Il futuro del Mediterraneo

di Anna Falcone

I Paesi del Nord Africa stanno decidendo in questi giorni del loro futuro a prezzo di una rivoluzione tanto improvvisa, quanto sanguinosa. Ma non solo: i delicati equilibri che si instaureranno fra le diverse anime che hanno guidato le rivolte e i Governi che ne verranno fuori decideranno anche del futuro del Mediterraneo e, inevitabilmente, dell’Europa. Che siano Governi realmente laici e democratici non è scontato. Certo, la nascita delle nuove democrazie, che tutti (voglio credere) auspichiamo pluraliste e laiche, non si concretizzerà meglio e più rapidamente lasciando queste popolazioni di uomini e donne fragili, terrorizzati e in fuga, in balia del loro destino e delle forze, ben altrimenti organizzate, che cercano di condizionare altrimenti i cambiamenti in atto. Quanto sta accedendo non è indifferente rispetto al mandato del’Onu che, anzi, avrebbe il dovere di intervenire in presenza del vero e proprio genocidio in atto, almeno in Libia. Non è indifferente neppure rispetto alla ‘mission’ dell’Unione Europea che, se veramente intende garantire un futuro di pace e prosperità per le sue democrazie e i suoi cittadini, non può limitarsi, ora, a schierare nel Mediterraneo, nella prospettiva della sua futura fisionomia politica, portaerei in assetto da guerra e navi militari ‘che scongiurino l’invasione dei clandestini’ (!). L’Europa non può rispondere alla più grande rivoluzione degli ultimi decenni con una mera politica di respingimenti. Chi legga in questi termini l’emergenza umanitaria del Nord Africa e l’occasione democratica che ne deriva per quelle popolazioni non è all’altezza delle responsabilità che una tale crisi richiede, poiché non coglie le responsabilità per le democrazie limitrofe e le opportunità che potrebbero derivare dalla nascita, nel Mediterraneo, di un’area democratica di liberi scambi culturali, sociali ed economici. Forse, in una prospettiva neanche tropo lontana, l’uscita dalla crisi e dalla sudditanza economica da un sistema altrimenti egemonizzato potrebbe passare da qui. Ma allora, perché nessuno sembra voler cogliere questa opportunità? Detta in altri termini: chi ha paura di un Nord Africa libero e democratico? Chi ha paura di un possibile spostamento dell’asse degli scambi dal Nord Europa al Mediterraneo? Un’ultima, evidente notazione stranamente ‘schivata’: sono proprie le forze autoritarie e fondamentaliste che tutti dicono di temere (avendo l’accortezza di mantenersi a debita distanza), quelle che si avvantaggerebbero, anzi, troverebbero un formidabile alleato proprio in una politica europea ed occidentale miope ed egoista che, dietro l’ipocrisia del diritto all’autodeterminazione dei popoli, lasciasse soli e senza sostegno internazionale i movimenti di liberazione nazionali. Un regalo quanto mai gradito ai ‘profeti della paura’, ai ‘mercanti di odio’, a quanti tenteranno di condizionare con le loro organizzazioni religiose o lobbistiche la transizione democratica per cui stanno lottando i popoli del Nord Africa. Sono proprio le portaerei in assetto da guerra che stavano aspettando tali ‘profeti’: uno schieramento plastico dell’egoismo e dell’ipocrisia occidentale. Un tradimento dei valori in cui tutti noi europei crediamo e che fanno della libertà, della giustizia, della dignità umana e della solidarietà internazionale di fronte alle più gravi violazioni dei diritti umani, il cuore della nostra cultura giuridica, civile e politica. Siamo ancora in tempo. Mandate le nostre navi, sì, ma piene di aiuti umanitari e innalzate le nostre bandiere, tutte, accanto a quelle della Croce Rossa, di Emergency, di Amnesty International e di tutte le organizzazioni che difendono i diritti di libertà dei popoli e dei rifugiati politici. Tendete le nostre mani, non le nostre armi, per dimostrare fattivamente a quei popoli che i valori in cui crediamo sono valori per tutti, non per pochi, che vengono prima dell’interesse miope e gretto dei nazionalismi beceri, degli interessi economici di qualche lobby, delle paure e delle menzogne su cui qualche leader costruisce le sue fortune. L’Europa dei popoli è oggi più avanti dei suoi Governi. Le voci che si alzano in questi giorni nei dibattiti pubblici e mediatici chiedono ben altro che chiusure e respingimenti. Chiedono, al contrario, di sostenere quei popoli e il loro processo di libertà, non per condizionarlo nelle scelte e nelle forme, ma per garantirne la più piena ‘autonomia’. Chiedono di prendere definitivamente posizione contro ogni regime dittatoriale, oppressivo e lesivo dei diritti dei singoli e dei popoli verso una ‘reale’ autodeterminazione democratica. Chiedono all’Onu e all’Europa di uscire da ambiguità e ipocrisie, al fine di offrire a quei popoli il più completo sostegno per difendere quel processo democratico che loro – e solo loro – dovranno porre in essere in piena autonomia e libertà. L’Europa dei popoli è pronta a costruire insieme un futuro di democrazia e prosperità per tutto il Mediterraneo, affinché non sia mai più necessario dover fuggire dal proprio Paese per vivere da uomini e donne liberi. Perché di fronte al valore della vita umana, della libertà e del diritto di ogni essere umano a costruire per sé e i propri figli un futuro migliore, non ci sono interessi di parte e scuse diplomatiche che tengano. Non venite a raccontarcene: non le ascolteremo più. Laici.it)

Responsabile nazionale della commisisone Pari opportunità del Partito socialista

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