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Massimo LA TORRE, Gianfrancesco ZANETTI, Altri seminari di filosofia del diritto, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2013, 204 pp.

IVAN VALIA
Università “Magna Graecia” di Catanzaro

Vi sono questioni che, per la loro stessa natura, necessitano di essere continuamente indagate, approfondite, rilette e reinterpretate. E ciò si rende ancor più necessario se la prospettiva dalla quale si intende partire è un’indagine di natura filosofico – giuridica.
Temi come l’Eguaglianza, la Morale, la Legalità o la Deontologia, giusto per citarne alcuni, sono centrali nell’analisi degli autori del libro, Massimo La Torre e Gianfrancesco Zanetti. In verità, l’opera è una sorta di riedizione, a distanza di circa un decennio, di altre elaborazioni contenute nel manuale “Seminari di Filosofia del diritto – Categorie del dibattito contemporaneo”. Nel presente testo nuove problematiche sorgono (oltre a quelle già citate, i due filosofi del diritto si interrogano su questioni quali il Potere, l’Autonomia, la Legalità, i Valori condivisi ed i Testi condivisi), ma la finalità, sia per l’autore che per l’attento lettore, è sempre la medesima: “suscitare una discussione […], permettere la formulazione di domande interessanti, piuttosto che quella di mettere sul tavolo delle risposte ben confezionate”. Ma di risposte ben confezionate, su alcune questioni, non ne troveremo mai, per fortuna oseremmo aggiungere.
Ad essere coinvolta non è solamente la sfera giusteorica: grossi interrogativi vengono posti al sociologo; forti influenze si hanno nel campo della politica. Ma l’angolo visuale privilegiato, ci pare, è quello della riflessione morale che, al di là del saggio specificatamente dedicato al tema, attraversa in maniera trasversale ogni pagina del testo.

Il libro è suddiviso in otto capitoli e, nonostante la scrittura a quattro mani, il volume presenta una buona omogeneità di fondo, anche se i temi trattati, a primo impatto, potrebbero sembrare delle monadi isolate. Così non è. E non lo è per una ragione particolare: gli autori mostrano la medesima sensibilità giuridica e notevoli capacità argomentative nell’approcciare i diversi temi, vista la loro delicatezza.

Il libro parte proprio con l’analisi di teorie che, per qualche via, sono appunto connesse all’ambito della Morale: naturalismo, utilitarismo e contrattualismo ci conducono, pur seguendo strade differenti, su di un percorso in cui si tenta di trovare una fondazione ai nostri giudizi morali quotidiani. È certamente una strada impervia e tortuosa, all’interno della quale ogni azione giuridica porta con sé una pretesa di correttezza e dove, inevitabile, risulta la meditazione sulla filosofia morale.

Nel saggio sui Valori condivisi, temi di strettissima attualità (ad esempio cittadinanza postmoderna e multiculturalismo), vengono affrontati con una profonda attenzione non solo al contesto normativo, ma anche con particolare riguardo a quello sociale.
Interessante è quanto dice il Professor Zanetti quando, muovendo da Raz, afferma che «le pratiche e le credenze rilevanti non si presentano come pacchetti di unità indipendenti, culturalmente sigillate entro autonome capsule di significato; esse sono sempre innestate in una complessa rete di fatti istituzionali […]».

L’attenzione al contesto normativo, sociale, culturale, per certi versi è ancora più evidente nel saggio sull’Eguaglianza. Qui la metodologia seguita è chiara e non lascia spazio a grossi dubbi: si problematizza la classica distinzione tra “eguaglianza di fronte alla legge” e “eguaglianza in termini di giustizia distributiva”, e poi si mette sotto stress l’univocità del percorso “dall’eguaglianza di base a quella normativa”. Il rischio è che quanto più ci si spinge nell’assolutizzazione delle distinzioni, tanto più è possibile che le trame dell’Eguaglianza si allarghino fino a farle perdere “vividezza” ed efficacia. Ma, come sottolinea Zanetti all’inizio del saggio, un discorso di questo genere è sempre un discorso sui diritti o ancora meglio: «la parola diritti sembra evocare una forma di eguaglianza». E quando discorriamo di diritti, lo facciamo con riferimento ai diritti umani, che spettano a tutti senza che rilevino le differenze. Ciò che deve rilevare è la problematizzazione della diseguaglianza perché, senza questa operazione, non riusciremmo a trovare un accordo addirittura su cosa si intenda per “uomo”.

Come detto, essenziale è il discorso morale: qualunque sia il tema trattato, vi è la costante sensazione che gli autori si pongano continuamente domande sulle ricadute morali che certi temi necessariamente suscitano.
Diventa così una discussione su certi valori la ricerca di una presunta identità collettiva all’interno del saggio Testi condivisi; e diventa un discorso che non può essere indifferente all’ambito valoriale quello fatto all’interno del capitolo dedicato alla Deontologia dove, tra l’altro, viene messo in rilievo come, nella teoria del diritto, l’avvocatura abbia avuto sino ad oggi, sfortunatamente, un posto di nicchia.

Nel saggio sulla Legalità, tra le parti più interessanti, vi sono quelle in cui il Professor La Torre si approccia al tema della tortura: è evidente che se ne può discutere (anche se questa operazione è già di per sé riprovevole) ma, se lo si fa, si è già fuori dall’ambito della legalità. E ciò, evidentemente, in totale contrasto con tutte quelle strategie adottate (soprattutto dopo gli eventi dell’11 settembre 2001), per rendere la pratica della tortura lecita, legittima, accettabile. Se è dato per certo che in qualche modo la violenza è stata positivizzata all’interno degli ordinamenti moderni, al contempo vi deve essere la chiara consapevolezza che il contraltare, il limite all’abuso del potere, va rinvenuto all’interno delle carte costituzionali. Il sentimento che emerge è quello di profonda preoccupazione, il timore è che le battaglie che si sono fatte in nome del diritto, dal secondo dopoguerra in poi, vengano vanificate da questi tentativi di rendere usuale una pratica così barbara e così lontana da qualsiasi discussione che sia afferente al discorso giuridico. Non può in alcun modo darsi, sia a livello pratico che a livello concettuale, che convivano sullo stesso piano e nella stessa epoca quella “sovranità dei valori” di cui spesso si è parlato negli ultimi anni, ed un “ritorno alla tortura”, come quello al quale si è tristemente assistito recentemente. L’opera di costituzionalizzazione è lo sfondo al quale restare ancorati, il richiamo alle ragioni ed ai principi emersi grazie ad essa, deve essere il continuo e costante riferimento. La ragionevolezza, la riflessione morale, devono sempre avere la meglio sulla passione e sulla forza. La storia e la politica sembra che spesso abbiano dimenticato la strada percorsa: la stessa l’opera di costituzionalizzazione, evidentemente, non è garanzia sufficiente per evitare l’edificazione di sistemi giuridici aberranti. Troppo spesso la violenza, dietro la giustificazione del potere statale, si è ripresentata e si ripresenta con drammatica attualità, attraverso le forme più disparate.

L’aspetto seminariale del libro comporta una presa di posizione, da parte degli autori, anche quando i temi che si trattano sono maggiormente connessi al profilo storico. È ciò che avviene, in particolar modo, nel saggio sul Potere nel quale, dopo aver passato in rassegna alcune teorie nelle quali la relazione tra diritto e potere è praticamente imprescindibile (il riferimento è alle teorie di Marx, Pašukanis, Stučka e Višinskij), si arriva ad analizzare un problema che mai può sfuggire al filosofo del diritto. Ci stiamo riferendo al rapporto tra diritto, potere e regime dispotico.
In particolare, in regimi totalitari (al di là delle differenze ideologiche che tra di essi possono incorrere, come tra stalinismo e nazismo), un dato è ineliminabile: la visione del rapporto tra diritto e potere è molto simile ed in particolare la legge, in sistemi totalitari, mai si atteggerà come strumento di difesa dagli abusi del potere. Scrive infatti La Torre :«Certo, la legge può costituire un limite all’arbitrio del potere […], ma solo quando essa […] sia in qualche modo svincolata dal comando del potente, quando la sua fonte di produzione sia fuori dal raggio di autonomia del potere politico, ovvero quando essa per la procedura mediante la quale è emanata non possa essere considerata nei termini di un comando di un superiore politico verso un inferiore bensì debba ritenersi un atto di auto legislazione. Intendo dire che la legge può costituire un freno alle eventuali tentazioni dispotiche del potere politico per la sua fonte o per la sua procedura, non per la sua struttura formale».
La formalizzazione giuridica, dunque, in una qualche misura, è sempre presente all’interno del potere (politico) e dunque il esso, in questo senso (a conferma di quanto diceva Norberto Bobbio) è sempre potere politico. A meno che non ci si sposti sul piano di una norma generale universalizzabile, che sia accettabile da tutti i cittadini in un processo di deliberazione pubblica, ove vi sia libera partecipazione e ove, evidentemente, non si può parlare di superiori o inferiori politici, nei termini sin qui descritti.
È chiara l’influenza che sull’autore hanno suscitato autori quali Rawls, Dworkin, Habermas, costante e necessario riferimento morale, soprattutto quando si cade in temi così duri, nel campo del “discorsivamente impossibile”.

Probabilmente tra una decina d’anni sarà necessario porsi le stesse domande, interrogarsi sugli stessi temi e forse saranno necessari altri seminari che possano accompagnarci in quel difficile percorso che attraversiamo ogni qual volta poniamo questioni al nostro guardiano interno. Sia di consolazione il fatto che, come evidenziato inizialmente, quando ci si imbatte in certe tematiche, mai vi saranno risposte a portata di mano, mai vi sarà una soluzione preconfezionata e la più grande fortuna che ci possa capitare è quella di essere in costante dubbio. Ed il dubbio può essere dissipato, seppur in minima parte, con la discussione e con semplici parole, il cui peso a volte si trascura. Ma, come dice lo stesso Zanetti «anche in questo momento, mentre parliamo in questa occasione, le nostre parole contano, possono avere un peso».

IVAN VALIA
Università “Magna Graecia” di Catanzaro
e-mail: ivan.valia@hotmail.it

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