Megaupload, il sito dei film “scaricabili”, era crimine organizzato

nella foto: Kim Dotcom

Cosa c’entra la chiusura di Megaupload e Megavideo, siti da cui scaricare e visionare liberamente film di ogni genere (aggirando le norme sul copyright), con la criminalità organizzata? Secondo l’Fbi c’entra eccome. L’FBI – in collaborazione con il Dipartimento di Giustizia americano – ha deciso di usare il pugno di ferro nell’ottica di un giro di vite contro la pirateria digitale, imponendo la chiusura del popolarissimo sito di file sharing ma questa è solo la punta del’iceberg e le reazioni die giustizieri mascherati della rete, gli hacker di Anonymous, sembra effettivamente fuori luogo se a venre difesa non è la libertà del Web ma il conto in banca di Kim Schmitz.

I capi d’accusa (qui le 72 pagine dell’atto di accusa a Megaupload, definito “mega-conspiracy“. Qui un riassunto) nei confronti dei gestori di Megaupload, Kim Schmitz e Jim Vestor, attualmente in manette, non riguardano semplicemente la condivisione di materiale protetto da copyright. Figura infatti l’accusa di aver incentivato attivamente gli utenti a caricare simili contenuti, spesso in cambio di diverse migliaia di dollari, e si sottolinea l’ipotesi di riciclaggio per milioni di dollari con minuzioso elenco dei conti bancari incriminati. L’Fbi, intercettando le mail di Kim Schmitz, avrebbe le prove di come lui e i suoi collaboratori facessero quanto possibile per aggirare le richieste delle major cinematografiche. Per la legge americana, infatti, un’impresa che ospita dei file non è direttamente responsabile se gli utenti utilizzano i servizi per stoccare dei documenti protetti del diritto d’autore. Al contrario, i siti che ospitano determinati file devono provare che non conservano materiale di natura illegale e devono assolutamente eliminare qualsiasi materiale che sia soggetto al diritto d’autore. Secondo l’Fbi i gestori di Megaupload sapevano che i file contenuti erano protetti e ne hanno ostacolato la rimozione.

A prova di ciò gli inquirenti federali portano, come sempio, una mail che nell’agosto del 2006 uno degli associati di Megaupload invia ai propri colleghi. Questa recava in oggetto “lol” che, nello slang in uso nelle chat è acronimo di Laughing Out Loud (ridendo di brutto, rumorosamente), e aveva come messaggio un immagine del sito che permetteva di scaricare un software per la protezione anticopia, denominato Alcohol 120, con relativa crack. Crack e alcool, ironia del tutto volontaria, per un software che in sostanza permetteva di aggirare l’anticopia dei film permettendo così di vederli illegalmente.

In manette sono finiti i responsabili del sito, come il fondatore Kim Schmitz, conosciuto anche come Kim Dotcom, e il collaboratore Kim Tim Jim Vestor. Ai due sono stati sequestrati numerosi beni di lusso, tra cui maxi-televisori e altre apparecchiature tecnologiche, oltre a numerose vetture di lusso (targate “MAFIA”) e a un paio di moto. Kim Dotcom rischia in questo momento circa 20 anni di prigione ma non solo per questo tipo di reato. Gli inquirenti federali lo accusano infatti di aver formato una vera e propria organizzazione mafiosa. L’accusa si avvale infatti della legge RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Mafieuse), votata nel 1962, che persegue il racket e il crimine organizzato. Megaupload può dunque considerarsi un organizzazione di stampo mafioso? C’è la contraffazione, il riciclaggio, la pirateria ma c’è anche l’intimidazione: pare infatti che Schmitz e soci abbiano fatto “pressioni” su PayPal, agenzia di pagamenti on-line.

Tutte accuse campate in aria per i difensori della libertà del Web, una libertà che non vuole regole e della quale tutti abusiamo volentieri. E’ infatti previsto da una settimana uno “sciopero generale” (molto più esteso di quello già avvenuto il 18 gennaio) da parte dei principali siti internet per protestare contro la SOPA (Stop Online Piracy Act) e il PIPA (Protect Internet Ip Act). Proposte di legge del Senato americano che – nel nome della lotta alla pirateria – impedirebbero di usufruire di un web libero e imparziale. Il confine tra libertà e anarchia è sottile, e certo Megaupload non è una vittima di un sistema giudiziario repressivo se, come spiega uno dei membri di Megaupload in uno scambio di posta elettronica:” Non siamo pirati, ma forniamo le navi ai pirati”.

Fonti: Libertiamo, Il Fatto Quodiano, CQ Congress Quarterly, Ansa, Duerighe.com

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