IN RICORDO DI CARLO MARIA MARTINI, UN PASTORE “TIRATO PER LA GIACCHETTA”

di Domenico Bilotti

La morte di Carlo Maria Martini nel 2012 ha lasciato la Chiesa e la società italiane indiscutibilmente più povere. Dal punto di vista metodologico, sin da quando la sua figura era emersa anche all’opinione pubblica, trasmetteva una pacatezza dialogica che aborriva le semplificazioni estreme, la brutalizzazione dello scontro, l’intransigenza usata come scudo del potere. Pure nei contenuti, il Cardinale non difettava di offrire sempre e comunque vedute altre, lucide quanto essenziali. La sua genuina predisposizione ad assecondare gli intendimenti, teologali, sociali, culturali, di una ecclesia semper reformanda lo aveva trasformato, suo malgrado, in una specie di bandiera in mano alle contrapposizioni (curioso ossimoro per chi del dialogo aveva fatto propria ragione esistenziale). Negli anni della Seconda Repubblica, quando la conflittualità tra opinione pubblica laica e opinione pubblica cattolica rischiava di rispondere a differenze di mero posizionamento politico, il suo insegnamento veniva ora acriticamente associato al progressismo del luogo comune, ora, invece, sbandierato come ennesima controprova dell’immutevolezza dogmatica da preservare. Ci permettiamo di dire: né l’uno, né l’altra. Né la morale benpensante, facilona, ottimistica senza costrutto, né la mancanza di interpretazione ed elaborazione riguardo alla tradizione e alla gerarchia ecclesiastiche.

Suscita perciò interesse l’intervista curata da Luigi Guzzo per i tipi della Rondine (Catanzaro, 2016) ad Antonio Cantisani, arcivescovo emerito della diocesi di Catanzaro-Squillace. Se già le sollecitazioni del giornalista indirizzano il confronto verso una sottolineatura di temi importanti, il sapiente contrappunto ragionativo del religioso irrobustisce ulteriormente la qualità e la rilevanza del ricordo di Carlo Maria Martina. Il libretto è agile, per foliazione e tono, ma anche per i frequenti spaccati di vita e dinamica ecclesiale che Cantisani riesce a proporre. Ad esempio, laddove Guzzo si spinge a tratteggiare l’utilità di una visione sinergica dell’operato di Martini e di Joseph Ratzinger, Cantisani molto opportunamente colloca questo approccio integrato sull’esclusivo piano delle scelte di fede, della testimonianza, della pastorale, senza cedere alle impossibili, quanto invalse, comparazioni post-mortem.

Cantisani, che Martini ha conosciuto personalmente e che per tanti profili si può adeguatamente ritenere espressione di una affine sensibilità ecclesiale, unisce nel ricordo esperienze di vita vissuta, di partecipazione concreta della Chiesa alle vicende sociali, locali e non, e squarci sul pensiero di Martini. Alla pari della sobrietà comportamentale e verbale di Martini, però, Cantisani non si erge mai a baluardo di una pretesa interpretazione “autentica” di un cardinale che fu, per erudizione e profondità di sguardo, non solo religioso, ma anche intellettuale di formazione amplissima. No: delinea orizzonti, che, in base alla sensibilità di ciascuno, possono essere di ricerca per il laico che studia la cultura (ecclesiastica e non solo) dell’Italia del Novecento, di professione di fede per il credente che davvero voglia vivere nell’intimo l’esigenza di una Chiesa vicina, che accompagna senza verdetti inoppugnabili rispetto alla sua stessa conformazione terrena, di entusiasmo e curiosità intellettuale per il diversamente credente.

Martini, infatti, tra i molti meriti, sganciò il dialogo ecumenico e quello interreligioso dalla natura esclusivamente proclamativa che siamo soliti ascrivervi e scelse di farlo lungo due direttrici in nulla contrapposte: inesausto sforzo esegetico (anche in opere divulgative, spiccano le cognizioni vetero-testamentarie di Martini) e reale e piena condivisione delle angosce altrui.

Anticipano le dense e profonde riflessioni di Cantisani, le pagine di presentazione di Antonino Mantineo che, da canonista, ripercorre le contestuali vicende di Martini e Cantisani lungo quella pista di una Chiesa possibile, che aveva già additato il Concilio Vaticano II negli anni Sessanta del secolo scorso e con cui “laici” e “chierici” hanno omesso e spesso omettono di confrontarsi.

Utilissime, le parole di Cantisani, soprattutto nella misura in cui ci riconsegnano una integrità di visione e messaggio che non cede ai tanti trampolieri che, sulla scia del consenso mediatico dell’attuale Pontefice, tutto legittimano e interpretano, nel corrente Magistero, ad uso e consumo del proprio interesse. Questo, sì, un modus agendi fuori da ogni legittimazione religiosa.

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