Da Todi 2 al “Manifesto verso la terza repubblica”

Appena ieri la sottoscrizione a Todi dell’impegno comune, in quanto cattolici, per un solo “nuovo contenitore” e per “nuovi contenuti politici”.
Oggi la istantanea materializzazione del nuovo”contenitore”: “ Italia Futura” di Cordero di Montezemolo e dei “nuovi contenuti”,( nei propositi) integrativi della ’Agenda Monti”, rappresentati dal connesso “Manifesto verso la terza repubblica”
Il Manifesto in calce registra le adesioni di buona parte degli autori del documento di Todi 2 ma anche di solidi rappresentanti di una cultura laicamente indifferente ai valori cattolici posti alla base delle riunioni e dei documenti di Todi.
Mancano all’appello gli ultraliberisti di “Fermare il declino” cui la bozza di “Manifesto” inviato oltre 15 giorni or sono non è piaciuta e lo hanno fatto sapere
Per ora Giannino ed i suoi si sono sfilati in quanto più rigoristi mercatisti dei montiani di complemento, più attenti ad un quadro che garantisca dividendi e molto meno ad una cornice di garanzia dell’agibilità delle associazioni cattoliche solidaristiche.
Casini il cui peso elettorale cui i sondaggi danno meno di 1/5 del PD trova così sulla sua strada per l’allargamento al centro un concorrente, forse anche un clone nel prossimo parlamento.
Mentre il papa scrive che la Chiesa deve “rinnovare se stessa”, per poter “rinnovare spiritualmente il mondo secolarizzato” alcuni politici cattolici come la limatura di ferro si riorientano dalle loro attuali collocazioni partitiche, sindacali, di governo e associative verso il nuovo contenitore.
Le motivazioni non paiono segnalare una volontà di riforma profonda delle istituzioni e della società italiane.
In che cosa si sostanzia la “stagione di riforme di ispirazione democratica, popolare e liberale, legittimate dal voto di milioni di italiane e di italiani” che il citato Manifesto auspica?
Se le riforme liberali sono quelle, se-dicenti, mai attuate e di nuovo rivendicate dalla Casa della libertà non è quello che il popolo italiano si aspetta.
Il liberismo che s’intende riproporre è la ricetta, fallimentare, alla origine della situazione critica del paese mentre i valori fondamentali del liberalismo da soli non bastano.
Se si vogliono rimuovere i principi di giustizia sociale e di eguaglianza della Costituzione italiana si sbaglia e si sottovaluta la capacità di risposta dei cittadini.
Se si seguita a puntare tutto sul mercato si contraddice lo stesso presidente della CEI laddove ammonisce: “in modo sempre più evidente lo sviluppo e la crescita sono una questione antropologica prima che economica e finanziaria, in quanto le regole e i meccanismi del mercato non sono fatalismi inappellabili, nè la globalizzazione è ingovernabile” .
L’Italia ha invece necessità di riscrivere diritti e doveri dei cittadini e non di generiche opportunità da dare a singoli individui che partono già diseguali al palo di partenza.
Non si costruisce una comunità coesa ed una identità nazionale senza diritti e doveri, puntando soltanto sull’individualismo e sull’ombrello insufficiente della famiglia mai davvero seriamente sostenuta, troppo a lungo strumentalizzata.
Non si può affermare , come fa il cardinale Bagnasco, che il nostro paese può essere “una comunità di vita e di destino” a patto che ciò avvenga sulle fondamenta di principi religiosi pena altrimenti l’incamminamento” verso “la frantumazione generale” determinato dal “ clima culturale di tipo secolaristico”.
Inoltre, “prosperare sui propri talenti e sulle proprie virtù”, come si legge nel Manifesto, è solo una generica frase come l’altra “restituire dignità al lavoro sia come servizio pubblico che come intrapresa” .
Il lavoro pubblico presuppone un ruolo forte dello stato ed una fiscalità selettiva, equa, più giusta di quella attuale.-
Limitarsi ad affermare soltanto che “il ritorno alla crescita dell'economia italiana può avvenire soprattutto dalla riduzione della pressione fiscale” significa riproporre soltanto la ricetta liberista del governo.
Affermare di voler restituire dignità al lavoro pubblico, colpito in tutti questi anni senza che sia stato oggetto di una riforma che lo riqualificasse e valorizzasse, è solo una vuota affermazione quando – ed è il cuore del Manifesto- ciò che si vuole è ancora una volta la privatizzazione dei servizi, di quei pochi ancora pubblici.
Si chiede “una profonda riforma del modello di welfare, come generatore di opportunità e strumento di promozione umana”. Non il welfare universalistico del diritto alla salute e del diritto alle tutele sociali ma solo l’assistenza per i poveri che una volta venivano iscritti all’albo comunale degli indigenti.
Il sistema di norme che, grazie anche al movimento sindacale (ed a quello dei pubblici dipendenti in specie) ha rafforzato e qualificato, in attuazione della Costituzione l’assistenza sanitaria e sociale delle vecchie mutue e dei vecchi enti di assistenza, riconosce alla sussidiarietà un importante ruolo integrativo del sistema pubblico.
Se riandiamo agli scritti di Achille Ardigò, studioso ed esponente di primo piano dei cattolici impegnati nel sociale degli anni ’70 e di molti dei suoi allievi, non troviamo quel “clinamen” successivo che ha portato una parte delle elites cattoliche da anni ad assumere ed a ideologizzare una posizione fondata sulla sostituibilità dell’intervento pubblico con la sussidiarietà orizzontale.
Scrivono gli autori del Manifesto”Sottolineiamo il valore della sussidiarietà per ogni progetto di rinascita civile ed economica del paese, come un’idea forte della persona e del valore della sua iniziativa anche in risposta ai nuovi bisogni”.
Quando si afferma che “è indispensabile abbandonare definitivamente l'idea e la pratica di uno Stato pervasivo ma inefficiente” si apre una polemica totalmente strumentale se solo si pensi da un lato alle leggi che da decenni sanciscono la legittima esistenza di sistemi pubblici/privati nei servizi e non solo, se si analizza la pratica attuazione di tali normative nel quadro della piena competenza e della autonoma capacità di spesa delle Regioni al riguardo, dopo l’affrettata modifica Bassanini del titolo quinto della Costituzione.
Tra blocco delle assunzioni, blocco del turnover e falcidia dei finanziamenti necessari nel “pubblico”, la pratica pervasiva e inefficiente più che dello stato è spesso quella sostitutiva del pubblico nella quale si riscontrano la stessa mancanza di monitoraggio, di controlli e di verifiche di risultato che sono state denunciate e criticate nel sistema pubblico.
La famiglia come generatore di risorse solidali ha già tanto dato e da.
Le sue risorse economiche oggi non bastano a comprare prestazioni che lo stato ha cessato di erogare anche per colpa di coloro che, frodando il fisco, sottraggono risorse allo stato.
Le reti informali di sostegno ai singoli o alla famiglia non possono sostituire quelle formali.
La famiglia non può assolutamente divenire il succedaneo delle responsabilità del sistema pubblico.
Non facciamole correre il rischio di divenire il punto terminale dello scaricabarile.
Il nuovismo rivendicato i dagli autori del Manifesto, nei fatti, dovrebbe essere addirittura alla base di una “ terza repubblica”.
La riproposizione di un liberalismo classico da parte di politici cattolici sembra non tenere conto del profilo distinto della tradizionale posizione della Chiesa cattolica rispetto allo stato liberale ed a quello comunista.
Quello che principalmente sembra emergere dal Manifesto è la condivisione del principio del non interventismo da parte dello Stato in ambito sociale ed economico.
La ricetta conseguente del Manifesto la conosciamo: “tornare a considerare i cittadini singoli e associati e le famiglie come protagonisti e responsabili del bene comune e tutelare i più deboli”.
Sinceramente che lo stato si debba limitare ad occuparsi solo dei più deboli appare come un forte regresso.
Insomma si seguita a girare intorno al principio che Bernard de Mandeville ha formulato nella sua celebre “Favola delle api”; secondo cui i “vizi privati sono pubbliche virtù”.
La soddisfazione egoistica degli interessi individuali stimolerebbe lo sviluppo e la prosperità della società, l’aumento dei consumi dei più ricchi, concorrerebbe a soddisfare anche gli interessi dei più poveri, facendo aumentare per essi le opportunità di lavoro.
Ogni interpretazione riduttiva del liberalismo in senso liberista in nome di una crescita senza limiti e regole ci evidenzia, invero, solo la capacità insita nel liberismo di distruzione del benessere.
Se non si fa concettualmente nessun sforzo per combinare l’efficienza economica, la giustizia sociale e la libertà individuale, la continua citazione della Chiesa a copertura delle proprie scelte liberiste è solo una cortina di fumo per celare vecchie ricette conservatrici rinominandole “moderate” . Diciamo che è il vecchio che avanza e non viceversa.
Alcuni firmatari del Manifesto hanno voluto intervenire con dichiarazioni contestuali e successive al Manifesto sottolineando come il contenuto dello stesso non “c’entrerebbe con il moderatismo”, i sottoscrittori del Manifesto si sentirebbero riformisti, non si considerano una lista, non sono un partito (“non siamo ancora in questa fase”), il forum di Todi 2 è ormai alle spalle.
Alcuni ancora si sentono “ determinati a spronare questo centrosinistra” e vogliono essere parte attiva della futura governabilità del paese nella terza Repubblica.
Tutto ciò seguita ad alimentare uno dei misteri della articolata galassia di politici cattolici di lungo o recente corso, da qualche tempo in viaggio verso il grande Centro- Graal, che è quello di come si possa definire proposta politica riformatrice nuova l’assunzione di vecchie ricette che si afferma di voler superare agendo al contempo , perchè le stesse possano essere fatte proprie da una opposizione peraltro da tempo impegnata a sostituirle con altre fondate sui principi della solidarietà sorretta dalla attuazione dell’eguaglianza e della giustizia sociale, piuttosto che sul laissez – faire dei soggetti più forti.

Rino Giuliani vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi

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