INSEGNARE ITALIANO L2 PER LA "SICUREZZA" – Non per "difendersi da…" , ma per costruire cooperazione e reciproca fiducia.

Con il cosiddetto Pacchetto Sicurezza, approvato nel 2008, si è resa molto più dura nel nostro Paese la condizione di straniero: per conseguire la “carta di cittadinanza”, una sorta di permesso di soggiorno a tempo indeterminato, è necessario il superamento da parte del richiedente di un test di conoscenza della lingua italiana.
Con il Decreto 4 giugno 2010 il Ministero dell'Interno, di concerto con il Ministro dell'Istruzione e dell’Università e della Ricerca, dà indicazioni sulle modalità di svolgimento del test di Lingua italiana, stabilendo il grado di conoscenza che è richiesto: “Per il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, lo straniero deve possedere un livello di conoscenza della lingua italiana che consente di comprendere frasi ed espressioni di uso frequente in ambiti correnti in corrispondenza del livello A2 del Quadro comune di riferimento delle lingue approvato dal Consiglio d’Europa”.
La scuola pubblica viene così chiamata a svolgere un ruolo molto delicato.
Da una parte elabora, coerentemente con il suo mandato, prove di accertamento di competenze e conoscenze in materia di lingua; dall’altra, si assume la responsabilità – valutando i risultati dell’esame e comunicando ai Prefetti l’esito – di consentire o negare allo straniero il riconoscimento di un “merito” per realizzare i propri progetti di vita.
Dobbiamo da una parte lavorare alla costruzione di percorsi didattici e metodi efficaci a garantire a tutti degli apprendimenti utili, spendibili e possibilmente arricchenti dell’Italiano, dall’altra contribuire a frenare o a impedire la possibilità di ottenere il permesso richiesto.
Le iniziative legislative del Governo in materia di sicurezza e di contrasto all’immigrazione stridono con i valori e i fini che il mandato costituzionale indica a noi docenti. Come insegnanti dello Stato di questo Paese, che ha nella Costituzione un punto di riferimento forte, che ispira un nostro agire in funzione di principi democratici e che soprattutto ci spinge a tradurre in pratiche i valori dell’accoglienza e della non discriminazione, avvertiamo la difficoltà, e spesso l’impossibilità, a coniugare all’interno della nostra funzione educativa delle finalità così palesemente contraddittorie.
Questi provvedimenti nascono in seno ad una legge, che tratta di sicurezza e non di Formazione e Educazione e hanno un impatto sul progetto educativo e formativo complessivo di tutta la scuola pubblica, e non solo di quella per gli adulti. La Scuola ha il compito di dare agli studenti e alle studentesse che la frequentano un “alfabeto” comune di linguaggi, ma anche, seppure in modo molto più complesso, di valori. La lingua dell’istruzione rimane ancora, anche nell’ambito della stessa lingua nazionale, una lingua diversa dalla lingua madre.
Il bambino che entra a scuola ha già un suo “alfabeto”, una serie di conoscenze che gli permettono di comunicare, porta con sé tutto il suo ambiente linguistico ed è a partire da questo bagaglio che apprenderà. Questo processo, anche se con caratteristiche diverse, riguarda anche gli adulti apprendenti la lingua seconda. Essi possiedono un loro patrimonio di saperi e una “lingua” per affrontare il mondo e tutte le complesse sfide che pone ogni giorno; spesso hanno esperienze scolastiche e universitarie, conoscono anche altre lingue straniere, hanno già in sé, dal momento in cui si sono messi in viaggio e hanno cominciato a prendere contatto con il nuovo Paese, strumenti per lottare con l’inesprimibile (S. Kierkegaard). Il loro percorso d’apprendimento della nuova lingua passerà per queste esperienze e non si concluderà a scuola, né con un esame.
Il multilinguismo è una realtà che esiste da molto tempo, forse dai primordi delle civiltà umane, in Europa come in tanti altri luoghi del mondo: è un’ovvietà. Le persone si spostano e le diverse lingue le ritroviamo scritte in insegne, cartelli e le ascoltiamo per strada, nei mercati, sui mezzi pubblici. Le disposizioni delle Istituzioni europee vietano qualsiasi forma di discriminazione e affermano il valore del rispetto delle diversità linguistiche, incoraggiando l’apprendimento delle lingue come tramite per “promuovere dialogo e coesione tra i popoli”.
Il superamento di un test non può diventare il criterio principale per favorire l’integrazione. Ciò che favorisce il dialogo è un approccio culturale che non esponga continuamente gli immigrati al giudizio e non li appiattisca in una categoria, gli stranieri immigrati, nella quale si condensino pregiudizi negativi: povertà, disoccupazione, disperazione, accattonaggio, criminalità, terrorismo.
Da un lato, l’apprendimento forzato della lingua autoctona e tutte le altre misure legislative adottate appaiono un tentativo di rappresentare gli immigrati come portatori solo di insicurezza e problemi, un modo di governare il problema dei possibili conflitti, conseguenti alla convivenza tra diversità culturali, linguistiche e religiose, che aumenta e non previene la possibilità che essi esplodano. Dall’altro, l’obbligatorietà dell’apprendimento induce a pensare la nuova lingua che si sta cercando di acquisire come uno strumento per ottenere il permesso di soggiorno e non come un qualcosa di nuovo da esplorare, pregiudicando la possibilità di sostenere la motivazione stessa ad apprendere per diventare in modo naturale e necessario dei plurilingue.
Si sta facendo strada in questo Paese, ma forse anche in Europa, insieme a un razzismo più o meno manifesto in alcune aree sociali, una cultura che nega o non vede il valore educativo e formativo delle lingue, come risorse di creatività, di comunicazione, di promozione di cultura umana e sociale. Il problema è che il migrante è avvertito come uno che deve “servire” le imprese e al quale, poiché “servo”, non è consentito il tempo per scegliere cosa fare e cosa imparare.
Ai docenti di italiano L2 spetta oggi l’arduo compito di tenere insieme gli aspetti pedagogico-educativi della lingua da insegnare e quelli delle disposizioni previste dal governo, per dare la giusta dignità ai progetti didattici, non assecondando mai idee discriminatorie. Bisogna continuare a testare e a valutare, non per decidere se gli studenti immigrati siano accoglibili o meno nel nostro Paese, ma per costruire progetti didattici mirati, che diano a tutti accesso alle competenze.

Fonte Segreteria nazionale M. C. E.

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