Usa, la Fed è nel pallone e parla ancora di crisi

di Mario Lettieri * e Paolo Raimondi **

Se il discorso che il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha recentemente tenuto all'incontro annuale dei banchieri di Jackson Hole fosse stato l'introduzione di una tesi di laurea, il candidato sarebbe stato bocciato. Raramente si è sentito un pronunciamento sulla situazione economica americana e globale così contraddittorio e generico.
Bernanke si è detto ottimista, ma anche pessimista.
Si aspettava una ripresa più solida, ma c'è stata una caduta più pronunciata. Credeva in un rilancio in tempi brevi, ma ammette che la terapia potrebbe durare a lungo.
Di concreto ha detto soltanto una cosa: la Fed comunicherà nella riunione del 20-21 settembre prossimo del suo Federal Open Market Committee «i mezzi necessari per stimolare la ripresa economica».
In parole povere si sta allestendo un altro, il terzo, «Quantitative easing», cioè la stampa di nuovi dollari per acquistare i Treasury bond che il governo emetterà a sostegno di un debito crescente e forse per qualche investimento nei lavori pubblici.
Si ricordi che l'anno prima sempre a Jackson Hole la Fed annunciò una iniezione di nuova liquidità per 600 miliardi di dollari che è stata interamente utilizzata tra gennaio e giugno senza riuscire a modificare l'andamento negativo della crisi, della produzione e dell'occupazione. Tant'è che esaurita questa dose di liquidità il governo Usa si è trovato sulla soglia della bancarotta!
Inoltre in tre anni il bilancio della Fed è triplicato. Complessivamente ammonta a poco meno di 3.000 miliardi di dollari.
Le vere ragioni del posticipo di un mese delle misure annunciate da Bernanke sono due. La prima è che il bilancio fiscale americano chiude alla fine di settembre, quando il governo e il Congresso sono tenuti a presentare il budget per il 2012. Evidentemente la Fed insiste per ottenere dei tagli più drastici nel settore della sanità e dei servizi sociali.
La seconda è la non nascosta pressione sulla Banca Centrale Europea affinché applichi la sua stessa politica ed eventualmente annunci un «Quantitative easing» europeo, fingendo di ignorare che ciò potrebbe far saltare l'architettura dell'Unione europea. Se c'è una cosa che la Bundesbank e Berlino non tollerano è il rischio di un'impennata inflazionistica.
Il discorso di Bernanke per certi aspetti rivela la sua impotenza come banchiere centrale. Ha ripetuto per ben 8 volte la parola «recession», mentre al Jackson Hole del 2010 non era mai stata menzionata.
Per recessione, come noto, si intende la contrazione del ciclo economico e un rallentamento delle attività economiche. Di conseguenza il pil, l'occupazione, gli investimenti, l'utilizzazione degli impianti, il reddito delle famiglie e i profitti calano, mentre aumentano i fallimenti e la disoccupazione. L'inflazione tende a scendere all'inizio ma poi può assumere atteggiamenti «ballerini»
I governi solitamente rispondono a questa emergenza attraverso la creazione di maggiore liquidità, l'aumento della spesa pubblica e la riduzione delle tasse. Dal 2008 queste misure non funzionano più.
Nel mondo occidentale c'è stata una recessione di tipo “L” con una tendenza dell'asticella orizzontale a cedere ulteriormente. Dopo tre anni, tutte le scuole ufficiali di economia non la chiamano più recessione ma depressione economica.
Ed è qui che gli gnomi della Fed sono andati «nel pallone». Bernanke parla ancora di crisi ciclica e non sistemica. Infatti nel suo discorso ha spiegato che dalla fase di crisi ciclica si aspettava un «processo naturale di ripresa».
In passato negli Stati Uniti il settore immobiliare e delle costruzioni di nuove case è sempre stato il motore della ripresa. Non questa volta. Dal 2006 il deprezzamento del valore degli immobili è stato in media del 35%.
Credere che case prefabbricate di legno compensato, che erano arrivate a costare fino mezzo milione di dollari, possano ritornare a quei livelli è da folli.
Inoltre il settore immobiliare galleggia su un mare di oltre 10.000 miliardi di titoli. Molti dei quali tossici. La metà è riferita ai soli due colossi delle ipoteche e dei mutui casa, Fannie Mae e Freddie Mac, tenuti in vita dalle continue flebo “governative”.
Il fallimento della politica della Fed può servire da lezione. Per l'Italia che sta affrontando la seconda manovra finanziaria, è indispensabile puntare sulla crescita e sui grandi progetti infrastrutturali. Il sostegno alle attività produttive con meccanismi pubblici-privati di credito allo sviluppo non è ulteriormente rinviabile.
Certo i conti devono quadrare, ma non si possono frenare i consumi né tanto meno tartassare sempre gli stessi contribuenti. Necessita una seria patrimoniale e un contributo da parte dei percettori di altissimi redditi. Chi ha di più deve dare di più.

*Sottosegretario dell'Economia nel governo Prodi **Economista

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