L’arte, come ogni prodotto dell’uomo, è soggetta alla secolarizzazione, acclimatata nelle forme e negli echi all’attualità , spesso asservita all’ego caduto, ma sempre e comunque forza in tensione verso altro.

Da tempo l’arte non ha più la precipua funzione di didascalia visiva per insegnamenti evangelici, da decenni l’aggressione visiva e uditiva dei media saturano la mente dell’uomo che finisce per cimentarsi col tecnicismo, a danno della logica intuitiva, o col vuoto. Dopo la morte di Dio nel XIX secolo e la morte dell’uomo nel secolo successivo, un nuovo umanesimo risorge all’alba del XXI secolo. Con esso l’uomo cerca di riconquistare la tradizione afferrando la modernità in un cammino emozionale e euristico che è necessità antropologica.
Perciò capita ancora oggi di stupirsi di come l’artista contemporaneo riesca mirabilmente a transustanziare e spiritualizzare l’oggetto del suo facere poietico: un processo di rinnovamento spontaneo e non commissionato lo apre al mistero, o meglio ancora al “ministero” che lo pone al servizio della liturgia della vita e spinge il suo operato verso il sacro, un luogo presentito di cui cerca le impronte nel quotidiano.

Quella dell’arte è un’azione transitiva: il soggetto iconografico lo lega al divenire, il significato intrinseco l’accomuna alla sfera del cultuale. Ed è una verità senza tempo.

La mostra, organizzata dal Collettivo TM15 all’interno della Rassegna d’arte contemporanea B.Cascella, in collaborazione con la fondazione Staurós, ribadisce questo aspetto della grammatica dell’arte mentre propone, in chiave contemporanea, un’ indagine cromatica e figurativa della fenomenologia del sacro.

Quel che attende il visitatore è un cammino avvincente su un sentiero tortuoso. Un percorso continuo che si snoda dal sacro delle origini, ispiratore di un universo metaforico fatto di piccoli idoli, viatici funerari e rievocazioni di stati embrionali e che prosegue ininterrotto tra sacro e profano. Per un costruttivo confronto che si dischiude in una nuova dimensione maggiormente intima e psichica.

Le opere che rievocano il sacro delle origini hanno i colori della terra, respirano il mito, imitano un’istintualità e una vivacità espressiva mai più raggiunte. Il sacro degli inizi è fondato sull’esperienza, impregna l’elemento naturale e celebra idoli e spiriti da propiziarsi. Alla genesi del cosmo e della vita nelle veneri paleolitiche la fecondità permea il corpo femminile diffondendosi in una formosità opulenta, la forza della natura graffia in pitture rupestri; il simbolo impregna vasi ora antropomorfi ora austeri come urne in argilla, la linea tratteggia le spire del serpente letale e vivificante assieme. Nella sua bocca un uovo cosmico come in una celebrazione mitriaca.

Ma le radici ontologiche dell’uomo affondano anche nella sofferta coscienza della Trascendenza del divino e nelle mani protese verso il Dio nascosto, distaccato. Il monoteismo spegne i toni tribali che hanno spolverato di religioso ogni elemento della natura e fissa in singole entità l’oggetto del culto. Qui i tratti iniziano ad esser più sofferti e questuanti. A questo senso di sacro separato l’uomo contemporaneo si ribella. L’orante rivendica la sua relazione con la divinità.
Nell’ottica postmoderna la sacralità diventa avvicinabile e tangibile in un’epifania quotidiana, si batte col dubbio, chiama Dio con i nomi più diversi ma riappare prepotente, e non è più negazione dell’uomo.

Guide angeliche in un sincretismo cristiano-pagano favoriscono il cammino umano in un passaggio dal valore iniziatico, e lo innalzano lontano dalla terra, lungo l’aria e l’acqua, verso il cielo. Nel buio la luce e il colore sono dati dallo spostamento sacro. L’uomo viator porta con sé l’immagine amata a memoria del luogo e della persona da cui tornare.
Solo il “Rosso” del sangue, che ha macchiato il suolo del “Gòlgota” e la “Passione” che ha lacerato l’imago umana di Dio gli consente di riapprodare, in una balistica discenditiva, dal cielo alla terra. Qui l’uomo riconosce l’altro uomo custodito nella foto da viaggio e il suo atto di amore supremo. Qui la fede prende corpo. La carne del divino si ricompone scendendo dalla Croce e con la violenta espressività di quel legno parla all’uomo, cessa di essere entità esterna e diventa una realtà interiore e immanente.

La croce ora domina in tutte le forme, unifica ed equilibra gli elementi, ma soprattutto è vessillo di gloria, è trofeo del Risorto, simbolo di morte del vecchio e nascita del nuovo, è trasfigurazione del cerchio in cui si iscrive, è ancora più che mai “respiro divino”. Dalla croce al cerchio il passo è breve. Sull’intersezioni delle sue rette fa perno il centro per disegnare un anello: il cerchio della vita che chiama alla morte per seminare la rinascita. In esso tutto è fede.

Ecco, dunque, cos’è “Hierós”: un racconto appassionato che narra il rapporto ancestrale tra l’arte e il mistico e tra l’uomo e il nume. Un descrizione visiva e attuale di un accelerazione dell’anima. Una volontà di riscatto collettivo dal caos che spinge l’individuo in generale e l’artista in particolare a riappropriarsi della dimensione spirituale tentando un superamento di quella antropologica scissione interiore tra coinvolgimento immanente e spinta trascendente. In questo processo l’arte stessa, lontano dalla dogmatica cristallizzazione o da qualsiasi autoreferenzialità, riacquista sacralità offrendo alla religione del mistero la risposta creativa individuale e consente all’uomo di riguadagnare il mondo circostante. E se stesso”.

Rita Di Mascio

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vernissage: sabato 18 febbraio ore 17.00

genere: arte contemporanea, collettiva

orario: su appuntamento al +39 085815164, Ufficio Cultura
(possono variare, verificare sempre via telefono)

catalogo: in galleria. Edizioni Stauròs. A cura di Alessandro Passerini, Monica Seksich, Giuseppe Bacci e Giulia Pesarin

curatori: Daniela Garofalo, Pasquale Grilli, Alessandro Passerini autori: Pierluigi Abbondanza, Stefano Carbonetti, Federica Costa, Mirko Dadich, Maurizio di Iorio, Vladimiro Lilla, Antonio Lucifero, Mario Mariano, Elisa Mucchi, Gianfranco Pagnini, Alessandro Passerini, Emilio Patrizio, Michela Sbuelz, Monica Seksich, Franco Sumberaz, Symbolon, Massimo Volponi, Luca Zarattini

patrocini: Comune di Ortona, Comune di Francavilla Al Mare, Assessorato alla Cultura di Francavilla Al Mare, Fondazione Staurós, Premio Nazionale di Arte Contemporanea B.Cascella, Collettivo TM15

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Rassegna di Arte Contemporanea Premio B. Cascella

www.premiocascella.it
www.premioceleste.it/premiobasiliocascella

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