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Debolezze

Solo 48 ore fa sembrava che la Grecia avesse la meglio nel braccio di ferro con l’Europa, ma ora appare evidente che il rischio rottura con la Troika porterebbe ad una catastrofe non solo continentale, dal momento che ieri, 24 ore prima dell’incontro dei ministri delle finanze della Eurozona per discutere della richiesta inviata dalla Grecia per una proroga di 6 mesi del prestito, il segretario del tesoro USA Jack Lew ha chiamato il ministro delle Finanze ellenico, Yanis Varoufakis, avvertendo di “immediate difficoltà” senza un accordo e chiedendo collaborazione con Ue e Fmi.
“È il momento di passare ai fatti” ha detto Jack Lew al collega greco, “ di trovare un sentiero costruttivo in accordo con il Fmi e i ministri europei delle finanze” perché, ha concluso “l’incertezza non è una cosa buona per l’Europa”.
Nella serata di ieri, da Berlino, arriva la presa di posizione di Angela Merkel, secondo la quale aiuti ai paesi indebitati sono possibili solo in cambio di riforme.
I creditori internazionali sembrano voler giungere ad un accordo che tranquillizza gli operatori di Borsa, ma la posizione ufficiale di Bruxelles resta dura ed invariata, acuendo il senso di confusione interna e confusione che regnano in Europa.
Una Europa incerta e debole anche sotto il profilo internazionale, che lascia alla sola Germania e Francia il dipanare la questione Ucraina e non ha strategie circa la minaccia islamica ormai infiltrata e dilagante.
Mentre la Libia è nel caos e le forze del Califfato avanzano, aiutate dalla estrema debolezza dei due governi che da Bengasi e da Tripoli si contendono il potere nel Paese e sul fronte militare, l’unica novità è rappresentata dall’intervento duro e ripetuto delle forze militari egiziane, in risposta all’uccisione dei 21 ostaggi copti (ma soprattutto in funzione di contenimento di un fenomeno che assai facilmente potrebbe contagiare il Paese delle piramidi; l’Europa tace e l’ONU designa un impossibile percorso politico di pacificazione senza peraltro precisare con quali, fra i tanti, interlocutori.
Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha avuto un lungo colloquio telefonico con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi per analizzare lo stato della lotta contro il terrorismo, con particolare riguardo alla situazione libica e ai passi politici e diplomatici, nel quadro del Consiglio di sicurezza Onu, per riportare sicurezza e pace nel Paese e propone l’Italia come capofila della pacificazione, in primo luogo, come ha detto l’ ambasciatore Sebastiano al Palazzo di Vetro, articolato su alcuni aspetti, tra cui il monitoraggio di un cessate il fuoco e il mantenimento della pace, ma anche l’addestramento delle Forze armate “in una cornice di integrazione delle milizie in un esercito regolare e per la riabilitazione delle infrastrutture”. Il punto, e su questo l’Italia non sembra aver fatto passi indietro rispetto alla vigilia, è la necessità di agire subito e con determinazione, “attraverso un cambio di marcia della comunità internazionale prima che sia troppo tardi”.
Cerca di ritagliarsi un ruolo l’Italia, messa da parte sul piano internazionale e da Washington il ministro Alfano, in visita negli USA, dice che “noi siamo pronti a fare la nostra parte”, pur scansando come “premature” eventuali interventi militari.
A Roma è allarme per due libici giunti nella capitale e che hanno fatto incetta di armi e il Viminale cerca di calmare gli animi sempre più preoccupati circa eventuali minacce di infiltrazioni con i barconi di immigrati.
Intanto, nei fatti, invece di trovare una sponda di autentico intervento alleandosi con Egitto, Lega Araba e Francia, l’Italia, che una parte vuole fare da capofila, fatto appoggia l’opera di mediazione dell’inviato speciale Onu per la Libia, Bernardino Leon, per trovare un accordo tra le parti su un governo di unità nazionale, pur sapendo che, a parte il califfato, di governo ve ne sono due e tra loro profondamente divisi.
Debolezza e confusione, giochi misti e su tavoli diversi e sbagliati che rendono vuote le parole del ministro Gentiloni che, in Parlamento, dice che l’Italia è pronta “a contribuire al monitoraggio di un cessate il fuoco e al mantenimento della pace»”, assumendo un ruolo guida nella cornice dell’iniziativa Onu.
Naturalmente contrario ad ogni presa di posizione è il Movimento 5 Stelle, con Di Battista che dice “La Libia sarà il nostro Vietnam”, ignorando la gravità della questione, la bestialità della inerzia e le parole del ministro della Difesa Roberta Pinotti, che nel corso di un forum di Repubblica Tv ha detto, parlando dell’incremento degli sbarchi sulle nostre coste: “Il vero nodo è come fermare le partenze. In Libia la situazione è fuori controllo e si è formata una associazione di scafisti che causano l’aumento dei barconi diretti verso l’Italia”.
Sempre a proposito dei barconi, secondo il Daily Telegraph, che cita “documenti segreti dei jihadisti”, l’Isis sarebbe intenzionato a utilizzare la Libia per portare il caos nel sud dell’Europa ed è per questo che, senza pensare ad interventi militari, occorre intervenire per fermare questo pericolo.
Ma di farlo si continua a parlare, mentre il tempo scorre e non è infinito. Come si continua a parlare di ripresa economica che invece non si vede, con aumento di disoccupati e poveri e di persone che non riescono a curarsi, a vestirsi e a mangiare.
Il 2015 sarà un “anno decisivo” per lo sviluppo globale, ha detto il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, intervenendo alla cerimonia di apertura del Consiglio dei Governatori dell'Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo) ed ha aggiunto che, secondo lui , la nostra Nazione è pronta a fare la sua parte nella lotta alla povertà mondiale.
Intanto non si limitano né le povertà interne né le chiusure di industrie ed aziende agricole, ridotte di un 25% dall’inizio di questa crisi, lunga per tutti, ma che per noi sembra infinita.

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