La Polizia e l’eclisse della democrazia

Dopo la mia lettera al capo della Polizia Manganelli e la sua risposta, il dibattito sulla democratizzazione delle forze dell'Ordine e su un diverso rapporto con i cittadini continua. Oggi riportiamo l'importante testimonianza di Vittorio Agnoletto.

Intervista a Vittorio Agnoletto:

“Sono Vittorio Agnoletto, sono un medico, nel luglio 2001 ero il portavoce del Genova Social Forum, 10 anni dopo insieme a Lorenzo Guadagnucci che è stata una delle vittime della notte cilena alla Scuola Diaz abbiamo scritto questo libroL’eclisse della democrazia, le verità nascoste sul G8 2001 a Genova”, un libro di cui non sentirete mai parlare in televisione per le scomode verità che noi raccontiamo.
Ho letto con molta attenzione la risposta che il Capo della Polizia Manganelli ha fornito a Beppe Grillo e vorrei contestarne alcuni punti.

Premiare i condannati (espandi | comprimi)
In particolare Manganelli dice: le promozioni delle persone condannate avvengono per automatismo. Non è vero. Noi non stiamo parlando di promozioni qualunque, di questioni concorsuali. Cominciamo con il precisare che dal primo livello in su per le promozioni c’è sempre un livello di discrezionalità che dipende direttamente dal Capo della Polizia. Ma non si può poi sostenere che avviene per automatismo per esempio la promozione di Gilberto Caldarozzi, vicedirettore del servizio centrale operativo nel 2001, oggi direttore, oppure la promozione dello stesso Gianni De Gennaro da capo della Polizia a coordinatore unico dei servizi segreti o di Gratteri, allora direttore del Servizio Centrale Operativo, oggi capo della Direzione Centrale Anticrimine. Oppure di Giovanni Luperi vicedirettore dell’Ucigos (Ufficio Centrale per le Investigazioni Generali e per le Operazioni Speciali) e oggi capo del dipartimento analisi del servizio segreto civile, l’AISI. Queste sono nomine, l’automatismo non ha assolutamente nulla a che fare!
Trovo che sia gravissimo, che persone che sono state condannate in appello, anziché essere rimosse, vengano addirittura promosse. Manganelli sostiene “non è possibile attuare nessuna rimozione fino a quando non c’è la sentenza definitiva in Cassazione”. Lo smentisco immediatamente perché, per esempio, c’è il caso di Perugini che è stato condannato in appello per una violenza su un pestaggio che c’è stato su un ragazzino. Non ha ricorso in Cassazione, quindi la sua condanna è definitiva, ma non è stato rimosso, anzi è stato promosso, oggi è vice-questore a Alessandria. Ma le rimozioni sono addirittura previste direttamente dall’Unione Europea. In particolare ci sono delle sentenze della Corte Europea che sostiene la necessità di sospendere il personale di Polizia addirittura quando è sotto processo e di rimuoverli se condannati, un principio applicato in tutta Europa, deciso dalla Corte Europea, non applicato in Italia. Quindi anche in questo caso siamo di fronte a delle scelte estremamente precise.
Subito dopo gli eventi di Genova un ispettore di Polizia, Pippo Micalizio, viene incaricato dai vertici della Polizia di condurre un’indagine interna e egli stesso già nel 2001, prima ancora che partissero le inchieste, concludeva la sua relazione chiedendo degli interventi, dei provvedimenti nei confronti dei dirigenti di Polizia coinvolti nelle vicende genovesi e in particolare rispetto alla questione della Diaz. Va anche sviluppato un ragionamento non puramente legale e cioè: chiarito che non è assolutamente necessario per prendere questi provvedimenti, aspettare la decisione della Cassazione, chiarito che l’Europa anzi, auspica, invita a prendere delle decisioni molto prima, precisiamo che i fatti sono appurati. La Cassazione potrà modificare le pene, ma non è che potrà negare che 13 dirigenti di Polizia hanno firmato un verbale falso sulla Diaz, accusando chi era lì a dormire di essere i possessori delle molotov che poi si scoprirà sono portate dentro dalla Polizia; di avere opposto della resistenza, cosa smentita dai magistrati; addirittura vengono accusati alcuni di avere aggredito con un coltello e cercato di ferire un poliziotto, quando poi si è dimostrato che anche quell’aggressione è tutta una messa in scena, una falsità.
Allora, chi si è reso responsabile di questi fatti, indipendentemente dalla pena definitiva che deciderà la Cassazione, deve essere rimosso. Non è possibile che i diritti dei cittadini che la Costituzione italiana, siano affidati a persone che sono comunque responsabili di fatti così gravi.

L'indentificazione degli agenti (espandi | comprimi)
Manganelli però tocca anche un altro punto, si dichiara disponibile a discutere, ma con molte resistenze, sulla questione dei codici di riconoscimento sulle divise dei poliziotti. Questa è una richiesta che anche il Comitato Verità e Giustizia di Genova ha avanzato ormai da 10 anni. Abbiamo sempre trovato un muro, compreso il muro dei sindacati di Polizia, che sono contrari. Ma qual è il problema? Semplicemente avere un codice può funzionare da anticorpo rispetto al fatto che un poliziotto o un Carabiniere possa essere spinto a andare oltre il suo ruolo e a commettere dei reati, perché potrebbe essere identificato. D’altra parte non c’è nessuna possibilità che sia identificato con nome e cognome perché parliamo di un codice alfanumerico che poi sarà solo degli archivi della Polizia abbinato al suo nome, tra l’altro con un software che può modificare l’abbinamento quando si vuole, ogni giorno, ogni settimana, ogni mese. Dico questo per evitare di esporre il poliziotto con il suo nome e cognome a qualunque fatto increscioso da parte di altre persone.
Il codice è utilizzato in diversi paesi europei, per esempio è utilizzato in Inghilterra, dove tra l’altro recentemente un poliziotto che commettendo un reato ha cercato di nascondere il codice di riconoscimento, è stato poi punito anche proprio per questo tentativo.

La Giustizia e la Polizia (espandi | comprimi)
Manganelli dice che è disponibile a discuterne insieme a Beppe Grillo pubblicamente, nelle piazze, il ruolo e il comportamento della Polizia, credo che questa sarebbe una cosa molto importante, chiederei però a Manganelli di dimostrare la sua disponibilità con alcuni atti concreti, lui intervenendo su un quotidiano nazionale un po’ di tempo fa ha detto: “siamo disposti a rispondere di tutto quello che ha fatto la Polizia nelle sedi appropriate” la mia domanda è: perché questo non è stato fatto in Tribunale? Che è la sede appropriata. Come mai la stragrande maggioranza dei dirigenti di Polizia hanno utilizzato la facoltà di non rispondere alle domande dei magistrati? Come mai Manganelli non ha ancora, come Capo della Polizia, ritirato il verbale dell’arresto di 93 persone che dormivano all’interno della Diaz quella notte, un verbale pieno di falsità secondo quanto deciso dai magistrati? Un verbale firmato da 13 dirigenti di Polizia condannati e da una quattordicesima firma che nessuno ha saputo riconoscere. Chi era e su questo c’è stata l’omertà totale degli altri 13 che hanno firmato e del capo e del vice-capo della Polizia.
Questi non sono messaggi positivi, per i tanti, tantissimi italiani che ritengono, come ritengo anche io, che dentro la Polizia vi siano tante persone oneste che vogliono compiere il loro dovere, ma che hanno difficoltà a esporsi nel momento in cui dai vertici della Polizia derivano dei comportamenti di questo tipo. Questo vale per chi oggi è ai vertici della Polizia, questo vale per chi oggi è ai vertici dei servizi segreti. Credo che se non hanno avuto loro la buonafede di dimettersi, avrebbero dovuto essere rimossi dalla politica, cosa che non è avvenuta. Questo è un altro fatto gravissimo: in modo bipartisan la politica ha protetto queste persone, nonostante siano state condannate per reati gravissimi.

Proposte per una Polizia migliore (espandi | comprimi)
Mi permetto di consigliare a tutti voi di leggere questo libro, non solo perché ricostruisce le giornate di Genova su una base puramente documentale, atti processuali, testimonianze, documenti, intercettazioni, ma soprattutto perché ricostruisce i 9 anni di inchiesta, di indagini portati avanti dai magistrati, magistrati che sono stati sottoposti a ogni forma di pressione nel tentativo di bloccare le loro inchieste, parliamo di forme di pressione decisamente non legali.
Questo libro si conclude anche avanzando delle proposte molto precise. Innanzitutto la richiesta di smilitarizzare tutte le forze dell’ ordine, per esempio i Carabinieri oggi sono un corpo militare; 2) la possibilità di avere dei veri e propri sindacati di Polizia che non dipendono però dai vertici della Polizia, oggi anche i dirigenti sindacali per le loro carriere, dipendono dalla decisione del capo della Polizia, quindi hanno un’autonomia minima, in più quando un poliziotto va in pensione non può rimanere iscritto al sindacato di Polizia, sarebbe invece importante che fosse possibile questo, perché rimarrebbe completamente autonomo dai vertici; 3) la questione dei codici di riconoscimento. È semplicemente un’assunzione di responsabilità, una misura civile adottata in quasi tutta Europa; 4) c’è un altro fatto che è conosciuto da poche persone, oggi in Polizia si entra quasi solamente dopo aver svolto alcuni anni di servizio militare volontario, tecnicamente si chiama una riserva, uno decide di fare il militare, va magari a compiere qualche missione all’estero, missione di vera e propria guerra e poi da lì è facilitato a entrare nella Polizia, questo significa che nella Polizia c’è il rischio di portarsi dietro una cultura di guerra, diversa invece da quella cultura del rispetto della Costituzione che dovrebbe animare tutti coloro che decidono di servire lo Stato che è un ruolo tra l’altro importantissimo perché nessuno Stato può esistere senza avere delle forze dell’ordine che ne facciano rispettare le leggi. La mia assoluta convinzione è che ci sono molte forze democratiche interne alle forze dell’ ordine e che una pressione della società civile deve permettere a queste persone di uscire allo scoperto, di esprimere le proprie idee e di avanzare le proprie rivendicazioni. “

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