Bucchino: “Un passo concreto verso la parità  per le donne emigrate”

Dopo avere abbracciato madri, mogli, figlie e nipoti. Dopo avere telefonato alle amiche più dirette, quelle che non si possono non ricordare. Dopo avere distribuito mimose e sorrisi a collaboratrici e conoscenti. Dopo avere detto a tutte e a tutti che l’8 marzo di quest’anno è denso del profumo delle recenti manifestazioni delle donne italiane per la difesa della loro dignità. Dopo avere ascoltato con emozione la notizia delle donne maghrebine che a voce spiegata continuano a rivendicare i loro diritti.
Dopo tutto questo e altro ancora, cosa faremo concretamente per le donne? Cosa faremo insieme alle donne per la parità e per i diritti? Anche quest’anno, dopo la festa e gli auguri, certamente sinceri, volteremo pagina e ricadremo tutti, donne e uomini, nella deprimente quotidianità italiana? O, ognuno dalla sua postazione di vita e di lavoro, piccola o grande che sia, normale o importante, cercherà di fare qualcosa per migliorare la loro condizione? Magari piccoli passi in avanti, ma veri.
Oggi il mio pensiero corre, in particolare, alle donne emigrate. A quelle che assieme ai loro parenti e compagni, o sole, hanno dovuto ricominciare la loro esistenza altrove. Facendosi carico della vita familiare e del lavoro, come tutte le donne, e in più della conquista di una nuova lingua, dell’inserimento in un nuovo ambiente, dell’integrazione propria e dei propri cari. Senza parlare di quelle rimaste sole nei loro piccoli paesi a pensare ai figli, agli anziani, alle poche cose di famiglia.
Ebbene, per coloro che hanno sposato uno straniero, una legge discriminatoria degli inizi del Novecento prescriveva anche la perdita della cittadinanza. Cancellate civilmente nel paese dove erano nate e che avevano contribuito a mantenere. E anche quando l’Italia, quarant’anni più tardi, si è data una Costituzione democratica che affermava la libertà e l’uguaglianza dei propri cittadini, hanno dovuto subire per decenni la sofferenza di vedersi riconosciute come soggetti di pieno diritto, capaci di trasmettere la cittadinanza, solo per una metà, cioè solo nei riguardi dei figli nati dopo il 1948, non per quelli nati prima. Pensate, figli di una stessa madre: chi sì e chi no.
Finché una donna coraggiosa, nipote di una di queste cittadine cancellate, non ha investito una montagna di coraggio e speso una montagna di soldi per percorrere tutti i gradi di giudizio e avere, alla fine, una sentenza della Suprema Corte, che l’amministrazione italiana ha cercato pure di contrastare, che dice una cosa semplice e bellissima: le donne sono uguali agli uomini, sono anch’esse cittadine di pieno diritto e possono, dunque, trasmettere la loro cittadinanza ai figli e ai nipoti. Senza distinzione.
Ma… In Italia c’è sempre un ma. Quello che i giudici hanno riconosciuto a prezzo di anni di attesa e di tanti soldi, l’amministrazione non intende riconoscere, con minor tempo e con meno soldi, senza modificare una legge. Le procedure chiudono quello che la Costituzione ha aperto.
Bene, allora facciamo la legge. Tutti d’accordo. Ho portato con tanti altri colleghi di maggioranza e di minoranza la questione nell’Aula del Parlamento: tutti d’accordo a parole, compreso il Governo. Ma intanto la legge non si fa. La proposta è pronta. Per il suo sostegno sto chiedendo l’adesione del maggior numero possibile di parlamentari, di ogni orientamento politico e culturale. Non deve essere la cosa di un deputato, ma di tutti, per dare l’idea che quando si tratta di diritti nessuno si può chiudere nel suo particolare. Il Parlamento avrebbe solo da guadagnarci dando prova di attenzione e rispetto dei principi e dei cittadini.
Ma intanto se proprio nel giorno delle donne si alzasse fuori dal Parlamento una voce forte e unitaria di parità: tutti uguali, anche le donne emigrate che hanno sposato cittadini stranieri, e i loro figli e i loro nipoti, ai quali per circa un secolo è stato sottratto un loro fondamentale diritto, la cittadinanza.
Il giorno delle donne – si diceva – l’impegno a camminare in avanti. Piccoli passi, ma veri. Eccone uno. Basta volerlo.

Gino Bucchino

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