LA SCONFITTA DELLA MIA DESTRA ?

Cercherò per una volta di non correre dietro ai commenti della cronaca per proporre ai lettori del PUNTO una riflessione politica che vada al di là della contingenza.

Chi mi legge credo che più o meno mi conosca: faccio politica da quando avevo appena compiuto 18 anni, sono stato dirigente giovanile del MSI-DN e poi, eletto consigliere comunale la prima volta che sono andato a votare, sono man mano salito fino al Parlamento. Ho partecipato nella mia vita 20 volte alle elezioni e sono stato eletto 20 volte su 20: non credo di poter chiedere di più alla fiducia della gente.

Ho vissuto l’emarginazione politica, ho rischiato un paio di volte la pelle, non ho mai picchiato nessuno né partecipato ad atti di violenza. Nonostante questo per anni ho subito forti discriminazioni e l’abc della democrazia l’ho vissuto e imparato in un consiglio comunale dove per anni sono stato la mosca bianca dell’opposizione (qualche volta da solo)…E adesso sono il sindaco della mia città.

Tutto ciò solo per dire che per tutta la vita ho avuto la politica nel sangue, ma cos’era e cos’è “la politica”? Per me un impegno serio per cercare di cambiare le cose cercando sempre di non vivere isolato in un mondo a parte, ma di ascoltare la gente, cercare di capirla, immedesimarmi nei problemi. Soprattutto “far politica” per me è sincero “servizio” e cercare trasmettere ai cittadini – prima ancora che agli elettori – dei principi, dei modi di comportarsi, di conoscere e vivere la storia, di creare una comunità legata alle proprie radici culturali e nazionali.

Ogni volta che “passavo di grado” in un consesso più importante (come ho scritto su STAFFETTE, un libro di testimonianza e di invito alla conoscenza per i giovani di oggi, chi vuole leggerlo me lo richieda…) pensavo di trovare eletta gente di maggior valore. Ma non è stato sempre così e non posso nascondere – sono ormai cinque legislature che siedo in Parlamento – che ho addirittura visto scendere il livello qualitativo generale della rappresentanza.

Ma il problema di fondo è che quando ero all’opposizione (cioè quasi sempre) ero convinto che quando avremmo avuto in mano la responsabilità del Pese saremmo stati davvero capaci di cambiare le cose. Direi che questo l’ho visto affermarsi anche nella pratica fin verso il 2001 poi la spinta si è affievolita man mano che venivano meno le radici ed i blocchi ideologici e tutto man mano si personalizzava nella figura di alcuni leader.

E’ un discorso complesso – magari ci scriverò sopra un altro libro – ma che qui riassumo nel concetto: una politica sempre più in cortocircuito tra sé perde la sua anima vitale, il contatto con le persone e soprattutto impegna troppo tempo (e troppe risorse) per impegni sempre più lontani dall’essenza dell’amministrare.

Sono stato un convinto “bipolarista” anche perché – e su questo Pinuccio Tatarella vedeva giusto – in un paese diviso in due la Destra avrebbe contato in maniera determinante per far vincere il proprio schieramento. Negli anni non sono diventato più “moderato” ma piuttosto mi sono reso conto che i problemi sono molto più complessi degli slogan, più strutturali ma anche – arrivando alla Camera – che il paese non può essere governato allo stesso modo a Verbania e a Palermo perché ci sono realtà diverse, ma anche diversa responsabilizzazione e cura nella gestione della cosa pubblica. Per questo sono diventato “federalista”: credo nella necessità di controlli più rigorosi del cittadino-elettore e che si possono fare solo fino ad un certo livello di controllo diretto, ma anche per avere meno sprechi e “furbizie”.

Dal 1994, con la nascita di Forza Italia, è nata la necessità di una collaborazione a destra e all’inizio ero convinto che saremmo stati capaci di recuperare ed assorbire molta parte di quei voti in Alleanza Nazionale (scelta assolutamente necessaria nella progressiva evoluzione del fu MSI e nel mio intimo da sempre desiderata e finalmente realizzata nel 1995 a Fiuggi) perché più organizzati, più convincenti, più esperti e soprattutto più legati a valori di riferimento.

Non è stato così, anzi, e la meteora Berlusconi è diventata man mano un fattore aggregante anche se spesso mi sembrava proponesse alla gente un linguaggio politico diverso dal nostro, molto epidermico ma superficiale, complessivamente meno credibile.

Ma cambiato era il paese e non perché “rimbambito” dalle sue TV ma perché Berlusconi sapeva (e tuttora sa) interpretare meglio i sentimenti forse più immediati, superficiali ma comunque sentiti come “veri” della gente…così come altri non lo sopportano, ieri come oggi.

Ho creduto in Gianfranco Fini che mi sembrava molto più convincente di Berlusconi, di maggiore spessore, una alternativa vincente che avrebbe interpretato in meglio il “post” Cavaliere.

Quando si è cominciato a parlare di unificazione nel PDL ero scettico: vedevo meglio una stretta alleanza – direi una federazione – dei due partiti, ma mantenendo strutture organizzative autonome e fuse solo nel momento elettorale.

Fini insistette molto (stiamo parlando di nemmeno due anni fa!!) per sciogliere Alleanza Nazionale nel PDL e alla fine quasi tutti dicemmo “si”, non in modo convinto ma con la fiducia che hai verso il tuo leader. Non ho capito perché Fini abbia scelto mesi fa un' altra strada o – meglio – l’ho poi purtroppo capito benissimo, ma un leader non cade nella esasperazione delle provocazioni quotidiane, pensa al domani, soprattutto propone valori alternativi. Gianfranco Fini non lo farà mai con alcuni dei suoi nuovi collaboratori e non raccoglierà mai i voti se sceglierà di allearsi a sinistra, rimanendo comunque subalterno anche se vorrà stare al centro, con gente (Casini) più logicamente posizionata di lui.

Se Fini sembra aver riscoperto in queste settimane alcuni slogan nei comizi del suo nuovo partito, ha però ma man mano appannato negli anni (è una mia opinione che esprimo con serenità, non voglio offendere nessuno) la capacità di essere – se non alternativo – almeno “migliore” di Berlusconi. Ma lungo la strada, soprattutto, ha perso i valori che furono della Destra. Non tanto e non solo di quella destra partitica, ghettizzata e “fascista” (io peraltro tale non mi sono proprio mai considerato) ma quei valori concreti (concetti di Patria, storia, fedeltà, radicamento ecc.) che erano il “collante” di AN e che in modo più moderno si proponevano agli italiani come vero cambiamento. Fini queste cose non le ha perse nelle parole, ma negli atti concreti.

Il Fini di dieci anni fa oggi sarebbe quattro spanne sopra Berlusconi e forse ne raccoglierebbe milioni di voti… ma non lo è più e – sciogliendo AN – si è persa l’occasione di mantenere visibili dei punti di riferimento importanti. Politicamente la scelta di entrare nel PDL è stata strategica e quasi naturale, ma solo se gli ex di AN fossero stati (come dovevamo essere ed avevamo sempre pensato) un sorta di “vaccino” iniettato dentro Forza Italia che la portasse sulla strada dei “nostri” valori condivisi. Invece il PDL purtroppo sostanzialmente non c’è come struttura di partito, è svuotato nell’anima, non ha regole certe, è sostanzialmente un partito “all’americana” che è un ottimo comitato elettorale quando serve, ma non ha una sua “anima”. Un partito, insomma, che sostanzialmente non fa politica perché non ha una ideologia, un programma preciso,

Intendiamoci: in Italia ben pochi oggi marcano una identità: forse solo la Lega, che è molto caratterizzata, con relativi pregi e difetti, ma non lo è certo il PD che è una contraddizione di termini tra ex democristiani ed ex comunisti con valori antitetici al loro stesso interno e forieri di scissioni e liti. Noi, invece, che eravamo molto più simili a Forza Italia, potevamo meglio riuscire nell' ”operazione-destra” come è avvenuto in altri paesi d’Europa, ma per uno strano fenomeno Berlusconi – che è stato da una parte l’artefice dell’esplosione della alternativa nel 1994 (ricordate Occhetto certo di vincere le elezioni con la sua “gioiosa macchina da guerra”?) – oggi blocca con i suoi problemi una evoluzione positiva della politica.

Sono evidenti le pressioni indebite di certi magistrati, i preconcetti, l’esasperazione mediatica, l'attribuire al Cavaliere forzature esagerate e assurde…ma stiamo al concetto: la “rivoluzione liberale” che doveva essere non c’è o almeno non si riesce a costruire.

Mille possono essere le giustificazioni qui non si vuole criminalizzare nessuno,ma stare ai fatti: la “nostra” Destra non solo non si è imposta (ma anzi si è frantumata) all'interno del PDL ma tutto il centro-destra è in crisi, specchio della crisi del suo leader.

Anche per questo ho scelto di fare il sindaco della mia città, perché un certo mondo “romano” mi sta stretto e non lo capisco più, ma soprattutto perchè vedo un Parlamento ridotto a poca cosa e quasi mai un arengo vero di discussione politica “alta” che vada finalmente al di là della cronaca, della polemica.

In parlamento, insomma – come dentro nel PDL ma anche oggi in tutto il Paese – manca aria, respiro, visione strategica dei problemi, volontà comune di affrontarli preferendo la polemica quotidiana.

Soprattutto manca cultura, manca idealità, mancano – coniugati nella pratica – quei Valori di riferimento di cui ( peraltro poche volte) si parla.

Ecco allora un altro aspetto del problema: Berlusconi vuole o no “l’evoluzione della specie”? Credo di no, e non solo perché non ha alle sue spalle un “delfino” dopo l’auto-dissolvimento di Fini, ma perché non sembra crearlo, non sembra volerlo. Tremonti, Alfano, Formigoni, Frattini? Il primo ha indubbie capacità economiche ed ha scritto buoni libri (purtroppo poco letti), il secondo è ancora da scoprire, Formigoni avrebbe forse ottime capacità ma è “confinato” a Milano, di Frattini non so dire, pur avendo una faccia pulita. Eppure dietro le quinte io vedo tante persone serie, ma che non emergono e forse non si vuole che emergano.

Ma d'altronde come potrebbero farlo se i “posti” vengono assegnati anche con altri criteri, spesso molto diversi rispetto a quello del merito? Dov’è l’invocato screening per far crescere una classe politica rinnovata? Alla Camera nel centro destra ci sono molti deputati (e deputate) “under 40” che meriterebbero di essere meglio conosciuti, ma restano tabù.

Peraltro quante decine di persone in gamba ho conosciuto e “scoperto” quando ero responsabile prima organizzativo e poi degli Enti Locali di AN…ma quante volte ho poi visto federali cretini (noi i segretari provinciali li chiamavamo così) cercare di bloccarli per spirito di auto-conservazione? La stessa cosa sta succedendo nel PDL, forse è sempre stato così in tutti i partiti…ma il problema è che prima il MSI o AN avevano comunque una linea politica da interpretare, oggi dov’è la linea politica del PDL? Ma, soprattutto, quando mai il PDL ha deciso di darsi una linea precisa sugli argomenti che interessano di più la vita delle persone? Cosa ne è dei problemi etici, così come della vera liberalità in molti settori?

La casa crolla non solo per le disavventure “sentimentali” di Berlusconi ma perché si è costruito un edificio con poche fondamenta e con progetti troppo abborracciati, belli in copertina, poveri di contenuti. Il paese va avanti senza programmazioni precise, senza decisioni. Tremonti fa il cane da guardia ai conti pubblici (e meno male!) ma poi non c’è una linea delle priorità.

Attenzione: le case si possono comunque allargare, ricostruire, risanare…ma occorrono prima gli architetti e poi gli operai con soprattutto la volontà di realizzare un progetto che sia ben chiaro in testa a tutti: gli architetti a pensarlo e gli operai a lavorare poi con i disegni in mano… Ma il progetto, dov’è?

Credo tuttora che il PDL sia “il meno peggio”, ma questo è molto diverso dall’ essere contenti dei risultati dopo tutto quello che avevamo sperato e nello spirito per cui con tanti della mia generazione abbiamo impegnato tutta la vita.

Volevamo cambiare questo paese e invece siamo tuttora in un’Italia che corre dietro all’America nelle mode, nei gusti, nel consumismo, nelle stupidaggini delle trasmissioni TV e non si afferma in Europa, dimenticando che la comune patria europea ha radici e valori di fondo molto maggiori del sogno americano ed è qui dove dovremmo giocare un ruolo da protagonisti. Un'Italia che propone scelte culturali estremamente discutibili (con una sinistra tuttora egemone in questo, ma se a destra non si dà visibilità a chi sarebbe capace…) una nazione in cui si “taglia” prima sulla Cultura che sulle auto blu, dove non si investe a proteggere le proprie eccellenze storiche uniche al mondo e non si ha il coraggio di affermare il federalismo per paura di perdere i voti al sud. Un paese dove si vogliono fare risorse economiche senza mezzi, dove non si riesce ad imporre un minimo di disciplina e di stile nei comportamenti, ma anche dove una opposizione dice sempre di no, perché è più facile distruggere che saper costruire insieme.

E noi, di quella che era la “Destra” ? Siamo divisi almeno in tre tronconi partitici che si guardano più o meno in cagnesco l'uno con l'altro e non riusciamo non solo a ritrovarci, ma nemmeno a parlarci. La scelta del FLI di rompere con il PDL è stata un profondo errore perchè semmai andava ritrovata “nel” PDL una nostra linea strategica senza scissione e sul piano della trasparenza e del rigore credo ci sarebbero venuti dietro moltissimi esponenti anche non dell'ex area di AN.

Mi guardo indietro e vedo che – dopo tanto lavoro – se non ho nulla da rimpiangere sul piano personale (anche se ho visto qualche volta salire sul carro, osannata e premiata gente di nessun valore, ma evidentemente erano comunque più furbi o bravi di me) spesso adesso capisco che mi manca lo spirito, la motivazione ideale.

La ritrovo in pieno invece tra i problemi della mia città, ma mi dispiace “di dentro” che quando finalmente è arrivata l'occasione storica per la Destra italiana di essere protagonista e vincente non siamo stati capaci di capirne e governare i segni del tempo. Questa è una grande sconfitta, anche se forse è solo di una battaglia perché la Storia era prima e sarà dopo di noi, che in fondo siamo solo piccole formiche indaffarate a muovere pagliuzze.

Mi dispiace, però, perchè se qualcuno andasse a rileggere oggi quella mia “Lettera aperta a Marzio Tremaglia” di qualche anno fa ritroverebbe proprio queste cose. Allora fui tacciato di eresia, di inopportunità, sono stato “cazziato” e disprezzato dai vari Fini, Bocchino, Urso ecc.ecc. perchè semplicemente avevo osato dire la verità, che però era meglio far finta di non vedere.

Ma perchè allora non ripensare serenamente oggi agli eventi di questi anni, trarne qualche lezione, cercare di capire con umiltà dove abbiamo sbagliato senza la presunzione di avere sempre ragione e non ricominciamo a scriverla questa nostra benedetta Storia, cominciando con il riunire e non dividere tutti quelli che si possono ritrovare su Valori comuni? Non penso ad un altro partito (basta!!) ma ad un movimento di opinione, trasversale ai partiti, affrontando i problemi di fondo della Vita, della Politica, della Società. Appunti, chiarezza, riflessioni, strategia, metodo: coraggio, dopo ogni notte torna sempre il mattino…

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