Ancora un caduto italiano nella guerra senza fine

Ancora un caduto italiano in una guerra senza via d’uscita e senza fine. Roberto Marchini, 28 anni, guastatore dello Folgore, è l’ultimo nome di una lista che si allunga giorno dopo giorno, falciato nel mattatoio afgano in seguito all'esplosione di un ordigno artigianale, nel distretto di Bakwa, nella regione ovest, sotto il comando del nostro Paese. Originario di Caprarola (Viterbo), geniere-paracadutista dell'ottavo reggimento del genio Folgore di Legnago, il primo caporalmaggiore, al momento dell’esplosione era appena sceso da un mezzo militare e stava tentando di disinnescare l'ordigno che poi l'ha ucciso. Lo scorso 2 luglio, pochi giorni fa, in una zona molto vicina, nei pressi del villaggio di Caghaz (16 chilometri a ovest di Bakwaera) era morto un altro soldato italiano: il caporalmaggiore scelto Gaetano Tuccillo, di 29 anni. Marchini è la quarantesima vittima italiana in Afghanistan, tra militari e agenti dei servizi, in una guerra che non ha prodotto, in dieci orribili anni, né maggiore stabilità né segni di pacificazione. Ieri era giunta la notizia della uccisione, in un agguato, di Hamid, Ahmed Wali Karzai, discusso fratello del presidente afgano, molto vicino ai potentati locali e alle autorità tribali del sud del Paese, capo del consiglio provinciale di Kandahar e punto di riferimento essenziale nel controllo delle zone più calde, quelle da sempre controllate dagli studenti coranici, che ha riportato a galla il senso e il ruolo della potente famiglia Karzai, i cui vari membri sono stati favoriti dal presidente con incarichi politici e ruoli chiave in imprese e agenzie governative, in una Paese che ancora non vede davvero prospettive di autentica ed autonoma normalizzazione. In Afganistan, il nostro contingente, inquadrato nella missione Isaf, a guida Nato, conta attualmente circa 4.200 uomini che si trovano soprattutto nell'ovest del Paese, in una zona certamente calda, con un esercito talebano sempre più forte ed agguerrito. La quasi totalità delle nostre truppe, con l’esclusione di una piccola forza di un centinaio di soldati schierati a Kabul, si trova nella regione occidentale ed è composta da paracadutisti della brigata Folgore. Ad Herat, a Camp Arena, si trova la sede del Comando regionale Ovest di Isaf. In Afghanistan sono dislocati anche personale e mezzi dell’Aeronautica, della Marina Militare, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Il contingente italiano è dotato anche di una componente aerea. Nonostante le previsioni, che vorrebbero una diminuzione graduale del numero di militari del nostro Paese a cominciare dall’inizio del prossimo anno per arrivare, entro la fine del 2014, al completo disimpegno, la crescente aggressività dell’esercito talebano non lascia pensare che ciò accadrà facilmente. Quanto sia inutile una guerra, lo si intuisce non solo dal numero dei morti che conta, ma anche dal fatto che continua a mieterne, senza offrire quel briciolo di pace che pure auspica. Quella afgana appare sempre più un guerra senza speranza né soluzione, un conflitto tanto inutile quanto luttuosamente infinito. Recentissimamente lo scrittore Aslam Nadeem, classe 1965, nato in Pakistan e trasferitosi in Inghilterra a 14 anni, ha pubblicato un romanzo dal titolo emblematico: “La veglia inutile”, che parla della realtà difficile di un Paese in guerra ininterrotta da 30 anni, un lavoro di fantasia che però si basa su una corretta ricostruzione delle vere cause di un conflitto: i sentimenti e le opinioni delle persone che fanno parte delle diverse fazioni. L’Afghanistan è terra di invasori che hanno ceduto ad altri invasori, di dominatori che hanno ceduto ad altri dominatori. Nella successione di morte e violenza, di sangue, di intolleranza, l’Afghanistan è stato terra che ha pagato rimuovendo e distruggendo bellezza, tradizione, passato. Ogni volta sempre più duramente in un’ansia di cancellazione fatale. Ma la memoria resta. Qualcuno ha provato a occultare, velare, contraffare. Così accade per un enorme volto del Buddha rimasto intrappolato sotto una fabbrica di profumi, così per gli affreschi libertini che riemergono dal fango che li ha salvati, così per i libri antichi inchiodati al soffitto che ora si staccano e cadono a terra. Così accade nel microcosmo della casa di Marcus Caldwell, uno dei 4 protagonisti del romanzo, alle pendici delle montagne di Tora Bora. Intorno a questo microcosmo ruotano personaggi che per motivazioni diverse risalgono nel tempo a misurare identità, cercare tracce di persone scomparse, echi di promesse mozzate, indizi di sogni. Dal giovane talebano che ha imparato a sparare bambino alla ex spia americana che vive nel paese da un quarto di secolo, di tutti hanno una strada che li porta lì come a un incrocio di destini in attesa altre strade. Una formidabile tensione che arriva da lontanissimo elettrizza i personaggi catalizzati dalla casa di Marcus Caldwell. Si tratta di rintracciare dove la pietà e la speranza possano finalmente dispiegarsi per concludere l’infinito dopoguerra di un grande paese martoriato, con vittime che cadono in continuazione e fra loro anche giovani venuti da tanto lontano ad accarezzare un sogno di pace che si traduce, ogni giorno, in un incubo mortale. “Pakistan, il santuario di Al-Qaida. Gli 007 di Islamabad tra traffici nucleari e terrore islamico” è l’ultima fatica di Gian Micalessin, corrispondente di guerra da sempre impegnato – insieme al collega Fausto Biloslavo – sui fronti più caldi e in assoluto più rischiosi, saggio che porta avanti, convitamente ed in modo molto documentato, la tesi che nessuna guerra potrà essere vinta in Afghanistan finché il Pakistan manterrà il suo ruolo ambiguo nei confronti dell’islamismo radicale e dei Talebani. Entro il 2014 tutte le 34 province della nazione saranno passate sotto il controllo delle truppe locali: con questo impegno si concluse a Kabul, esattamente un anno fa, la Conferenza internazionale sul futuro dell’Afghanistan che vide il presidente Hamid Karzai confermare l’intenzione di rispettare una scadenza che consente alla Nato di dare corpo alla “exit strategy” della missione iniziata in risposta agli attacchi dell’11 settembre 2001. Un anno dopo non solo non si sono fatti passi avanti in tale direzione, la le condizioni politiche e sul campo sono addirittura più caotiche. Ad aprile dello scorso anno, l’ingarbugliata operazione messa in atto ai danni degli operatori di Emergency, coincise con l’ennesima strage di innocenti in seguito di un ennesimo errore dei militari della Nato, che spararono contro un autobus a Kandahar, uccidendo quattro civili, tra cui una donna e un bambino e da allora una teoria infinita di altri fenomeni incresciosi, hanno fatto emergere un clima indicativo di una situazione ormai ingovernabile. . Il presidente afgano critica da più di un anno la Nato e tratta sottobanco con i Talebani nella speranza di uscire indenne dalla progressiva avanzata dei ribelli e gli alleati degli Stati Uniti, Italia compresa, continuano a far finta di contribuire alla “ricostruzione” dell’Afghanistan, mentre sono coinvolti in una guerra senza fine e senza strategia, in una Nazione con mille altri problemi come il gigantesco traffico degli stupefacenti, la dilagante corruzione, il malgoverno ed il mai domo terrorismo. Tutto questo non ha impedito ai due giovani caporalmaggiore italiani di dare la vita per tener fede ad un impegno, ma sono sempre più coloro che si chiedono, se valga la pena, ora, essere così fedeli ad una promessa che non è stata richiesta e, soprattutto, non pare molto apprezzata.

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