Un grido per la Sardegna

L’antica Ichnusa, l’isola che i romani chiamarono Sandalion per la sua forma, terra vessata da sempre, con dominazioni fenice e cartaginesi, prima, latine, bizantine, arabe, pisane e piemontesi poi, non smette di soffrire.
L’isola, ormai da tempo, è dentro uno scenario apocalittico con ben pochi settori a produrre ricchezza, soprattutto il turismo, penalizzato però da trasporti (aerei e navali) decisamente troppo costosi e tasse sui porti, che tengono lontani i villeggianti più facoltosi.
E i residenti sono ormai stanchi di false promesse mai mantenute e scempi ecologici che progressivamente distruggono uno dei territori più belli, vari ed insoliti d’Italia.
Di recente le proteste degli operai della Alcoa, a rischio chiusura con più di 800 persone ad un passo dalla disoccupazione e con il prossimo appuntamento con il colosso USA Glencore, il 31 agosto, fra soli 4 giorni e la presenza, ma per ora senza proposte risolutive, del sottosegretario allo Sviluppo Claudio De Vincenti.
La decisione di Alcoa di lasciare Portovesme risale a gennaio, ma grazie alle azioni di governo, enti locali e sindacato, l'impresa era tornata indietro ed aveva, pro tempore, rinunciato ai licenziamenti.
Ora il problema si è puntualmente ripresentato, con gli operai dell’alluminio sardo che hanno bloccato l’attracco cagliaritano della Tirrenia, ricevendo il sostegno del comandante della nave e dei passeggeri.
Risale a quattro settimane fa il passo indietro del fondo Aurelius nella trattativa per rilevare il sito di Portovesme, dove lavorano 500 addetti diretti più 300 dell'indotto, per la riapertura (sin’ora inutile) delle procedure per trovare nuovi soggetti interessati al sito ed evitare lo stop alla produzione.
Dal 1995 al 2009 il gigante Usa dell'alluminio Alcoa, gruppo Glencore, gode di una tariffazione agevolata in quanto industria “energivora”, con un risparmio di circa due miliardi di euro finito nel mirino dell'Antitrust Ue. A febbraio 2010 Alcoa annunciava la chiusura dei due impianti, per i costi troppo alti dell'energia, ma con un decreto ad hoc, detto “salva Alcoa”, il governo Berlusconi varava un abbattimento dei costi per le grandi aziende energivore di Sardegna e Sicilia, con il placet del commissario Ue alla concorrenza che, a fine 2012 dovrà decidere sulla loro riconferma.
Nel luglio 2011, intanto, la Corte di Giustizia dava ragione alla Commissione che aveva qualificato come aiuti di Stato le tariffe speciali dopo il 2005 e, nel quadro di incertezza, Alcoa aveva annunciato la chiusura dell'impianto, mentre il colosso tedesco Aurelius, dapprima interessato, si è ora tirato indietro.
Ed i guai non sono finiti per l’occupazione nell’isola delle vacanze sognate e felici per molti italiani.
Nella notte di sabato, intorno alle 22.30, 40 minatori, hanno deciso di occupare la miniera di Nuraxi Figus, nella zona di Gonnesa, scendendo a 370 metri di profondità e bloccando l'acceso ai pozzi con carbone e mezzi.
Intendo protestare nei confronti della situazione che si è venuta a creare nel settore e chiedono risposte da parte delle istituzioni e quindi del Governo Monti.
Tante persone sperano che questa vertenza si sblocchi e permetta loro di lavorare e di non dover essere licenziati.
Stefano Meletti, rappresentante Rsu, ha chiaramente ribadito: “Chiediamo che la politica dia risposte, senza il bando nazionale nessuno può darci certezza, senza il progetto integrato siamo tutti rovinati”.
I minatori di Nuraxi Figus chiedono una decisione definitiva sul finanziamento del progetto integrato, che varrebbe 200 milioni di euro e l'impegno dell'Enel, unico cliente della Carbosulcis per la centrale di Portovesme, ad impegnarsi definitivamente nella produzione di energia per le aziende del Sulcis.
L’occupazione, che riporta la Sardegna indietro negli anni, quando questo tipo di protesta era il simbolo della lotta del territorio, ha trovato, per ora, il solo sostegno del deputato sardo (Pdl) Mauro Pili, che nei giorni scorsi aveva annunciato forme clamorose di protesta da parte dei minatori.

Questa mattina alle 7, la prima assemblea informativa davanti alla lampisteria (lo stabile dove vengono consegnate le lampade per raggiungere il sottosuolo) per spiegare lo stato della vertenza, mentre è ancora in corso l'incontro tra la Regione Sardegna e i rappresentanti dei lavoratori, con presenti, l'assessore all'Industria Alessandra Zedda e il presidente della Regione Ugo Cappellacci.
Intanto su L’Unione Sarda, Enrico Piras, segretario regionale dell'Unione Popolare Cristiana (Upc), ha detto: “E' ora di allestire un vero piano industriale per la Sardegna, perché non accettiamo una politica mordi e fuggi. Il governo dia segnali” ed aggiunto che: “Se la situazione non cambierà, se le aziende presenti nell'isola non saranno inchiodate alle loro responsabilità, rischiamo un rapido e irreversibile impoverimento di migliaia di famiglie”.
Nel suo ultimo romanzo (“L’incontro”), Michela Murgia, vincitrice del Campiello 2010 con “Accabadora”, ci parla, con profondità, delle contraddizioni di una terra fatta di ambienti chiusi e diffidenti, ma resi tali, nel tempo, dalla storia di continue angherie e soprusi.
Dopo il rapimento, avvenuto nel 1979, assieme alla moglie Dori Gezzi, Fabrizio De Andrè ebbe modo, da grande poeta quale era, di guardare da una nuova prospettiva le vittime del potere da lui sempre cantate.
E dalla drammaticità. di quell'esperienza, ricavò soprattutto la certezza che i veri prigionieri erano in realtà quei due banditi sardi, succubi di atavici abusi e soprusi che lo tenevano bendato e ogni tanto mostravano riverenza, pure nell'assurdità della condizione, nei confronti della sua statura morale.
In De Andrè emerge immediatamente la straordinaria capacità di penetrare lucidamente in quei perversi meccanismi di potere che portano il più forte a sopraffare il più debole, e per ideale continuità la cultura dominante a imporsi su quella più indifesa.
E a comprendere (e trasmetterci), che la storia dei sardi, orgogliosi ed eterni sconfitti, ricca, debordante di ataviche ingiustizie, prepotenze e arroganze di chi è così certo della propria superiorità da sentirsi in diritto di amputare carne viva di un popolo, di una cultura non compresa e quindi disprezzata, aveva molto in comune con quel triste decorso storico che aveva costretto poco tempo prima i Pellirossa ad abbandonare quelle che erano, per diritto di natura le loro terre e con esse la loro lingua, le loro tradizioni e infine la loro vita.
Giuseppe Dessì, dopo la Deledda il più importante scrittore dell’Isola, soprattutto in “Michele Boschino”, considerato uno dei primi “meta romanzi”, con testo intero conservato a Firenze nella Sala Manoscritti dell’Archivio “Bonsanti”, ci racconta bene, con un “doppio racconto”, le amarezze ed i soprusi che ogni Sardo, per secoli e ancora oggi è costretto a subire.
Come ha scritto il critico sardo Giuseppe Marci: “la letteratura Sarda è irrimediabilmente altra, perchè altra e la storia della Sardegna rispetto al resto dell’Italia”.
E questo è un fatto tanto chiaro, quanto esiziale.
Miguel de Unamuno era basco, e scriveva in castigliano, ed era anche contrario a una ripresa dell’euskera come lingua letteraria. Eppure Unamuno, se fa parte della letteratura spagnola, fa anche parte della letteratura basca e il mondo intero, così presente nella sua opera, è per lui una Bilbao dilatata: Hermanos somos todos los umanos/el mundo intero es un Bilbao màs grande.
Anche tra Italia e Sardegna vi sono appartenenze comuni e dunque negli autori sardi vi sono anche elementi di assimilazione e di integrazione e persino “imitatori” di movimenti e stili oltre tirreno e non solo. Pensiamo -per esempio- a due “grandi” del Primo Novecento: Sebastiano Satta e Grazia Deledda.
Occorre ricordare questo, tutto questo se si vuole che la Sardegna sia compresa e non solo sfruttata dall’Italia.
Perché , come rileva Asor Rosa, le cose, restie ad adattarsi a storicismi stretti, possono andare, secondo la metafora di Bertrand Russel, “a macchie e sbalzi” e non giovare né alla comprensione né ad alcuno.
Occorre che noi mutiamo ma che muti anche la Sardegna, non più luogo, come ne “La vedova scalza” di Salvatore Niffoi, dove la leggenda si mescola con la realtà, dove i giorni passano solo sul calendario ma tutto resta uguale, dove l’onore si pulisce con il sangue; una terra che rischia di restare per sempre intrappolata tra due dimensioni, quella pubblicitaria con gli yacht e le crociere e quella mitico-letteraria fatta di contadini e banditi, che si raccontano dicendo di loro: “Ci vorrebbe un’enciclopedia per ognuno di noi, perché siamo gente strana in terra strana. Noi siamo come i nuraghi, tutto ci scuote e niente ci muove: prendere o lasciare senza troncare troppo le gambe! ”.
Ma se la Sardegna deve aprirsi e cambiare, pur nei vincoli identitari delle sue tradizioni”, lo stato deve ricordarsi di lei nelle sue decisioni.
E di pochi giorni fa, ad esempio, la bagarre di Piero Loi, contitolare del colosso turistico immobiliare Iti Hotels, associato di Confindustria, che ha mosso una pesante requisitoria contro la classe politica, regionale e non, colpevoli, a suoi dire, di non supportare con le dovute attenzioni l'industria turistica, tanto da rendere sempre più l’isola ostaggio del suo bellissimo mare, sempre più lontana dal resto dell’Italia, sempre più un’isola proibita e una terra stregata, inaccessibile per il signor Rossi.

Mancano i numeri di un agosto ancora in divenire, ma l’Isola Bianca in due anni ha perso quasi mezzo milione di turisti, con una contrazione di oltre il 30 per cento degli arrivi. I dati dei primi sei mesi del 2012 continuano a far sprofondare lo scalo e luglio si è chiuso con il segno negativo.
In Sardegna, per la pausa di agosto, è andata Elsa Fornero, volata a Porto Cervo con la famiglia, ma non ha certo avuto modo di vedere, de visu, lo stato reale di una regione tanto isolata quanto abbandonata.

A Rimini, ai ciellini orfani di Don Verzè e scossi per i guai di Formigoni, la ministra ha promesso una riduzione (già rintuzzata da Grilli) del cuneo fiscale.
Ma non ha promesso nulla (neanche come proponimento), agli operatori turistici e ai lavoratori di Alcoa di Nuraxi Figus. Almeno così pare.

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