Massafra. Un ipogeo in Piazza Broja


Roberto Caprara

già docente di Archeologia Medioevale

nell’Università di Sassari

Durante recenti lavori condotti a Piazzetta Broja è stato scoperto un ipogeo che visitatori superficiali (che magari si piccano di archeologia senza averne la severa conoscenza ma solo un’infarinatura) hanno frettolosamente battezzato per “vicinanza”. Ma lo studio e la conoscenza approfondita degli ipogei e dei siti rupestri esige cognizioni specialistiche che non sono appannaggio di molti, e, per avere maggiori informazioni, abbiamo pregato Giulio Mastrangelo ed Angelo Notaristefano, dell’Archeogruppo di Massafra, di eseguire un accurato sopralluogo, che è stato effettuato il 24 settembre.

Come è noto, uno dei criteri per giungere alla datazione di un manufatto scavato è quello di misurare le tracce degli strumenti di scavo, che variano profondamente col mutare dei tempi. Una attenta osservazione di Franco dell’Aquila e di chi scrive, fatta in moltissimi siti, ha rivelato che il piccone romano e tardo antico ha lasciato tracce di cm 5,8-5,9 e quello medioevale e moderno di cm 4,5-5.

Ma i Romani, soprattutto in età repubblicana, in alternativa al piccone, usavano la dolabra (fig. 1) (dal lat. dolabra, derivato di dolare «lisciare con l’ascia, sgrossare»), che aveva taglio come una scure, ortogonale rispetto alla “bocca larga” dei picconi e che lasciava tracce anche di 12-15 centimetri, o in alterntiva, per lisciare le pareti scavate, una specie di ascia (fig. 2) (lat. ascia, fabrile) che lasciava tracce delle stesse dimensioni e che sappiamo che era usato nelle catacombe. Su alcune pareti dell’ipogeo si sono ricontrate tracce di queste dimensioni.

Il sopralluogo Mastrangelo-Notaristefano, che erano accompagnati da Luigi Serio e Fabio Galeone, che hanno prodotto una ricca documentazione fotografica, ci permette di approfondire e confermare le impressioni che esprimemmo a caldo, grazie anche al rilievo effettuato (fig. 3), malgrado le difficoltà determinate dalla presenza di detriti sul piano di calpestio.

Frammenti ceramici poco significatici ed ossame (certamente non umano, ma resti di pasto gettati come rifiuti tra i detriti dopo l’abbandono del sito) sono stati rinvenuti, ma potremo parlarne solo dopo un esame autoptico.

L’invaso è certamente stato usato come abitazione, come testimonia il camino con tracce di fuliggine che ne denunciano l’uso. Però si tratta di uso secondario, come dimostra un “gradino” nel soffitto che rivela due distinte fasi di escavazione, una tardo romana, con uso del piede romano provinciale di 28 cm, ed una medioevale, con uso del piede bizantino di 30-31,2 cm. Infatti le linee di scavo hanno dimensioni variabili dall'ingresso sino alla nicchia sul fondo. Queste “linee” sono intervallate alle seguenti distanze 68 cm (e questa dimensione rappresenta anche l’incavo della porta , che è largo 27 e profondo 16 cm) , 82 cm,36 cm, 28 cm (un piede tardo romano esatto). Dopo questa inizia una seconda fase di scavo con modulo costante (si è capito che è una seconda fase dallo “scalino” sul soffitto) , 40 cm, 40 cm, 40 cm, 20 cm e 20 cm., sedici ed otto digiti di piede bizantino.

Anche le misure dei gradini della scala di accesso sono riconducibili al piede tardo romano di 28 cm. Le dimensioni rilevate dal primo gradino vanno dai 12 ai 35 (la superficie risulta sbriciolata per cui si ha questa forte variazione di dimensioni) per una lunghezza di 153 cm; secondo gradino 31 cm x 149 cm , terzo gradino 38 cm x 153 cm , quarto gradino 28 cm x 149. Tenuto, infatti, conto delle tolleranze consuete nei siti scavati, 149-153 cm corrispondono a 5 piedi (cm 140) e 4 digiti (cm 64). Come è noto, i sistemi metrici antichi erno duodecimali ed un piede era diviso in 12 digiti, per cui si puo’ parlare di 5 piedi e un terzo.

Ma l’esterno è abbastanza piccolo e non vi si trovano elementi tipici delle altre vicinanze, come fogge, capovento, pozzo o pile-lavatoio. Forse sotto lo strato di terra che ricopre lo spazio esterno. potrebbe esserci qualcosa, come una bocca di cisterna. L’area del vano esterno è chiusa dalla presenza di un blocco di roccia non scavato. E, oltretutto, questa sarebbe l’unica, su un centinaio di vicinanze conosciute, ad avere un solo locale di abitazione, quando normalmente sono da tre a nove. Pertanto si puo’ parlare di pozzetto d’ingresso e non di corte, perché è ampio meno di 6 metri quadri e presenta a sinistra della scala di accesso una specie di nicchia incompleta che forse è l’inizio di lavori di ampliamento interrotti e non portati a termine.

Nel camino , il vano superiore misura , 96 cm per un altezza di 63 cm (3×2 piedi bizantini esatti), poi c’è la mensola lunga 98 cm (3 piedi bizantini, con la tolleranza di un paio di cm) , larga 27 e spessa 6 cm , sotto vi è un arco di spessore 26 cm lungo 100 cm dalla cui sommità i rilevatori sono riusciti a prendere un altezza pari a 123 cm prima di fermarsi , senza toccare il fondo , a causa dei detriti .Del camino non è sata presa la profondità perché è ricolmo di detriti. Le pareti interne risultano, come già accennato, coperte di fuliggine.

L’esame del manufatto porta alla conclusione che un’originaria tomba a camera romana di circa m 2×2 sia stata, in età medioevale ampliata ed usata come abitazione da un singolo o da una coppia di anziani che non avevano bisogno di ampi spazi all’aperto indispensabili per chi aveva prole.

Un puntuale confronto, anche dimensionale, si ha con l’ipogeo dei Letti Funebri di Canosa (fig. 4) che ha area discoverta più ridotta, larga poco più della scala e profonda circa un metro e mezzo.

Se un letto funebre era sul fondo della tomba a camera (come si vede ancora in quella nel Giardino delle Zoccate di Betta Pasanisi e Carlo De Luise, in via avvocato Vincenzo Gallo, anch’essa trasformata in abitazione, ma forse per un eremita) andò distrutta quando il vano fu ampliato a ventaglio per favorire l’illuminazione , proveniente esclusivamente dalla porta d’ingresso. D’altra parte, la pianta a ventaglio è nota soprattutto in monumenti vasti, come numerose chiese rupestri, da quella di Santa Geffa a Trani a quella di Sant’Apollinare a Mottola, mentre è praticamente sconosciuta nelle abitazioni delle “vicinanze” massafresi, normalmente a pianta ortogonale.

Tombe a camera rupestri in territorio di Massafra sono note almeno dal 1963, quando io ne pubblicai tre (una quarta era interrata) esistenti nella Gravina di Santa Caterina, nei pressi della chiesa omonima, nel volume Contributi per la carta archeologica del Nord-Ovest tarentino, Ed. Alhena, Taranto, pp. 43-47 e figg. 18-20, tra le quali la più notevole è la più grande (m 3,50×3,10), cui si accede per un dromos lungo m 2,60 e largo 1,40 (% piedi da 28 cm) che conserva due iscrizioni latine, una mutila col probabile nome di un defunto: AVRVE (Aurelius Venusinus?) ed una enigmatica su due linee THESA|VRVM nell’angolo fra due pareti. Sul lato sinistro dell’ipogeo, alti pochi centimetri sul pavimento, sono due letti funebri accostati, lunghi m 2 e larghi 0,50.

Un’altra tomba a camera, trasformata in cella eremitica ed affrescata, con tracce consistent del letto funebre, sulla stradina di accesso alla medesima Gravina, è stata publicata da mio fratello Attilio in “Archeogruppo 5”, Massafra 2002, pp. 115-120, con 7 figure.

Nostra opinione è, pertanto, che l’ipogeo di Piazzetta Broja vada conservato visitabile, dopo un rinetamento al quale possono provvedere i soci dell’Archeogruppo ai quali, nel corso del tempo, ho fornito numerose cognizioni di archeologia, magari con la sorveglianza di un funzionario della Soprintendenza. La piccola area discoverta puo’ essere protetta da una griglia con botola in corrispondenza della scala, e farne caposaldo di un circuito di visita delle tombe a camera, da inserirsi in quello più ampio delle chiese rupestri, in attesa della valorizzazione delle “vicinanze” che sono la vera peculiarità di Massafra, unica città ipogeica esistente in Italia.

Firenze, 27 settembre 2016

Nel collage in ordine: Fig.1. Dolabre romane. – Fig. 2. Ascia fabrile. -F ig. 3. Ipogeo di Piazzetta Broja. Pianta e sezioni. – Fig. 4. Canosa. Tomba a camera dei Letti Funebri.

Lascia un commento