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MARGINALMENTE N. 115 del 14.gen.2017

Più inguaiato Grillo o chi lo sostiene?

Nonostante le apparenze qui non voglio parlarvi di Beppe Grillo e delle sue giravolte politiche “pazzesche” (è un aggettivo che lui usa sempre) ma voglio parlarvi di chi sta più inguaiato di lui: il popolo pentastellato.

In pochi mesi è stato svelato il vero volto del fenomeno Cinque Stelle. L’inizio della fine si è avuto con l’elezione del sindaco di Roma, una giovane sprovveduta, teleguidata da più parti, circondatasi da troppe persone di dubbia moralità e incapace di governarre. E il Movimento? Ha sopportato tutto, pur rinunciando al miserabile slogan (miserabile perché moralistico) “Onestà! Onestà!” e giungendo alla prima inversione di Grillo con la modifica del regolamento: niente più dimissioni obbligatorie in caso di avvisi di garanzia: quello che valeva ferocemente per gli altri, ora che tocca il movimento non vale più. E il popolo che col mouse e la tastiera decide con poco più di cento voti chi deve diventare “onorevole”, ha detto che va bene… perché il capo ha sempre ragione. Peggio di Grillo ci sono solo alcuni suoi avversari, quelli che con piglio pensoso si sono “compiaciuti della svolta garantista”. Autentici coprofagi!

Neanche il tempo di metabolizzare questa schifezza ed ecco che il tragi-comico annuncia di voler lasciare a Bruxelles il gruppo dell’ultradestra euroscettica di Farage e passare con la destra liberale euroentusiasta. Mette questa cazzata ai voti sulla rete e…il popolo rabbioso che dovrebbe cambiare l’Italia gli dà ragione e vota ok al 79 per cento. Sapete com’è andata a finire: i liberali hanno spedito un enorme eurovaffa… a Grillo e nel giro di meno di 24ore il M5s è tornato con Farage.

Vi ho fatto questo noioso riassunto solo per poter porre una domanda cruciale: a questo punto credete che il problema sia Grillo, Casaleggio junior, Di Maio, Raggi eccetera, o il 30 per cento circa del popolo italiano che, drogato di internet e rabbia, scelgono questi personaggi per stare meglio?

N.B. – Secondo i sondaggi, il M5s è passato dal 31 per cento d’inizio novembre a quasi il 28 prima di Natale e al 26 dopo l’Epifania: cinque punti di percentuale persi in meno in due mesi. Neanche il centrodestra ne è mai stato capace…

Qualche frase che sarà famosa

Quando, l’altro giorno, i liberali europei hanno sbattuto la porta in faccia a Beppe Grillo, il tragi-comico non ha fatto harahiri come un nobile giapponese e non si è nemmeno preso a schiaffi davanti allo specchio come avrebbe fatto Totò ma, con fierezza, ha twittato: “Abbiamo fatto tremare il sistema!

Grande scandalo mediatico perché all’ospedale di Nola i malati venivano curati a terra in mancanza di letti. I TG hanno “sparato” la notizia senza ragionare e senza capire (come al solito); il governatore campano, sempre quel tale De Luca, ha tuonato: “Licenzierò tutti”; e il ministro “a sua insaputa” Lorenzin ha annunciato l’invio di ispettori. Sono dovute passare almeno dodici ore per capire che i sanitari denunciavano da mesi (per iscritto) la carenza di letti e barelle e, nell’indifferenza di governatore e ministro, assistevano eroicamente inginocchiati i poveri degenti. E adesso chi si occuperà di licenziare De Luca e Lorenzin?

Infine, anche se è vecchia di qualche settimana, datemi la soddisfazione di citare il “grande” Gianfranco Fini intervistato da Il Fatto Quotidiano quando i magistrati hanno dato per certo che la famosa casa di Montecarlo non è di proprietà del cognato Giancarlo Tulliani, ma addirittura proprio della moglie di Fini, Elisabetta. “Lei dice? – chiede Fini al giornalista – Addirittura è di mia moglie? (…) Che devo dire (ride nervosamente, ndr), (…) Secondo lei è piacevole a 65 anni ammettere di essere un coglione?“. A Gianfra’ vedi che ci sei arrivato per ultimo!

Obama: l’addio più lungo

Scusate se ogni tanto vi rompo con le domande, ma voi ricordate una transizione fra un presidente Usa e un altro così lunga, lacrimevole e astiosa verso il nuovo? Barak Obama lascerà fra qualche giorno, ma da due mesi non si dà pace: promulga nuove leggi, ne abolisce altre, acuisce i già pessimi rapporti con la Russia, saluta a destra, saluta a sinistra, piange insieme a tutta la famiglia, premia qualche collaboratore fedele (che piange pure lui) , silura altri, e arriva persino a danneggiare la Fiat-Chrysler (giovedì le ha fatto perdere 16 punti in Borsa) accusandola di dieselgate solo perché Marchionne ha dato credito a Trump annunciando un nuovo stabilimento in Usa con duemila posti di lavoro. E che cavolo! A destra e a sinistra nessun presidente uscente ha mai fatto questo schifo. Si vede che a togliere la poltrona ai “sinceri democratici” si compie reato di lesa maestà.

Via Renzi, via l’Unità

L’Unità, lo storico quotidiano comunista fondato da Gramsci (e af-fondato da Repubblica che ne ha svilito la funzione) sta per chiudere nuovamente i battenti. L’editore, il costruttore Pessina, non vuole più saperne di rimetterci soldi ora che Renzi non è più al governo. Beh, che c’è da stupirsi: le cose muoiono così come nascono. E’ storia nota che nel 2015 il costruttore Pessina comprò l’Unità, su sollecitazione dell’allora premier Renzi, poche ore dopo essersi aggiudicato l’appalto del grande ospedale di La Spezia per 175 milioni di euro. Da notare che all’epoca il governatore della regione Liguria era il piddino Claudio Burlando e Renzi, come presidente del Consiglio, aveva stanziato 119 milioni per quell’ ospedale. Per giunta (non si è mai saputo perché) a quell’appalto appetitoso l’azienda di Pessina fu l’unica a partecipare: non si presentarono altre imprese concorrenti.

Naturalmente si sperava in un rilancio dello storico quotidiano, ma dove sono più quelle masse di operai che pur con sacrificio infilavano l’Unità nella tasca della giacca orgogliosamente bene in vista?

1,6 milioni l’anno per far fallire la banca

Se tutto va bene (ma in Italia non si sa mai) avremo la magra consolazione di sapere chi sono quei signori e quelle aziende che hanno preso milioni di euro in prestito dal Monte dei Paschi di Siena senza curarsi di restituirli e facendo fallire la banca. Pensate, persino il presidente dell’Abi (Associazione bancaria italiana) Antonio Patuelli, ha detto che , poiché lo Stato risanerà Mps coi soldi delle tasse di quei fessi di cittadini che le pagano, i sopraddetti fessi hanno il diritto di sapere chi si è fregato i miliardi. E pensate che, invece, quel tal Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria (quel signore che appena due mesi fa ha impunemente schierato gli industriali italiani a favore del recente referendum costituzionale renziano) ha avuto da ridire: sì…però…non risolve il problema…” Insomma, vorrebbe coprire gli industriali che hanno fatto il bottino.

Intanto, i giornali hanno reso noto gli stipendi dei manager: per portare Mps al fallimento, il presidente del Cda prendeva 716mila euro all’anno; gli amministratori delegati e direttori generali tra un milione e 600mila euro a un milione e 400mila. E non basta: ad Antonio Vigni e Fabrizio Viola, spettano rispettivamente quattro milioni e tre milioni e 100mila euro di buonuscita.

Coi soldi di noi contribuenti si pagheranno anche queste buonuscite principesche o qualche tribunale si occuperà di far pagare a questi amministratori i danni agli azionisti? Boh!

E il tribunale si rioccupa di Ruby e olgettine

Che faceva Silvio Berlusconi nelle serate in casa sua ad Arcore con Ruby e le olgettine? Il tribunale non si dà per vinto: l’Italia deve sapere! E così è partito il processo “Ruby ter”. Avviato l’altro giorno, è stato rinviato al 3 luglio. E’ noto che col solleone i giornali e i tg hanno meno notizie, quindi potranno dare prime pagine e grandi spazi al processo. E già da ora io (insieme a tutto il popolo italiano) mi chiedo con spasmodica curiosità: cosa faceva mai il Berlusca in quelle serate? Mah! Certo che zio Silvio se l’è cercata: avesse infilato qua e là, nelle famose cene, qualche trans, sarebbe già stato perdonato. E invece…Non è che si può perdonare a uno questa fissa della patacca!

Antonio Biella

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