CEFALONIA, a Verona preferiscono le favole alla verità 

Ass. 'Acqui', ANPI ed Esercito insieme per dimostrare la natura 'resistenziale' dei fatti
di Massimo Filippini

Il quotidiano di Verona L’ARENA di Martedì 4 Dicembre 2007 pubblicò l' articolo ”Omaggio agli eroi della «Acqui»
Una mostra per ricordare la tragedia della Divisione trucidata nel 1943 a Cefalonia e a Corfù”
di Paola Dalli Carri.
Sedici giorni per conoscere la storia ed omaggiare il sacrificio della Divisione Acqui a Cefalonia e Corfù: tanto durerà la mostra promossa dall’Associazione nazionale superstiti Divisione Acqui e arrivata a Soave grazie all’associazione dei partigiani.
La mostra, ospitata nella sala delle feste, è stata inaugurata sabato con una piccola cerimonia alla quale sono intervenuti Claudio Toninel, presidente della sezione veronese e vice presidente nazionale della Acqui, il presidente provinciale dell’Anpi Raul Adami, il sindaco Lino Gambaretto assieme al direttivo dell’Anpi soavese ed al Comitato per la difesa della Costituzione repubblicana. Anche Soave ha dato il proprio contributo di uomini nella Divisione Acqui, basta pensare al reduce Luigi Strapparava e ad Angelo Menini, soldato del 33° reggimento artiglieria deceduto in territorio tedesco. Come quest’ultimo, altri 214 veronesi morirono a Cefalonia e Corfù o nei campi di sterminio dove i superstiti di quell’eccidio vennero deportati.
La sintesi del tragico fatto storico, per quasi 60 anni sepolto nell’ «armadio della vergogna», è un racconto dell’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il primo ad omaggiare le vittime di Cefalonia nel 2001.
«Il 14 settembre 1943», ha ricordato l’ex presidente della Repubblica, «gli uomini della Acqui furono posti dal loro comandante, generale Gandin, di fronte a tre scelte: combatttere al fianco dei tedeschi, cedere loro le armi, tenere le armi e combattere. Decisero, consapevolmente, il loro destino, «combattere piuttosto di subire l’onta della cessione delle armi».
Dimostrarono così», ha concluso Ciampi, «che la patria non era morta. Anzi, con la loro decisione, ne riaffermarono l’esistenza. Su queste fondamenta risorse l’Italia».
Da Cefalonia e Corfù, dopo l’8 settembre, si levò il primo vagito della Resistenza: dei 16mila e 500 uomini che componevano la Divisione Acqui, ne furono uccisi 10 mila e 500.
Trucidati dai tedeschi in combattimento, uccisi come traditori e poi bruciati, annegati nell’affondamento delle navi che li avrebbero portati verso i lager, imprigionati nei gulag sovietici o deportati nei lager tedeschi in Jugoslavia, Polonia, Austria, Russia e Germania: questo il prezzo de «La scelta della Divisione Acqui a Cefalonia e Corfù nel settembre 1943», raccontata nei venti pannelli che compongono la mostra.
L’esposizione rimarrà aperta per altre due settimane, fino al 16 dicembre: è visitabile tutti i giorni dalle 9 alle 11.30 e dalle 14 alle 17.30.
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Dal tenore dell’articolo risulta evidente che a Verona e dintorni le ricerche e gli studi riguardanti la vicenda di Cefalonia sono –volutamente o meno- del tutto inesistenti o, per meglio dire, sono rimasti fermi alle elaborazioni compiute a tavolino da una certa storiografia militante per la quale tutto ciò che di nuovo è emerso nel corso delle ricerche sugli avvenimenti posteriori all’armistizio può essere accettato solo se porta acqua al mulino ‘resistenziale’ in cui –forzando la realtà- si è inserita di prepotenza una vicenda come quella di Cefalonia dal carattere prettamente militare avvenuta, per di più, prima ancora che la Resistenza propriamente detta avesse inizio. Ma tutto ciò ovviamente poco importa ai ‘gendarmi della memoria’ dell’ANPI e dei loro associati (Ass. ne Acqui in primis) per i quali ogni episodio che dopo l’8 settembre vide una qualche opposizione ai tedeschi deve essere obbligatoriamente ascritto alla Resistenza ideologicamente intesa anche se -come nel caso di Cefalonia- ebbe connotazioni ed aspetti nulla aventi in comune con essa.
A tale carenza di motivazioni, peraltro, ha posto rimedio una sapiente regìa abilmente orchestrata da un maestro di nome Carlo Azeglio Ciampi –la cui sballatissima versione dei fatti è ripetuta a pappagallo dai suoi zelanti sostenitori- il quale, non più nei panni di ex banchiere ma in quelli di storico di prim’ordine, ha ‘trasformato’ i soldati della Acqui in partigiani ante-litteram ed il loro comandante in una sorta di capo popolo che, come il copione prevede in tali casi, si rimette –per decidere il da fare- al ‘volere’ dei suoi uomini espresso attraverso un ‘referendum’.
Naturalmente l’autrice del compitino di cui all’articolo in questione si guarda bene dal menzionare l’Ordine di Combattere inviato al gen. Gandin dal Comando Supremo –vero responsabile della morte dei nostri soldati- e neanche vi accenna di sfuggita forse perché affascinata dalla visione di un’ intera divisione percorsa da un irrefrenabile ‘cupio dissolvi’ concretizzantesi nella consapevole (!) ‘decisione’ o meglio nella SCELTA di resistere e di morire per non subire l’onta del disarmo che –guarda caso- alle altre divisioni dipendenti, come la ‘Acqui’, dal Comando dell’XI^ Armata di Atene non sfiorò affatto la mente tanto è vero che il 9 settembre obbedirono in massa all’ordine del loro comandante gen. Vecchiarelli di cedere le armi ai tedeschi.
Non lo fece la sola divisione ‘Pinerolo’ il cui comandante gen. Infante non obbedì all’ordine superiore e stipulò un accordo con i partigiani comunisti greci dai quali la sua divisione fu depredata delle armi e del materiale finendo poi in una crudele prigionia alla quale si sottrasse…il solo Infante che rimpatriò lasciando i suoi uomini a morire per mano dei partigiani comunisti greci.
Esclusa dunque la ‘Pinerolo’ le altre divisioni vennero sì fatte prigioniere (e d’altronde altro non potevano pretendere) ma la grandissima maggioranza dei loro membri ritornò a casa mentre la ‘Acqui’ dovette patire morti in combattimento (circa 1300), fucilati dopo la resa (circa 400), periti in mare nelle navi che li trsportavano prigionieri in Grecia (circa 1300) e morti in prigionia (circa 1000) per un totale di circa 4.000 (quattromila) sventurati che avrebbero potuto QUASI TUTTI salvarsi senza che si dovessero inventare motivazioni più o meno eroiche per giustificarne una morte certo non voluta e causata –in concorso tra loro- dai ribelli interni alla Acqui (in primis i ben noti capitani Apollonio e Pampaloni) e dal governo Badoglio che fuggì a Brindisi di dove il 13 settembre invio il criminale ORDINE DI RESISTERE ben consapevole di non poter inviare alcun aiuto e soprattutto SENZA AVER DICHIARATO GUERRA ai tedeschi, ciò che fece solo il 13 ottobre successivo, ponendo i nostri soldati catturati dai tedeschi nella posizione GIURIDICA di ‘Franchi tiratori o partigiani’ come tali passibili di fucilazione immediata secondo le Convenzioni internazionali -quella di Ginevra in particolare- scritte a tutela dei 'prigionieri di guerra' cioè di coloro che combattono a seguito di una regolare DICHIARAZIONE della stessa.
In proposito è da ricordare ai tanti sepolcri imbiancati che sorvolano su questo agghiacciante particolare che svariati nostri piloti passati con gli Alleati prima del 13 ottobre ’43 vennero passati per le armi dai tedeschi subito dopo essere stati abbattuti come ‘ribelli’ come è stato ricordato in una relazione tenuta dal gen. AM Pelliccia in un convegno svoltosi a Roma il 23 maggio 2007 presso la Sede centrale della Guardia di Finanza cui partecipò anche –con una relazione su Cefalonia- lo scrivente.
Ma l’articolo in questione raggiunse l'apice della 'disinformazione' nella frase: “Da Cefalonia e Corfù, dopo l'8 settembre, si levò il primo vagito della Resistenza: dei 16mila e 500 uomini che componevano la Divisione Acqui, ne furono uccisi 10 mila e 500” in cui il totale dei Caduti è talmente inverosimile al punto che indubbiamente provocherà salaci commenti dai tanti che ormai sono a conoscenza della verità e delle speculazioni che sulla vicenda si compiono da anni.
Infatti come ho scritto e DOCUMENTATO il numero delle vittime –per mano tedesca- durante e dopo lo battaglia ammontò a non più di 1.700 (millesettecento) unità tra cui ci fu mio Padre magg. Federico Filippini com.te il genio divisionale e tale dato dolorosissimo (ed io ne so qualcosa) -debitamente riportato nel mio ultimo libro “I Caduti di Cefalonia: fine di un Mito”- fu assai inferiore –FORTUNATAMENTE- a quello da sempre 'sparato' e ripetuto nell’articolo senza il benché minimo supporto documentale.
Detto articolo inoltre risale al 5 dicembre 2007 e da allora -malgrado l'accertamento del numero dei Caduti contenuto e documentato dal mio libro- NULLA E' CAMBIATO durante le annuali commemorazioni che si tengono un po' dappertutto e soprattutto a VERONA nella cerimonia che rappresenta il fiore all'occhiello dell'Associazione 'ACQUI' supportata ovviamente dalla partecipazione del nostro ESERCITO i cui membri ricordano e salutano impettiti la strage NON AVVENUTA di oltre DIECIMILA LORO COMMILITONI !
Ed è proprio ai Responsabili Militari che rivolgo, in chiusura, l' accorato appello a non proseguire ulteriormente in questa impostura. .
La storia va avanti, non facciamoci ridere dietro.

Massimo Filippini
orfano del magg Federico fucilato il 25/9/1943 a Cefalonia come 'Franco Tiratore' grazie a…… Badoglio

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