IL GAMBIA, LE DIFFICOLTA’ POLITICHE DEL CONTINENTE ED EVENTUALI RIPERCUSSIONI SULL’IMMIGRAZIONE DI MASSA


Dopo quasi 23 anni di governo autoritario, il presidente del Gambia Yahya Jammeh ha perso le elezioni politiche del suo Paese contro il candidato dell'opposizione Adama Barrow. In un primo momento, sorprendentemente, il leader di uno dei più piccoli Stati africani aveva accettato l'esito elettorale e si era complimentato con il suo avversario. In molti temevano un'altra vittoria a tavolino di Jammeh, il quale aveva provato negli ultimi anni a creare una nazione di stampo islamico ma che soprattutto si era impegnato a limitare la libertà di parola delle opposizioni, arrivando a staccare internet nelle ore precedenti alle elezioni.


Otto giorni dopo l'inaspettata sconfitta, Jammeh è tornato sui suoi passi, ed ha rifiutato l'esito delle consultazioni. Non si è fatta attendere la risposta degli altri Paesi del continente che hanno minacciato di invadere il Gambia qualora Jammeh non avesse lasciato il potere. Dopo aver proclamato lo stato di emergenza ed aver provato ad estendere il suo mandato di altri sei mesi, il presidente ha annunciato alla televisione nazionale che se ne sarebbe andato senza che ci fosse alcun spargimento di sangue. Negli ultimi giorni infatti il Senegal (che ha ospitato e fatto giurare il vincitore Barrow) aveva invaso il Gambia e si era diretto verso la capitale. Al momento, l'ormai ex dittatore non ha ancora lasciato la nazione, e le forze dell'unico Paese confinante sono pronte ad attaccare la capitale qualora Jammeh decidesse ancora di cambiare idea.


Nonostante ci siano state poche ore di scontri, in pochissimo tempo il conflitto ha provocato 45.000 profughi: sebbene non sembrino tantissimi, bisogna considerare che nel Paese vivono circa 1.800.000 persone, quindi si può capire come una parte consistente della popolazione abbia abbandonato la propria nazione; in ogni caso la situazione si dovrebbe risolvere con rapidità, specialmente se Jammeh dovesse abbandonare il Paese.


E' facile però capire che quando una situazione del genere si verifica per molto tempo ed in Stati con più abitanti (come è accaduto in Siria ed Iraq), è molto più complicato trovare una soluzione e spesso si sfocia nella guerra civile. Il caso che ci coinvolge di più è quello della Libia. Dalla Primavera Araba del 2011 il Paese non ha un governo stabile e adesso risulta addirittura diviso con più militari che si sono proclamati leader. Nonostante ci siano molti movimenti e molte milizie che controllano varie aree del Paese, si possono riassumere le forze in campo in 2 gruppi principali:il Governo di Accordo Nazionale di Serraj che ha sede a Tripoli ed è appoggiato dalla comunità internazionale ed il parlamento di Tobruk, appoggiato dal generale Khalifa Haftar, non riconosciuto dal mondo occidentale ma benvisto da Putin e da Al Sisi. Accanto a questi, bisogna considerare la presenza degli islamisti di Khalifa Ghwell ma anche quella dei miliziani dell'Isis che, pur avendo perso i territori che controllavano, sono molto attivi nel Paese. Di fronte ad una situazione così complessa, si capisce che è difficile trovare un interlocutore; non a caso la visita del ministro Minniti a Tripoli e la riapertura della ambasciata italiana hanno portato proteste, soprattutto da parte del governo di Tobruk.


Un altro Paese africano che si trova in condizione precarie è la Nigeria: in questo caso il nemico principale è il gruppo terroristico di Boko Haram, affiliato all'Isis. Nel gennaio 2015 gli appartenenti a questa organizzazione sono riusciti ad ottenere il controllo di alcune aree del Nord provocando la fuga di tantissimi civili verso l'Europa. Nonostante l'esercito regolare nigeriano abbia ripreso il controllo del Paese, Boko Haram compie ancora molti attentati nelle grandi città ed attacchi nei villaggi del nord.


Prendendo ad esempio solo la situazione di 3 Paesi, si può capire il motivo di un'immigrazione così massiccia verso l'Europa attraverso la cosiddetta “Rotta mediterranea”. Accanto a questi esempi citati, ci sono situazioni che si trascinano da anni, come i conflitti in Sudan o in Somalia. In queste guerre vengono coinvolti milioni di civili che non trovano sempre aiuto dalle nazioni confinanti (che a loro volta versano in pessime condizioni) e si ritrovano dunque dopo lunghi viaggi su barconi fatiscenti per arrivare in Europa. Nonostante le tante proposte per ognuno di questi conflitti, i Paesi occidentali sembrano lontani dal trovare una soluzione, anzi spesso rimangono fermi anni a decidere se intervenire o meno. Non a caso, questa situazione sembra destinata a continuare molto a lungo.

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