Barcellona Pozzo di Gotto ha fatto rivivere Pier Paolo Pasolini, l’Uomo Coraggio. Intervista al Maestro Giuseppe Messina

Tiziana Cambria

L’occasione per fare rivivere Pier Paolo Pasolini è stata possibile grazie alla presentazione in pubblico di “Apologia di un profeta” il libro che lo scultore Giuseppe Messina ha voluto dare alle stampe proprio nel quarantesimo anniversario della morte del poeta friulano di Casarsa, assassinato nella notte tra l’1 e il 2 di novembre del 1975. Proprio al Messina abbiamo voluto rivolgere qualche domanda poco prima dell’inizio della manifestazione la sera del 31 ottobre nell’auditorium “San Vito” di Barcellona Pozzo di Gotto, la chiesa barocca sconsacrata dove il “Movimento per la Divulgazione Culturale” – curatore del volume – ha dato appuntamento ai soci, e concittadini estimatori di Pasolini.

Domanda: Maestro Messina, cosa ha significato e cosa significa per lei il personaggio Pier Paolo Pasolini?

Risp.: Pasolini, senza ombra di dubbio ha rappresentato e, tuttora, rappresenta il coraggio e l’onestà la cui memoria va sempre onorata e noi questa sera siamo qui ad onorarlo.

Dom.: Perché dice che Pasolini rappresenta il coraggio e l’onesta?

Risp.: Perché egli, in ogni momento della sua vita ha dimostrato coraggio e onestà. Non dobbiamo dimenticare che ha sfidato tutti i poteri maligni della società, prima di tutto i governi corrotti e la mafia, ma anche la vigliaccheria di certi giornalisti e uomini di cultura. Egli ha processato pubblicamente molti di coloro che detenevano il potere politico e governavano malamente l’Italia – basta andare a consultare la stampa dell’epoca, specialmente il “Corriere della Sera” e Il “Mondo” per cui scriveva – ed è stato abbandonato dai tanti da cui era giusto ricevesse almeno supporto morale; era rimasto solo come un cane arrabbiato. La verità è una soltanto: in quell’epoca la maggioranza degli uomini di cultura erano intellettuali del boom economico e non del boom culturale.

Dom.: Perché ha intitolato la sua opera “Apologia di un profeta”?

Risp.: Basta leggere ciò che ha detto e scritto prima di morire, i suoi scritti di 45 o 50 anni fa per rendersi conto delle sue nette, lucide previsioni. Le faccio un solo esempio: egli scrisse, quando ancora erano in pochi in possesso di un apparecchio televisivo, cito un po’ a memoria: “Il fascismo poteva essere contrastato poiché non gli era facile entrare in tutte le case; a differenza delle teletrasmissioni che saranno destinate ad entrare in tutte le case s’insinueranno nelle coscienze e imporranno atteggiamenti, costumi e consumi”. Egli era convinto che i grandi mezzi di comunicazione di massa, mezzi che avrebbero potuto proiettare l’uomo verso un nuovo Rinascimento, verso un nuovo umanesimo, verso la pace universale, verso la fratellanza dei popoli, sarebbero stati usati come feticci per causare quel tanto grave deterioramento mentale, quale oppio delle coscienze. Per cui – come ho scritto nel mio libro – “non mezzi di comunicazione di massa, non mezzi d’informazione di massa bensì mezzi di sottomissione delle masse! Mezzi di corruzione d’innocenti e sprovveduti! – Adesso c’è solo da ammettere che aveva ragione Pier Paolo Pasolini – la lotta è impari! Non è facile battere i detentori di tali poteri! Del tele-potere…” Come lo vuole definire uno così se non profeta?

Dom.: Lei si è fatto un’idea a chi avrebbe fatto comodo la morte di Pier Paolo Pasolini?

Risp.: Rispondo alla sua domanda citando proprio Pasolini il quale scrisse sul “Corriere della Sera”, più o meno, così: “Io so chi a voluto la strage di Milano la strage di Brescia e di altri atti terroristici avvenuti in Italia, so di chi è la colpa dei mali che affliggono l’Italia, ma non ho le prove”. Adesso io so chi ha fatto assassinare Pasolini, ma non ho le prove. Posso soltanto rimandare chi ne vuol sapere di più a rileggere i suoi scritti, a cominciare della lettera ad Antonio Ghirelli, pubblicata sul giornale “Il Mondo” del 28 agosto del 1975 (2 mesi e 4 giorni prima che lo assassinassero) nella quale scrive: “In conclusione, il PSI e il PCI dovrebbero per prima cosa giungere ad un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in questi trent’anni. Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale: Andreotti, Fanfani, Rumor e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati, come Papadopulos, sul banco degli imputati… ”. Certamente una coraggiosa richiesta a cui voleva la partecipazione di altri intellettuali, ma furono in molti non a nicchiare, ma proprio a far finta di non aver capito, (così pure il PSI e il PCI), comunque Pasolini, tra l’altro, lo aveva scritto 27 giorni prima in un articolo sul “Corriere della Sera” dell’1 agosto 1975: “Gli intellettuali italiani sono sempre stati cortigiani; sono sempre vissuti dentro il Palazzo”. Praticamente, Pier Paolo Pasolini, “Uomo Coraggio” si stava scavando il vuoto intorno e la sua solitudine si faceva sempre più pesante. Egli si rendeva conto di ciò, ma, come scrisse in quella stessa occasione: “Niente mi ripara, niente mi difende. Io stesso ho scelto questa situazione esistenziale tanti anni fa (…) ed ora mi ci trovo per inerzia: perché le passioni sono senza soluzioni e senza alternative: d’altro parte dove fisicamente vivere?”

Dom.: Torniamo al suo libro. A chi desidera indirizzare “Apologia di un profeta?”

Risp.: Lei, certamente ancora non ha avuto modo di leggere il libro e non può saperlo, perciò glielo anticipo io citando alcuni versi che compongono l’opera:

Le “Ceneri di Gramsci”… // Quelle di Pasolini… // Verbo da seminare,

anche, oltre i confini; // il mio tentativo // è di farlo attecchire // nel giovane contesto con voglia di sentire. // La corsa dei ragazzi // va sempre sostenuta // specie in un ambiente //che sovente non muta.

Come avrà modo di constatare, anche questa mia opera, come le precedenti, è dedicata ai giovani e ciò avrebbe fatto piacere a Pier Paolo Pasolini, infatti, se ci fossero dubbi, il motivo è chiaro anche nei versi che concludono il poema:
La sua poesia non rattrista, // anche se tristi verità rivela: // è giusta direzione della pista // per chi è al buio e la luce anela. Nel collage fotografico: l’artista Giuseppe Messina interviene in mezzo al pubblico; il maestro Juliano Parisi esegue alcuni brani musicali alla chitarra attentamente seguito dai relatori (da sx) Maria Torre, Giuseppe Rando, Giuseppe Messina e Nunziante Rosania e Giulia Carmen Fasolo)

Lascia un commento