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HOMO NON PIU’ SAPIENS MA “DIGITAL”

E’ l’allarme lanciato dal Brain Trainer, professor Giuseppe Alfredo Iannoccari: le nuove tecnologie, diventate “protesi mentali”, potrebbero corrodere il nostro cervello e rubarci il pensiero. Ma possiamo correre ai ripari…

Italiani popolo non più di pensatori ma di superdipendenti da smartphone, tablet, computer, televisori, consolle e simili: Global Mobile Consumers Survey di Deloitte rileva che il 59% dei connazionali controlla più di 200 volte al giorno il cellulare; secondo ComScore, un italiano su tre ha un continuo rapporto con i dispositivi mobili con cui si collega spesso a Internet, in cerca di notizie, filmati, social e giochi.

Tutto a portata di mano, senza sforzo, soprattutto cognitivo. L“intossicazione” da queste “protesi mentali” potrebbe trasformare l’uomo da “sapiente” a “digitale”, con riduzione delle facoltà mentali, come riferisce il professor Giuseppe Alfredo Iannoccari, presidente di Assomensana e Brain Trainer:

«Se impiego una tecnologia al posto delle abilità cognitive, queste perdono di efficienza, perché per il cervello “ciò che non si usa si perde”. Uno studio della University College di Londra indica che quando si usa il navigatore non vengono attivate le aree cerebrali deputate alla navigazione (lobo parietale), all’attenzione e pianificazione (lobo frontale) e alla memoria dei luoghi (ippocampo). Così chi non l’adopera ha queste zone più toniche e voluminose, mentre con l’uso protratto la tecnologia causa una perdita in termini neuroanatomici e cognitivi».

Se in passato il pensiero si è costruito facendo riferimento agli elementi naturali, a causa dei nuovi attrezzi l’essere umano si è trovato a relazionarsi con strutture mentali diverse. «L’avvento delle tecnologie ci ha spiazzati, proponendoci fenomeni artificiali difficili da comprendere. Ad esempio, immaginare un motore di automobile con 10.000 giri al minuto è una velocità impressionante per il cervello dato che il termine di paragone mentale è “quanti giri riusciamo a fare velocemente con la mano”! », spiega Iannoccari, «Di fronte a un oggetto grande poco più del palmo di una mano, contenente tanti strumenti, l’uomo rinuncia a comprenderne i meccanismi e si limita ad utilizzarli, senza farsi domande. E sulla scia del non pensare ci si accomoda volentieri. La grandezza dell’oggetto corrisponde all’ampiezza del pensiero. Così lo sguardo si focalizza su un video largo circa cinque pollici (niente rispetto ai 10.000 della nostra visione su uno spazio aperto). Restringendo l’angolo visivo, si restringe anche il focus dell’attenzione e l’area’ in cui i nostri pensieri si formano e si confrontano perché è lo spazio visivo che attiva il pensiero».

Spazi e pensieri vanno di pari passo e sono direttamente proporzionali tra loro; conferma il Brain Trainer: «Più è ristretto lo spazio, più il pensiero è limitato nei movimenti. Fissare lo sguardo sullo schermo di un device significa concentrarsi su un compito dai confini minimali. E questo ha un riflesso sulla qualità dei nostri pensieri che hanno bisogno di spazi per incontrare altri ambienti; utilizzare le mani per gli oggetti, formare nuove idee o strutturare meglio quelle esistenti. Il poco tempo tolto ai Social e al resto tecnologico non lo mettiamo a disposizione del pensiero ma, considerandolo “morto”, piuttosto lo riempiamo con la radio. Non riusciamo a stare in compagnia dei nostri pensieri, condizione considerata noiosa o faticosa».

Il destino dell”homo digital”, che delega ogni compito alle “protesi mentali”, sembrerebbe segnato ma il professor Iannoccari indica due accorgimenti, necessari per mantenere in buona salute la mente e il cervello:

1. Accogliere con favore le tecnologie, ma non delegare tutto a loro. Senza navigatore, pianifico il percorso da fare e cerco di orientarmi; prima di fare i calcoli con la calcolatrice, li faccio a mente, poi verifico; se devo chiamare una persona, non utilizzo la rubrica del telefonino, ma provo a ricordare il suo numero (imparando qualche cifra di volta in volta); fatta la lista della spesa, prima di guardarla mi affido alla memoria per gli acquisti e dopo esamino l’elenco; invece di vedere sull’agenda gli impegni della giornata, uso quella mentale e in seguito controllo;

2. darsi dei tempi per consultare le tecnologie, evitando di rimanere sempre connessi. Bisogna fare dei ‘teach break’ per visionare le mail e lo smartphone. Perciò controllerò la posta elettronica alle ore 10.00 e poi alle 12.00, nel frattempo scriverò quella relazione che richiede concentrazione o mi confronterò con i colleghi su un progetto. Se si lavora con le tecnologie, si deve evitare di consultare lo smartphone quando non serve. In definitiva, se non è necessario, lascio che la mente vaghi e si dedichi al pensiero libero.

Per saperne di più: Giuseppe Alfredo Iannoccari, Ph.D., Presidente Assomensana

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