L’Europa che insegna e l’Italia che non impara

Di Carlo Di Stanislao

Tutto è partito da una coppia di romani, portatori sani di fibrosi cistica, che si sono visti negare, dalle legge italiana, la possibilità di diagnosi pre-impianto sull'embrione.
Si sono rivolti alla Corte Europea e oggi, i giudici di Strasburgo, hanno condannato le incoerenze della legge 40 che, da un lato non permette una pre-diagnosi e, dall’altro, consente l'aborto nel caso emergano nel nascituro anomalie genetiche gravi.
In relazione al verdetto, che riguarda, lo ricordiamo, una coppia che ha già messo al mondo una bimba con fibrosi cistica, l’Italia è stata condannata a pagare 15.000 euro a titolo di danni morali, ma soprattutto a correggere le sue antinomiche contraddizioni.
E molti lettori in rete, commentano che non è sempre un male farsi “colonizzare” dall’Europa e, anzi, molte volte, come in questo caso, essa ci caccia a forza nella civiltà più moderna e democratica, garantendo le libertà individuali, costringendoci ad abbandonare i preconcetti derivanti da una moralità fittizia, medioevale, ipocrita ed inconcludente.
Tre giorni fa, con relativo scossone su spread e mercati, abbiamo appreso che, nonostante le spinte di Draghi, la BCE aspetterà la decisione della Corte Costituzionale tedesca sul fondo salva-Stati Esm, prevista per il 12 settembre, prima di spiegare tutti i dettagli sul piano di acquisto dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà.
Il fatto è che dal nord si temono promesse che poi non saranno mantenute, come è accaduto molte volte e non solo con l’Italia di Berlusconi.
Ad esempio, e la cosa potrebbe anche farci piacere come italiani, ma è certo allarmante come europei, l'andamento dei titoli di Stato di Portogallo e Irlanda, due dei grandi malati d'Europa, ha del clamoroso: dai picchi di fine maggio a oggi il rendimento del titolo biennale portoghese è crollato del 65%, passando dal 13% del 25 maggio scorso al 4,54% di pochi giorni fa.
Un livello visto solo nel febbraio 2011, tre mesi prima quindi che fosse varato l'accordo di salvataggio con i creditori internazionali. Stessa storia per il tasso decennale, atterrato ieri al 9,28%, quota raggiunta nell'aprile 2011.
Ora, visto che i due Paesi, che sono in piedi grazie ai prestiti europei, di fatto hanno governi che non sentono la necessità di emettere bonds sul mercato, dando a tutti la sensazione di cercare di evitare o addirittura eludere il principio della condizionalità, cui tengono Germania, Lussemburgo, Olanda e Finlandia, per rimettersi davvero in carreggiata, è abbastanza giustificata la prudenza di molti nord-europei.
E all’Europa , come osserva il Manifesto, dovremmo guardare non solo per i tribunali e le sentenze.
Ad esempio alla Francia di François Hollande, che sta sperimentando la possibilità di cambiare segno alle politiche di austerità e nei primi mesi di governo ha ridotto gli stipendi ai ministri, aumentato (di assai poco) il salario minimo, limitato i tagli alle pensioni imposti da Sarkozy, assunto 8000 persone nella scuola, riducendo di altrettanti i dipendenti della Difesa e delle forze armate, portato al 75% l'aliquota fiscale su chi guadagna più di un milione di euro, spinto le imprese a limitare i licenziamenti causati dalla crisi, messo sotto controllo gli affitti delle abitazioni.
Piccoli passi, ma che mostrano come politiche redistributive, contro le disuguaglianze e a difesa del lavoro siano possibili anche in un quadro di ortodossia economica.
O all’Olanda, il più fedele alleato di Berlino, il paese che per primo era andato alle elezioni dopo lo scoppio della crisi e – incredibilmente – aveva scelto la destra, il liberismo di Mark Rutte e l'alleanza con la destra xenofoba e populista, il Partito della libertà di Geert Wilders, proprio quando il crollo della finanza e la recessione del 2009 mostravano a tutti i disastri del liberismo.
Perché oggi in Olanda tutto sembra cambiare, con il voto a sinistra, il possibile consolidamento di un blocco sociale post-liberista, che vengono dalla semplice necessità di difendere i propri interessi, con un atteggiamento ben diverso dalla spinta al cambiamento esplosa ad Atene, nata dalla disperazione per la tragedia di una Nazione dove la sinistra radicale di Syriza, guidata dal giovane Alexis Tsipras, è arrivata a un passo dalla maggioranza.
E allora è evidente che non solo dai tribunali europei ma anche dalle singole Nazioni, sia che stanno meglio (come Olanda e Francia) che peggio di noi (come la Grecia), ci possono arrivare che potrebbero indurci (ovvero indurre chi ci governa), a limitare la finanza, tassare la ricchezza, rilanciare produzioni sostenibili, tutelare il lavoro.
E, qualcuno del governo, farebbe bene a partecipare, dal 7 al 9 settembre, alla Comunità di Capodarco (vicino a Fermo, info su www.sbilanciamoci.org), al seminario: “Un'altra strada per l'Europa”, per prendere coscienza delle vere novità emerse al Parlamento europeo a giugno e a Roma lo scorso luglio e derivanti dalle migliori scelte europee.
Viene in mente, allora, leggendo la bozza di decreto sulla sanità, di gridare al governo, composta da virtuosi della salute e della tassazione, di introdurre la tassa sulle auto blu, altrettanto nocive come le bollicine della coca cola per il benessere di noi cittadini, oltre ad una congrua riduzione di appannaggi e stipendi da favola di tutti i funzionari statali.
E ancora di rivedere l’aumento delle autostrade, piuttosto che escogitare motivi etici solo per fare cassa.
Infine di non prenderci per imbecilli e pensare che con il concorso per 12000 professori si risolvono tutti i nostri problemi occupazionali.
Certo si sta rigirando nella tomba il maestro dei nostri governanti-professori, quel John Maynard Keynes, che con le sue teorie ha influenzato in modo determinante l'economia moderna e che sosteneva (in estrema sintesi) che per incentivare l'occupazione e produrre ricchezza in periodi recessivi gli Stati e gli enti dovevano intervenire indebitandosi per immettere moneta sui mercati e, quindi, produrre ricchezza grazie agli effetti del “moltiplicatore”.
I professori si difendono dicendo che la teoria ha mostrato limiti ed è stata la causa delle ristrettezze di oggi, ma ignorando, non so quanto ingenuamente, che la disapplicazione completa dell'intervento pubblico finalizzato alla ripresa di occupazione e ricchezza, non può far altro che condurre a fortissime recessioni che vanno a contrarre i gettiti, con la conseguenza che a fronte delle tante mannaie la ricchezza diminuisce, gli imponibili da tassare anche e le minori entrate non risolveranno il problema dell'indebitamento.
Sembra invece che, il Governo tecnico, da quasi un anno, sia concentrato esclusivamente sui tagli, molti dei quali indubbiamente doverosi a fronte di palesi sprechi, ma che ancora non è riuscito a pensare niente di incisivo per la ripresa dei consumi e dell'occupazione.
E non è riuscito a guardare oltre il suo naso, in giro per l’Europa e neanche a comprendere che per riformare bisogna iniziare a potare, mentre è ancora in alto mare anche solo la data per la tanto richiamata riduzione delle Provincie.
Come ricordava Sergio Rizzo sul Corriere ad inizio di mese, fra ricorsi al Tar, al Consiglio di Stato, ricorsi sindacali e buoni ultimi i paletti del Consiglio delle autonomie locali, il nuovo organismo che in ogni regione deve proporre non più “l'accorpamento” delle Province fuori parametri, anche questa spesa politica non verrà ridotta.
Tutti i partiti, chi più chi meno, a parole si dicono favorevoli al riassetto; ma nei fatti lo sono molto meno e mettono i bastoni tra gli ingranaggi della riforma.
Ci sono poi le solite furbate all'italiana, con alcuni presidenti delle province a rischio che avrebbero addirittura provato letteralmente a “comprare” annessioni di comuni limitrofi per aumentare superficie e popolazione e superare i “tetti” del decreto.
Il dubbio, a questo punto, è quasi superfluo: più che la rappresentanza delle comunità locali, alle Province interessa più che altro far sopravvivere se stesse e il loro poltronificio.
E al governo tecnico non scontentare troppo la politica.

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