IL COVID E IL PROCESSO, DEONTOLOGIA E DIRITTO

di Domenico Bilotti (*)

La situazione internazionale derivante dall’ulteriore crescita dei contagi da Covid-19 è ancora caotica, sfuggente e pericolosa. Alcuni Stati hanno al più addomesticato la curva delle nuove infezioni, mettendo un freno all’escalation del virus sulle percentuali. Sotto quelle percentuali appena attutite dal trend, però, si nascondono vite vissute e vite finite, malati gravi e familiari distrutti, operatori quotidianamente in campo nella parte peggiore di ogni quarantena: la trincea.
Giungono notizie, ora informali ora meglio documentate, di professionisti legali che incoraggiano a pioggia i parenti degli scomparsi a caldeggiare ed esperire azioni giurisdizionali a cascata. Un’offerta del genere, così eticamente viscida quando l’evento morte non è cagionato né da dolo né da colpa, ha tuttavia dalla sua discutibili criteri di facile appetibilità: dare voce al rancore di chi lecitamente si sente in torto col destino, promettere sontuosi ristori patrimoniali in tempi in cui l’azione politica non fa abbastanza per sostenere i redditi e i risparmi. In definitiva, ciò significa però ingolfare la giustizia – il contenzioso civile e il carico penale – oltre che abusare del lutto altrui a danno delle categorie sociali che più lottano proprio per evitarlo o, almeno, alleviarlo.
C’è da augurarsi che gli avventurieri dell’azione temeraria impegnati in questo sciacallaggio del dolore siano a quanto sembra davvero pochi e marginali e marginalizzati; anche perché un’alluvione di azioni pretestuose finirebbe per soffocare e annientare nello stesso calderone quei casi (che ci sentiamo di presumere pochissimi) dove effettivamente potrà giurisdizionalmente riscontrarsi l’esito di una specifica responsabilità. E ci auguriamo che i congiunti delle vittime di questo tremendo male imprevisto abbiano sempre la mente e il cuore di respingere, come nella più parte delle occasioni già fanno, tentazioni livorose, scorrette, improduttive ai fini della giustizia procedurale e di quella sostanziale.
Il tracciato della responsabilità medica nel nostro Paese purtroppo non sempre ha avuto toni e modi virtuosi. La pretesa risarcitoria è stata usata come strumento di pressione a cavallo tra responsabilità penale e monetizzabilità del danno, ingenerando complessiva sfiducia nei cittadini (ivi compresi e sopra tutti i cittadini con problemi di salute e i cittadini impegnati nell’ambito medico-scientifico) e un contenzioso così cospicuo e amorfo da far annegare e dilazionare nel suo mare le pretese tecnicamente più fondate. L’eccesso di giudiziarietà in ambito medico è stato paradossalmente buon alleato dei difetti della cd. mala sanità.
La giurisprudenza di legittimità ha provato a dettare criteri ermeneutici contemporaneamente più equi e più stretti, ma non sappiamo se nella prossima generazione di “pregresso” civile e penale questo lavorio avrà seguito felice, anche perché non sempre gli orientamenti giurisprudenziali sono stati chiari, condivisi, strutturati. Una debacle davanti alla quale tutti, al cospetto delle sofferenze di chi è sottoposto a procedimento e di chi ha perso la vita o un familiare, ci si può sentire sospinti a fare un onesto e costruttivo mea culpa. In ciò inclusi, da giuristi dommatici, quelli coi quali si è provato a suggerire al rito e alla prassi delle soluzioni operative razionali o alternative: o quella voce è stata confusa, o ha detto cose difficili da secondare, o non è stata ascoltata.
Se non bastassero i profili eminentemente processualistici, la stella polare del metodo deontologico dovrebbe suggerire che gli sforzi da compiere non sono oggi quelli di allegare putride manovre in un momento drammatico per il Paese, ma di dotare adeguatamente e capillarmente le strutture sanitarie, se del caso affiancandovene, come si sta facendo, di nuove, tarate per quanto accade oggi. Di non fare esibizione di mezzi, di dottrine, di immagini, di falsa accoratezza. Lo sforzo, cioè, di non cavalcare onde, ma di programmare e implementare l’esercizio reale dei diritti. In attesa di una collaborazione fattiva, oltre che esistenziale, di cui l’Italia ha bisogno e la quale sola può forse farci intravedere l’approdo di una navigazione così perigliosa.

(*) Università Magna Graecia di Catanzaro

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