questa occasione, dove condividiamo la consapevolezza che questa bellezza ha un grande valore.
Se in primavera di questo valore non ce ne rendiamo conto perché tutto quanto fiorisce, in autunno le cose che cominciano pian piano a scemare, hanno un significato più forte. Non a caso si dice che proprio l’autunno è il momento per la raccolta dei frutti migliori dell’uomo, per l’uomo. Come ad esempio la vite e l’ulivo. L’ulivo è simbolo di vita in assoluto, non soltanto in termini cristiani. La vite perché è quello spirito, il senso dello spirito e non a caso anche nella religione cristiana viene utilizzato il vino per la comunione.

Il mio pensiero è che il messaggio di Cristo abbia un grande valore, che i contenuti del cristianesimo abbiano un grande valore, mi riferisco per esempio non solo all’amore ma al perdono, soprattutto rispetto a quanto succede in altre religioni, dove il perdono è sostituito dalla legge del taglione. Il vero messaggio cristico più che cristiano, nella vulgata è andato perduto e sono rimasti quelli i dogmi, gli schemi, le gerarchie. Sei d’accordo con questa lettura? Sei d’accordo con il fatto che il cristianesimo abbia un grande annuncio da fare e l’ha fatto a suo tempo, del tutto frainteso, del tutto dimenticato?

Certamente sono d’accordo per quanto riguarda l’insegnamento del Cristo di cui noi abbiamo ricevuto soltanto briciole e anche travisate e manipolate. Sarebbe bella una ricerca, soprattutto per quanto riguarda dei messaggi più genuini di quelli che sono chiamati i Vangeli Apocrifi e anche dei famosi Rotoli di Qumran, dove c’è l’insegnamento esseno che corrisponde a quello cristico ma a lui antecedente. Comunque possiamo riscontrare che questa filosofia, continuiamo a chiamarla cristica, è sicuramente un messaggio innovativo all’interno di tutta una serie di impostazioni religiose che in quel periodo erano dominanti nel Medio Oriente mediterraneo.
Il senso del perdono che non è come viene inteso, un calcolo per sottrarci alle nostre responsabilità, come molti fanno nei confronti della confessione. Come stavo leggendo in un testo scritto da Franco Berrino, Daniel Lumera, David Mariani – Ventuno giorni per rinascere – Mondadori, dove il perdono è un reggente della guarigione se autentico amore.
Poi c’è il perdono razionale che calcola, che si considera valido per cancellare dalla nostra mente la tendenza alla recriminazione. E poi c’è quello emozionale, che è invece rivolto ad un perdono verso se stessi e quindi alla cancellazione anche del senso dell’offesa, perché si rivede nella trasposizione della posizione come: “è successo” e basta. E quindi non c’è neanche più bisogno del perdono.

Il perdono perciò corrisponde o è sovrapponibile a quello che la tradizione orientale ci tramanda come accettazione?

Io direi che è molto simile al concetto della compassione buddista. In quel caso la compassione equivale al perdono.

Quindi il perdono, la compassione, hanno un valore terapeutico nei confronti dell’individuo che riesce ad arrivare a quel livello per non ritenersi più offeso nell’orgoglio?

Certo non solo quello, ma è anche la porta di ingresso per poter accedere all’autoconoscenza. Perché poi essendo in grado di poterci identificare nell’altro attraverso il perdono, automaticamente siamo anche più propensi ad accettare noi stessi per quel che siamo e quindi siamo in grado di poterci vedere sempre più in profondità, fino a superare quel velo dell’illusione che ci fa identificare con un nome e una forma. Quel vedersi sempre più in profondità è ulteriormente terapeutico. Beh a quel punto direi che la terapia scompare. Fino ad un certo punto ci può essere, fino alla psicologia transpersonale noi possiamo intuire che c’è un percorso attraverso l’approfondimento, ma poi c’è una fase successiva che non può essere più razionalmente analizzata e quindi non ci può essere più neanche una terapia. Se vogliamo intraprendere un percorso in cui piano piano ci liberiamo della zavorra e dalle sovrastrutture è comunque corretto interpretarlo come perdono-terapia. Le vie spirituali, se sono sincere ed oneste tutto sommato danno questo indirizzo. Nel Taoismo, c’è l’abbandono. Pian piano impariamo a rilasciare ciò che ci aveva fatto assumere una posizione, che ci faceva considerare particolarmente benedetti, fino al punto di pensare di essere in grado di poter decidere, per la natura, per la vita, per gli altri esseri senzienti. Quindi fino a farci credere nel nostro egoismo.

Intervista rilasciata a Treia il 21 settembre 2019

Fonte: https://bioregionalismo.blogspot.com/2020/02/interview-with-paolo-darpini-by-lorenzo.html

Testo inglese:

LM: Paolo, how are you defined by people?

P D’A: An idle undeterred. In fact  wearily unbridled, because I am also a fairly balanced person and also a little busy.

But this I think it’s your definition of yourself, how do people define you?

If they could know the meaning of the term half-wild, I think they would be happy to use it because it represents me.

But not knowing it?

Not knowing me, perhaps they will be able to say that I am a strange anachronistic type, half windy in essence, also because my expressive way is manifested in that form.

On the occasion of your presentation at one of my publications, I wrote about you: “One of the references of humanistic research, not to mention Italian spiritualistic”. In what terms does it fit you? Or does it not fit you?

It is because in spiritual research it is not important to hold an authoritative position, on the contrary, it is exactly the opposite. If we go to see the function that the teachers carried out, or saints, or teachers who were, they were always on the track. Then later, later perhaps, they were brought up and described as who knows, but when they lived their normal earthly existence, they were very normal people, probably also quite marginalized. It is an aspect to be taken into consideration.

Is there a sort of small vanity – without negative meaning – in remembering this similarity?

Of course, without a negative meaning. Because actually one cannot boast of being a master. And if there is no boasting, there is also no exposure of oneself in the world; it is a consequence. Or because you are perhaps unable to express feelings, thoughts or, sorry for the word, suggestions. It cannot be done as if it were a teaching where one stands as a teacher. The task or mission must be, or can only be done in a completely unpretentious and convivial form.

What have you just said, does it have links with your education, your family, your biography let’s say youth?

Maybe. In the sense that you must know that my family (on the paternal side) was of Jewish origin. During the fascist period, to avoid the problems that we can all imagine, my grandfather decided to change the surname and convert to Christianity and thus avoided being prosecuted. As a result, it was not that our family had become Christian, but it had become secular. In the sense that he no longer followed any religious form. This imprinting somehow remained to me, although at that time it was not that I was particularly aware of what had happened.
Later I learned about it and understood why there were no particular religious conventions in my family and we limited ourselves to pursuing a human ethics. All of this was important to me because I was not impregnated with a particular religion. Following the death of my mother, however, I was sent to boarding school by the Salesians and there I also began to learn something of the Catholic religion. The novelty, however, took me briefly, in the sense that as soon as I understood that Catholicism was nothing more than a following of dogmas and fables, I understood that all in all it was not for me and therefore I continued on the path of secularism.
In the first part of life all children live in a dimension where what they dream of is realized, therefore if they dream of riding in the sky, they take a broom and it is accomplished. And they can only report having ridden in the sky.

When did that spell stop for you? Do you remember the moment, or the circumstance or episode that caused the infringement?

The interruption occurred due to a fortuitous event that suddenly made me aware of the emptiness of what appears. It happened many years ago when my parents had moved to Trieste because of my father who worked on the railways. I was a very young child, maybe three years old, or something more. One evening, rumors below the house announced a circus show. The promise of my parents, who would take me to see the show, ignited – as would have happened to every child – my excitement.
I had placed myself under the table and was shaking like a child trying to get attention. Suddenly, as I stood up, I slammed my head and passed out. Or maybe not, because I remember that I was perfectly aware of what was happening. However, I fell to the ground without being able to move. Meanwhile, however, I saw that my parents took me, took me to bed, tried to revive me. I was completely conscious and at the same time I wasn’t making any gesture, no movement.
It was from that experience that I realized that what we consider real is not reality as if it were an object but it is only an inner state of awareness. That state persisted despite the apparent or actual fainting. When I opened my eyes I found myself in the middle of the world with this awareness. For the first time in my life I realized that I was not in the world despite being in the world, at least in some form.

Along your path you have approached the other dimension, the dimension that culture does not pass us, let’s call it generically spiritual. While sharing your critique of the concept of teaching, did you have a teacher?

From a formal point of view you mean?

I wanted to ask you, where did your spiritual search come from?

It arose only from lived experiences, not from conscious transmissions of knowledge if we want to call it that. Aside from learning through books in which I may have learned about a certain form of “other” spirituality based on self-awareness and self-research. But that was an increase if we want intellectual. From the actual spiritual point of view, however, that knowledge cannot be transmitted on an intellectual level. Instead, it can only be absorbed through direct transmission, through direct recognition. We could call it energetic, vibratory or aesthetic. And it is exactly the type of relationship I had primarily with my spiritual master. With which I exchanged very few words, but everything went through an energetic transmission, direct, immediate. There was absolutely no need for explanations because awareness occurred by itself. Using the term telepathy is limiting. It was because there was total osmosis, total sharing. And therefore what passed was simply what was awakened. It could hardly be called a teaching.

Since then, from youth to today, several decades have passed. Can you point out the steps of your evolution, of your research?

They correspond to the phases of life. In times when youth makes us bolder, prouder and more dedicated to acting, forms of experience also manifested themselves in concrete ways such as through travel, for example. In fact, I took a long trip to Africa with makeshift vehicles, often on foot. All black Africa taught me the return to presence in nature, I felt very close to animals. I also met animals that we consider dangerous as lions, elephants, monkeys in particular. They are a form of recognition of our origin that makes us understand how close we are to them.

Is the moment in which you are inserted now, on which you are concentrated, called secular spirituality, profound ecology and bioregionalism?

At this stage it is like when you go ahead with age. At a certain point, a synthesis is made of everything that has been lived and learned through experience. In some ways it is called processing and reworking, memory, internal vision and projection. It also happens in the form of dialogue, as we are doing right now.
Maybe, as in the past years, when I was not so inclined to a dialogue of this type, which in some way also involves a conceptualization if we want to call it that, I had a more poetic spirit, I wrote poetry or short stories. Now, however, in order to be able to share I do not disdain the use of terminologies that could perhaps be called intellectualisms, because in any case it is a way to clarify the meaning.
I am reminded of a friend, Massimo Angelini. He is also a journalist who has written (and which we have presented here in Treia) a book entitled Ecology of the word. In which, through the etymological path, the changes of meanings are discovered. We value the word through its true meaning. It is a study on the real meanings that words have assumed over time, without ever neglecting the original meaning. So, when we talk about secular spirituality – a topic I have been writing for several years for Non Credo magazine – The secular primacy of doubt, I keep in mind that the first point of lay spirituality is that of not identifying with any creed, with any religious faith , because secular spirituality is not only a form of secularism or secularism, it is the natural spirituality of man. What in the form of deep ecology we can define intelligence-consciousness, which allows us to be able to witness life.
However, in lay spirituality there is a predilection for the relationship with nature or even an annulment of the relationship with nature, due to an identification of ourselves as part of nature.

Isn’t this somehow related to paganism or animism and therefore with a content of faith?

There are affinities. The main difference is that in paganism reference was made to entities, to real entities representative of nature. So Genius Loci or, Spiritus Loci. While in secular spirituality it is held conto the value of all living elements, or even non-living elements which, however, represent a substantiality in nature, but not as other forms of dignity, are only different expressions of the total naturalistic manifestation. Then we could define deep ecology a form of naturalism, but in the sense in which everything is, not in the meaning of a fragmentation of forms.
This difference of forms is clear that there exists as the difference exists between all human beings or between all that is living. There is not one leaf from the same tree that is the same as the other. There is not a grain of sand on thousands and thousands of grains that is the same as the other. This does not mean that everyone does not represent the same substance, origin, mother. This is important.
So lay spirituality is detached even with respect to lay spirituality.

Let’s try to describe the nature or identity of Bioregionalism and Deep Ecology.

Bioregionalism initially had a predominantly geographical character. He adopted natural habitats to divide regions of nature. It gave the area considered the title of organic entity. As its different inhabitants, minerals, plants and animals had joined together as a single organism.
Peter Berg was the one who invented the word. We remember him Raise the mail. Historical essays on bioregionalism. His trail was followed by others, including Gary Snyder with The Wild Game. Good, wild, sacred and other titles.
In the meantime – the question had started in the 1960s, in the United States, connected to the Beat Culture – bioregionalism has evolved its content by practically sharing the basic principle of Deep Ecology, that is, that there is only one life, that everything is its expression. But your own book On the bottom of the barrel – Social crisis and recovery of the self or that of Guido della Casa, Deep Ecology, although, precisely, in the key of deep ecology they refer to the expressions of nature as formal differences, all interdependent, of a only life. As it is for the various organs of a living organism. Only later does the description of the specific organs intervene, but always bearing in mind that it, like all the others, are terminals of the same nature. A mountain, a river, a desert, a plain, that is, everything, has its specificity, in which life manifests itself in a certain way, with different shapes and with functional aggregations. Any pan-engineering would be disastrous.

Are we expressions of a great body then?

This great body is not only the earth. Usually in deep ecology we deal with the planet Earth, Gaia, as a living form in itself, right? At the same time, deep ecology takes a step towards what we could also call pantheism, according to Giordano Bruno’s vision, where everything that is One is manifested in what is in all forms.

With respect to these three themes, Lay Spirituality, Deep Ecology and Bioregionalism, and by combining your research and simultaneously running a blog and several sites dedicated to these topics, do you think you have the pulse of spreading these concepts and the culture they imply? Or, what is the greatest difficulty or the most frequent misunderstanding in which people risk running into these issues that affect the Spirit and the Whole? In what is it captured, in what is it misunderstood?

The misunderstanding occurs at all levels, for example in the bioregional context, I remember that many years ago we started with the Italian Bioregional Network (officially born in Acquapendente during the spring of 1996) and with the idea of spreading bioregionalism. The Northern League appropriated it to define bioregions as ethnic backgrounds, where people’s lives were practically conditioned by local culture and therefore by the ethnic group living in that place. This was a misunderstanding, because all of us bioregionalists recognize ourselves in the place where we were born or live.
Therefore a bioregionalist can  be a person who was not born in the place, but who lives in  it recognizing it as an expression of himself. At that point he feel integrate completely into the place. But not only in the place, also in the community with which it lives. And not only the human one, but of all living beings who participate in it. For this reason anyone can be bioregionalist in any place, because it is only an opening towards presence in the place. This was the first misunderstanding.
The second misunderstanding concerns deep ecology. As you said before, almost mention is made of a sort of New-age, where everything related to nature and the Wicca rites and this and that.
We bioregionalists also organize the celebrations of the various equinoxes and solstices … there are certain times of the year that must be recognized as important. But we don’t give it any absolute importance  as recognition of some naturalistic divinity. It is only a moment to be celebrated to be happy, to be able to live in the moment we are. A way to recognize that all moments, more beautiful or uglier, have their own meaning and value.
Most people, especially those who do rituals a little, let’s say, pagans, perhaps prefer to celebrate the summer solstice, remember the Celts, Stone Age and all things of that kind, to contemplate the beauty of the sun in the its fullness. But just as important, of course, is the winter solstice because after the life that has closed to deepen the roots, it rises and slowly returns to express itself. Or the spring equinox, where life brings us back to beauty. Or the autumn one, as on this occasion, where we share the awareness that this beauty has great value.
If we do not realize this value in the spring because everything blooms, in the autumn things, that slowly begin to wane, have a stronger meaning. It is no coincidence that it is said that autumn is the time for the harvest of the best fruits of man, for man. Such as the vine and the olive tree. The olive tree is an absolute symbol of life, not only in Christian terms. The vine because represents the spirit, the sense of the spirit,  and not by chance  in the Christian religion also  wine is used for communion.

My thought is that the message of Christ has a great value, that the contents of Christianity have a great value, I refer for example not only to love but to forgiveness, especially compared to what happens in other religions, where forgiveness is replaced by the law of retaliation. The true Christic message rather than Christian, in the vulgate has been lost and those are the dogmas, the schemes, the hierarchies. Do you agree with this reading? Do you agree with the fact that Christianity has a great announcement to make and has made it in its time, completely misunderstood, completely forgotten?

I certainly agree with the teaching of Christ of which we have received only crumbs and also misrepresented and manipulated. A search would be nice, especially as regards the more genuine messages of what are called the Apocryphal Gospels and also of the famous Scrolls of Qumran, where there is the Essene teaching that corresponds to the Christic one but antecedent to him. However, we can find that this philosophy, we continue to call it Christism, is certainly an innovative message within a whole series of religious settings that were dominant in the Mediterranean Middle East at that time.
The sense of forgiveness that is not as it is understood, a calculation to escape our responsibilities, as many do towards confession. As I was reading in a text written by Franco Berrino, Daniel Lumera, David Mariani – Twenty one days to be reborn – Mondadori, where forgiveness is a regent of healing if authentic love.
Then there is the rational forgiveness that calculates, which is considered valid to erase the tendency to recrimination from our mind. And then there is the emotional one, which is instead aimed at forgiveness towards oneself and therefore also at the cancellation of the sense of offense, because it is seen in the transposition of the position as: “it happened” and that’s it. And therefore there is no longer any need for forgiveness.

Does forgiveness therefore correspond to or is it superimposable to what the Eastern tradition has handed down to us as acceptance?

I would say it is very similar to the concept of Buddhist compassion. In that case, compassion equals forgiveness.

So forgiveness, compassion, have a therapeutic value towards the individual who manages to reach that level in order to no longer feel offended in pride?

Of course not only that, but it is also the entrance door to be able to access self-knowledge. Because then being able to identify ourselves in the other through forgiveness, automatically we are also more inclined to accept ourselves for who we are and therefore we are able to see ourselves more and more deeply, up to overcome that veil of illusion that it makes us identify with a name and a shape only. That seeing oneself deeper and deeper is further therapeutic. Well at that point I would say that the therapy disappears. Up to a certain point there can be, up to transpersonal psychology we can guess that there is a path through the deepening, but then there is a subsequent phase that can no longer be rationally analyzed and therefore there can no longer be even a therapy. If we want to embark on a path in which we slowly get rid of the ballast and from the superstructures it is however correct to interpret it as forgiveness-therapy. The spiritual ways, if they are sincere and honest all in all give this direction. In Taoism, there is abandonment. Slowly we learn to relax  what made us take a position, which made us consider particularly blessed, to the point of thinking that we were able to decide, by nature, for life, for other sentient beings. So to the point of making us believe in our selfishness as true.

Interview released in Treia on 21 September 2019

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