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Finale di partita di Samuel Beckett

Ha riaperto ieri i battenti la stagione del Teatro Tor Bella Monaca. Forte dello straordinario successo di pubblico che l’attuale gestione ha registrato, il debutto non poteva che essere di prestigio: si è cominciato con Glauco Mauri e il suo allestimento di “Finale di partita di Beckett” (che rimarrà in scena fino a domenica prossima). La Compagnia Mauri Sturno al servizio di un caposaldo del cosiddetto Teatro dell’Assurdo, che tanta polemica scatenò al suo debutto.

L’opera conserva intatto il fascino nel suo delirante spazio scenico, la scansione narrativa scandita dalle note gravi e accennate di un insistente avvio musicale che non ce la fa proprio a elevarsi alla complessità melodica, esattamente come le battute degli attori sulla scena annaspano nell’inconcludenza dello scambio quotidiano, senza mai diventare dialogo. Ma le frecce avvelenate dell’intenzione dell’Autore sono tutte là: nell’agitarsi incoerente di un domestico alle prese con una strana menomazione che gli impedisce la seduta (un efficace e straordinario Roberto Sturno) al servizio riottoso di un padrone cieco (interpretato magnificamente dal Maestro del teatro, uno stupefacente Glauco Mauri), costretto su una sorta di “trono” (in realtà un’enorme sedia a rotelle) dal quale urla -ma sarebbe più corretto dire esala- comandi contraddittori, peraltro quasi mai eseguiti dal recalcitrante servitore.

Ci sono, di lato, anche due gabbie dalle quali emergono, di quando in quando, due figure di donna e uomo, (perfetti nella loro avvilente staticità, illuminata da stralci di trascurabile vitalità: Elisa di Eusanio e Mauro Mandolini), lombrichi, più che nudi, a simboleggiare una genitorialità negata e irrilevante che ha poco o niente da dire, se non la continua rievocazione di passaggi di vita, mediocri e stantii, inutilmente ripetuti.

Nessuno ha più niente da dire, da ricordare, da insegnare o trasmettere: l’insignificanza si è infiltrata dalle finestre di quello spazio scenico che simboleggia la vita, dove tutti si ingegnano a continuare a simulare l’esistenza, proprio come giocatori di un finale di partita a scacchi che insistono a continuare la sfida anche quando tutto è irrimediabilmente perduto. Troppo disperati per abbandonarsi al suicidio.

Ottima la regia di Andrea Baracco, alle prese con la non facile sfida di rendere ancora attuale un testo che annoda le su radici profonde con le disperanti riflessioni dell’epoca esistenzialista di troppi decenni fa.

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