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REPETITA: Il Museo Regionale dell’Emigr​ante, a Introdacqu​a. Un centro della memoria in uno dei borghi più belli d’Italia, paese natale di Pascal D’Angelo

IN ABRUZZO, IL MUSEO REGIONALE DELL’EMIGRANTE, A INTRODACQUA
Un centro della memoria in uno dei borghi più belli d’Italia, paese natale di Pascal D’Angelo

di Goffredo Palmerini

L’AQUILA – In un’uggiosa giornata di fine febbraio, in bilico tra pioggia e minaccia di neve, partiamo per Introdacqua, per rispettare un impegno preso da tempo. Altrimenti, non verrebbe voglia di mettersi in strada. Per fortuna la compagnia di Serafino Patrizio, matematico insigne già cattedratico nell’ateneo aquilano con forte interesse per la storia dell’emigrazione, di sua moglie Pasqualina, una vita nell’insegnamento della letteratura italiana, e di Giuseppe Leuzzi, che per tre lustri ha guidato l’Ufficio Emigrazione della Regione Abruzzo, fa diradare la malinconia d’un cielo plumbeo di maltempo. La nostra conversazione è piacevole, trapunta di storie e memorie di migrazioni, giusto prologo all’escursione verso il suggestivo borgo peligno che ci porta a conoscere il Museo regionale dell’Emigrante, dedicato a Pascal D’Angelo. Mentre gli argomenti della conversazione coltivano l’interesse per una visita che si prevede densa di emozioni, già l’auto supera Barisciano, infilando la striscia d’asfalto che lungo l’altopiano ostenta una sequela di paesini turriti, arrancati ai due lati sulle falde dei colli che delineano l’acrocoro: Castelnuovo, San Pio delle Camere, Tussio, Caporciano, poi su uno sperone Civitaretenga, grazioso borgo conserva le vestigia d’un ghetto ebraico, cifra di trascorse consuetudini commerciali.

Lungo la statale che diritta si snoda fino a Navelli ed oltre fiorisce una teoria di belle chiese romaniche, a connotare tappe di spiritualità sul tracciato del tratturo magno che principiava ai piedi della collina di Roio, al margine della forte città demaniale, L’Aquila, arteria della transumanza di greggi e pastori verso l’Adriatico selvaggio e il Tavoliere delle Puglie. Una di quelle chiese, Santa Maria dei Centurelli, la più grande, ampia di spazi per la sosta delle greggi, con il fenomeno migratorio esploso dopo il 1861, conobbe la devozione degli emigranti che lì si raccoglievano in preghiera prima della partenza per terre straniere. Davanti al tempio, da qualche anno, è stato posto a memoria un monumento bronzeo all’emigrante, realizzato dall’artista aquilano Augusto Pelliccione. Ora, come da tempo immemorabile, le terre dell’altipiano producono l’oro rosso migliore del mondo, lo zafferano (crocus sativus), riconosciuto da un marchio Dop. Per diversi secoli il prezioso prodotto fece le fortune dell’Aquila, insieme alla lana e al panno aquilano, in fiorenti commerci con tutta Europa, favorendo l’insediamento nella città murata di numerose comunità di mercanti stranieri, ancor oggi presenti nella toponomastica cittadina. Un eccellente zafferano, si diceva, raccolto in gran copia e al tempo usato non in gastronomia, come oggi si penserebbe, ma per tingere tessuti.

In alto sulla sinistra, lungo il rettilineo, sfila Collepietro. Poi, oltre il bivio per San Benedetto in Perillis, la strada affonda ripida nell’infinita serpentina di curve e tornanti fino a raggiungere Popoli, vestibolo della Conca Peligna, retaggio d’un ampio lago nel Pleistocene prosciugatosi per la falla apertasi nelle Gole che ora la congiungono alla Val Pescara. Si supera il fiume Pescara, che qui ha le sue copiose sorgenti, per congiungersi più a valle con l’Aterno e proseguire verso il mare. Già sulla sinistra incombe il monte Morrone, così sacro agli Abruzzesi per l’impronta celestiniana. Si rivela già a mezzacosta con l’eremo incavato nella roccia dove l’eremita Pietro Angelerio fu raggiunto dal messaggero che gli portava l’annuncio dell’avvenuta sua elezione a pontefice, avvenuta il 5 luglio 1294 nel Conclave di Perugia. Da lì il monaco Pietro si partì, qualche giorno dopo, con una grande scorta di fedeli e di due sovrani, Carlo II d’Angiò e suo figlio Carlo Martello, alla volta dell’Aquila, per la sua incoronazione. La volle davanti alla sua Basilica di Collemaggio il 29 agosto, con un’immensa partecipazione di fedeli – un cronista riferisce che duecentomila persone assistettero all’evento – diventando papa Celestino V, passando presto alla storia per il suo profetico pontificato e per il gesto della rinuncia alla tiara papale, il 13 dicembre 1294, ad appena cinque mesi dalla sua elezione. Un gesto straordinario, nella storia della Cristianità, ampiamente evocato in questi giorni dall’analogo gesto di papa Benedetto XVI, con dimissioni operanti dalle ore 20 del 28 febbraio. Non sono sfuggite, pur nelle specificità dei due contesti storici, singolari analogie nel gesto di grande umiltà e coraggio di Benedetto XVI e con quello di Celestino V, come pure la venerazione profonda che papa Ratzinger ha più volte espresso per il predecessore che liberamente rinunciò alla tiara.

Siamo ora a Sulmona, la città del poeta Ovidio Nasone, il più grande cantore dell’amore della latinità che qui era nato nel 43 a.C., morto in esilio a Tomi, sul Mar Nero. Abbiamo giusto il tempo d’ammirare l’abside della stupenda Cattedrale di San Panfilo, per costeggiare a destra la città e prendere la via per Introdacqua. Si supera l’antica fabbrica dei famosi confetti Pelino, poi la ferrovia, e già fuori dall’abitato s’intravede il profilo di Introdacqua, con il campanile e la torre medioevale che svettano sulla fuga di tetti del paese, inerpicato sui contrafforti del monte. Introdacqua è uno stupendo borgo sorto sul conoide all’estremità del Monte Genzana, laddove confluiscono le valli di Sant’Antonio e di Contra, ricche di acque. Per le valenze architettoniche, storiche ed ambientali, è riconosciuto tra i borghi più belli d’Italia, un vanto dell’Abruzzo che ne annovera ben 21 in seno al prestigioso Club. L’origine di Introdacqua si fa risalire al IX secolo ad opera dei cistercensi dell’abbazia di San Clemente a Casauria che, avendo in quel luogo terreni da coltivare, vi mandarono dei coloni. Nacque così la prima comunità, dipendente dall’abbazia, poi divenuta feudo di varie famiglie nobili, tra le quali si citano i D’Aquino e i Trasmondi. Nel XIII secolo il borgo si fortifica, con l’edificazione del Castello, per difendersi dagli esiti di lotte interne nella vicina Sulmona. Oggi Introdacqua, un centro con belle architetture e una curata qualità urbana, conta circa 2100 abitanti. Vi arriviamo a metà mattinata. Ci attende Gianfranco Mieli, infaticabile promoter e direttore del Museo Regionale dell’Emigrante. Ci accompagna a Palazzo Trasmondi, imponente edificio a quattro piani lato strada, ma l’ingresso del Museo è nel retro, risalendo per una suggestiva viuzza arcata, con bel pavimento a porfido bicolore.

L’edificio che ospita il museo caratterizza il centro storico di Introdacqua con la sua mole ed eleganza. La costruzione risale al XIII secolo e prende il nome dal casato proprietario, i Trasmondi appunto, che del paese furono gli ultimi feudatari. Nel corso degli anni il palazzo ha ospitato anche i Conti d’Avalos e i D’Aquino. Fu rifugio di Giovanni Quatrario, umanista e poeta amico del Petrarca che fuggiva da Sulmona. Nel 1853 ospitò Panfilo Serafini, scrittore e patriota sulmonese, perseguitato dai Borboni per le sue idee liberali. Il palazzo è al centro del paese e guarda su piazza Cavour. La nascita del Museo Regionale dell'Emigrante “Pascal D'Angelo” si deve all’Amministrazione comunale, determinata a creare uno spazio museale dedicato al poeta italoamericano Pasquale D’Angelo, che qui ad Introdacqua era nato nel 1894. Cosicché, a partire dal 2001, il Comune ha portato avanti il progetto acquisendo, in più riprese, alcuni locali all’interno di Palazzo Trasmondi. Saliamo al Museo, situato all’ultimo piano del palazzo, con accesso dal suo lato posteriore. Una scala in ferro e cristallo ci porta al piano, il restauro è assolutamente rispettoso dell’architettura originaria se non per un appropriato “ponte”, sospeso in diagonale tra le due sale, parte del percorso espositivo. E’ collocato a metà altezza rispetto al soffitto ligneo a vista del tetto. Le due sale non sono grandi, ma adeguate e funzionali al taglio dato al percorso espositivo, più indirizzato alla qualità che alla quantità espositiva. Presto la struttura museale potrà avvalersi di altre due sale attigue, ancora da completare nel restauro e nell’allestimento. Una di esse diventerà un ambiente multimediale, attrezzato per incontri e conferenze. L’attuale allestimento, sebbene austero, consente didatticamente di percorrere il fenomeno migratorio, specie verso le Americhe, attraverso pannelli con didascalie, bacheche ed espositori con documenti originali (passaporti, certificati, biglietti, liste passeggeri, ecc.), immagini fotografiche, piccoli oggetti significativi.

L’apparato espositivo del Museo Regionale dell'Emigrante si propone d’illustrare le vicende dell’emigrazione italiana dei primi anni Novecento, prendendo spunto dalle esperienze vissute dal poeta e scrittore Pascal D’Angelo, cui è dedicato. Il percorso museale, come si diceva, è in corso di completamento e si svilupperà su quattro ambienti principali. La Sala 1 sarà destinata ad ospitare i servizi di accoglienza del museo e gli apparati espositivi introduttivi; la Sala 2, già allestita, accoglie i contenuti relativi alle esperienze italiane ed americane di Pascal D’Angelo e cerca di raccontare le vicende del personaggio viste attraverso le sue opere letterarie. Le tematiche proposte nella Sala 3 offrono spunti di riflessione sul fenomeno della “Grande Emigrazione” in America, attraverso la proposta di documenti originali dell’epoca. Testi, suoni ed immagini sono a disposizione del visitatore, in modo da consentire a ciascuno di elaborare una visione personale del “fenomeno”. La Sala 4, in corso di allestimento, sarà destinata ad illustrare, in modo specifico, le vicende dell'emigrazione abruzzese, creando a tal fine un’area di approfondimento, o meglio, un vero e proprio “centro studi” in grado d’assicurare l’offerta didattica alle scuole e di mettere a disposizione gli strumenti basilari per approfondire le storie migratorie che riguardano l’Abruzzo. In parallelo con il percorso espositivo sull’emigrazione – e intimamente connesso con esso – si sta via via formando, con un effettivo work in progress, uno spazio dedicato agli strumenti e alle tecnologie che hanno permesso di tramandare la memoria. Tale spazio è pensato, sopra tutto, per le nuove generazioni che conoscono solo la tecnologia digitale e nemmeno immaginano quali meraviglie ci riservi anche solo il passato recente.

Il museo, inaugurato il 25 giugno del 2011, è attualmente visitabile nei giorni di sabato e domenica (dalle ore 9 alle ore 12) e, per scuole e gruppi organizzati, su prenotazione. La struttura, nella sua razionale ed efficace essenzialità, è un presidio importante della memoria dell’emigrazione abruzzese e bene ha fatto la Regione Abruzzo a dargli il suo riconoscimento. Magari, se il medesimo interesse fosse anche rivolto ad altri cespiti della memoria presenti nel territorio regionale, si potrebbe costituire un’organica rete espositiva mettendo a frutto, sinergicamente, le specificità e il patrimonio conservato. Davvero appropriata la dedica a Pascal D’Angelo, che dell’emigrazione abruzzese è un esempio illuminante per anni trascurato, ma finalmente rimbalzato negli anni recenti in tutto il suo interesse umano, sociale e letterario. Pasquale (Pascal) D’Angelo nasce il 19 gennaio 1894 a Introdacqua, nella frazioncina di Cauze, da una modesta famiglia di contadini, primo di due figli. Frequenta con profitto le scuole primarie, anche se con discontinuità, dovendo aiutare i genitori nel lavoro dei campi e accudire il piccolo gregge di pecore e capre, vera “ricchezza” della famiglia. Si distingue ben presto tra i coetanei per la sua vivacità, spesso fonte di guai, sia per le spiccate capacità d’apprendimento. A 12 anni il ragazzo smette di frequentare la scuola, lasciandosi alle spalle la fanciullezza per entrare nel duro mondo del lavoro dei campi.

Nel 1910, con suo padre Angelo, parte da Napoli per gli Stati Uniti imbarcato sul piroscafo Celtic, dichiarando d’avere 14 anni anziché 16, per aggirare le prescrizioni normative italiane sull’emigrazione che consentivano l’espatrio dei ragazzi al di sotto dei 15 anni senza il regolare libretto di lavoro. Dai documenti di sbarco (il cosiddetto manifest) risulta che padre e figlio disponevano di 90 dollari, somma più che sufficiente per rispettare i dettami delle leggi americane che non accoglievano chi era privo di mezzi economici. Risulta inoltre dai documenti che erano diretti presso un loro parente, Giuseppe De Santis, domiciliato a New York in piena Little Italy. Per accedere sul suolo americano, infatti, era indispensabile indicare un recapito cui appoggiarsi al momento dell’arrivo e fino a quando non si era nelle condizioni di avere una propria dimora. Il nuovo mondo si rivelerà ancor più duro della terra natìa, ma Pascal D’Angelo rimarrà caparbiamente in “America”, al contrario del padre e di molti altri suoi compaesani, deciso a mettere in gioco la sua vita fino in fondo per il suo sogno americano, convinto che “da qualche parte in questo paese … avrei trovato la luce”.

Inizia a lavorare nei cantieri ferroviari come operaio di fatica e in condizioni di pietoso sfruttamento, ma ben presto si rende conto dell’importanza d’imparare la lingua degli americani, per farsi strada. Nel frattempo dolorosamente matura la consapevolezza della sua natura poetica. Usa l’inglese, appreso con tenace determinazione frequentando le biblioteche pubbliche di New York, come mezzo per raccogliere e trasmettere le sue emozioni, la sua storia d’emigrante. Dopo innumerevoli e durissimi patimenti, il suo impegno letterario comincerà a vedere la luce: nel 1922 viene pubblicata su una rivista a larga diffusione la sua prima poesia, cui seguono altre liriche pubblicate su importanti riviste (The Bookman, Century, Current Opinion, Literary Digest, The Literary Review, The Nation, The New York Times, The New York Tribune The Saturday Review of Literature, The Springfield Republican). Di lui s’interessarono molti critici letterari, tra cui Carlo Van Doren, Seidel Canby, Giuseppe Prezzolini ed altri. Della sua storia e del suo caso si parla in America ed in Europa. Nel 1924 la casa editrice Macmillan di New York pubblica la sua autobiografia “Son of Italy”, suo primo ed unico romanzo. Ma la notorietà sarà effimera ed apparente, non cambiando di molto la sua vita grama. L’oblìo giungerà subito dopo e Pascal D’Angelo morirà a 38 anni in solitudine, il 17 marzo 1932, in un ospedale di Brooklyn per i postumi di una appendicectomia. Pascal D’Angelo, poeta del piccone e della pala – the pick and shovel poet, come venne definito dai critici americani suoi contemporanei – è un personaggio di alta caratura artistica. I critici che si stanno attualmente occupando delle sue opere lo ritengono il precursore di un certo tipo di letteratura d’emigrazione.

Scrive il giornalista e saggista Giacomo D’Angelo riguardo all’emigrazione abruzzese in letteratura: “Slanci e scelte comuni si ravvisano nel percorso artistico, nell’educazione sentimentale di Pascal D’Angelo e di Francesco Ventresca, due nativi di Introdacqua, la cui vita inizialmente richiama il Martin Eden di Jack London, anche se D’Angelo visse drammaticamente e morì quando forse poteva assaporare la sua sofferta integrazione. Chi rivelò agli italiani Pascal D’Angelo fu Giuseppe Prezzolini, instancabile esploratore della italoamericanità, che in una corrispondenza del ‘34 (per il quotidiano romano “Il Tempo” diretto da Renato Angiolillo) si occupò di alcuni scrittori italiani di origine italiana: Emanuel Carnevali, Pascal D’Angelo, Michele Allinari, Antonio Calitri, Angelo Patri, Edoardo Corsi, Silvio Villa, Luigi Forgione, Garibaldi M. Lapolla. Scrive Prezzolini: « Pascal D’Angelo fu scoperto in un concorso di poesia dal più famoso dei critici americani, Carl Van Doren. Era un semplice manovale, abituato a lavorar col piccone e colla pala, al quale una biblioteca locale aveva rivelato gusto per la parola (studiava sul dizionario inglese e si divertiva poi a sbalordire i compagni americani) e per le immagini».

È proprio Carl Van Doren, nella prefazione all’unico libro di D’Angelo, a narrare che fu raggiunto alla redazione di “The Nation”, di cui era redattore, da una lettera, un «grido disperato» che infranse il suo scetticismo e lo spinse a scrivere: «Dagli altipiani abruzzesi non è arrivato un altro bracciante, né un altro imprenditore e nemmeno un ennesimo uomo politico, bensì uno di quei figli di Ovidio della cui fama risplende ancora l’antica Sulmona». […] Luigi Fontanella, docente della State University di New York, – annota ancora Giacomo D’Angelo – afferma che il caso letterario di Pascal D’Angelo “rientra in un fenomeno di sociologia, quasi di «letteratura aggiunta», che, «piuttosto che essere considerata naturale componente del plurilinguismo espressivo americano, è stata spesso svilita o vista con occhio discriminante, benché ben camuffato dietro una benevola disposizione da parte dell’establishment letterario nord-americano». Si sarebbe prodotta un’autoghettizzazione letteraria, perché questi «scrittori espatriati hanno fatto quasi esclusivo oggetto letterario delle loro opere la propria biografia di emigrati diseredati»”, conclude Giacomo D’Angelo. Nel 1999, per le Edizioni Il Grappolo, Son of Italy è stato tradotto e pubblicato in Italia, facendo conoscere Pascal D’Angelo al grande pubblico. Dedicato allo scrittore l’omonimo Premio letterario, che quest’anno ha celebrato l’XI edizione vinta da Luigi Lombardo Satriani. Nelle precedenti edizioni, la Giuria presieduta dallo scrittore Dante Maffia ha tributato il Premio “Pascal D’Angelo”, tra gli altri, ad Alberto Bevilacqua, Sergio Zavoli, Dacia Maraini, Corrado Augias, Mario Specchio ed Emilio Del Mese.

La visita è conclusa, siamo davvero soddisfatti. Ringraziamo e salutiamo Gianfranco Mieli, studioso di migrazioni, per la sua preziosa disponibilità ad accoglierci ed accompagnarci nel viaggio virtuale lungo le rotte dell’emigrazione abruzzese. Resta giusto il tempo d’una visita al patrimonio artistico e architettonico del borgo. La prima tappa è la Chiesa Madre dedicata Maria SS. Annunziata, che conserva le spoglie del patrono di Introdacqua, San Feliciano Martire. La chiesa ha una struttura interna basilicale a tre navate e custodisce affreschi medioevali e rinascimentali, in particolare quello dedicato a S. Cristoforo. Adiacente si erge il Campanile seicentesco, in pietra locale e in stile romanico. Saliamo verso la Torre Medioevale, risalente al XII secolo, che sovrasta il borgo. Si tratta di un dongione a pianta quadrata con mura poligonali. Il Castello è il borgo antico di Introdacqua e comprende le case che circondano la Torre fino al Palazzo Marchesale. A ridosso del palazzo insistono le Porte della Terra, con funzione di difesa del vecchio borgo. Sulla chiave dell’arco della porta rivolta a nord compare lo stemma quadripartito della famiglia Trasmondi. Fontavecchia, l’antica fontana con una vasca rettangolare sulla quale è collocato un parapetto a cortina, presenta lo stemma in pietra del paese, con inciso l’anno di costruzione (1706). Questa grande fontana fu per molto tempo l'unico punto per attingere acqua per gli abitanti, altrimenti costretti a recarsi presso una delle sorgenti vicine al paese. Infine, una veloce visita alle altre chiese del borgo: la Chiesa della SS. Trinità, ultimata nel 1706, conserva la statua della “Madonna che Vèle”, Madonna che corre verso il figlio risorto nell’annuale rappresentazione del giorno di Pasqua, che richiama in paese molti turisti facendo da pendant all’analoga e più famosa rappresentazione della “Madonna che scappa” di Sulmona. Solo una puntata, infine, alla Chiesa dell’Addolorata dove si custodiscono le statue di Cristo Morto e dell’Addolorata, che escono in processione il Venerdì Santo. Per finire, una visita ad Introdacqua merita un sicuro interesse e riserva più d’una sorpresa.

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