Lettere da Auschwitz (1)

Nello scaffale umano, accogliente e persino gradevole ho confuso in un abbraccio cordiale, la mia con le altre menti addossate. Quanto spazio. Eppure tutti uno su l’altro. La faccia pressata sul tavolaccio sporco ma lucido che vista da così vicino mostrava autostrade fiorite e raggi di sole. Tutti i cattivi odori, direi meglio, le puzze sapevano di gradevole, gustoso. In quel mal comune la rassegnazione aveva, in fin dei conti, raggiunto e superato il limite per cui quando ci svegliavamo ancora una volta eravamo rassegnati a contare i morti. Non ce li togliete -disse Sofia – almeno sin quando son caldi. Sofia si era svegliata anche oggi. La vedevo attraverso le tavole. Era di fianco a destra con un braccio piegato dietro la testa e con le schiene addosso di due altri esseri. Negli ultimi tre giorni non aveva mai cambiato posizione ed i bisogni li faceva addosso come più della metà di noi. Si arrivava addirittura al punto di essere non dico felici ma sereni. Nulla poteva essere considerato peggiore di quello che agli occhi nostri, miei, si era modificato in una specie di contentezza in attesa della fine. Eravamo irrimediabilmente tutti uguali: le stesse macchie, le stesse vergogne e privi completamente di riserve mentali. Voglio dire che non vi era spazio, quello sì che mancava, ai secondi fini, alle furbizie. Non avevamo più nulla da dare. Tutto era stato dato o tolto con violenza.(s.v.)

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