Onoriamo il mandato del popolo

In nessun paese europeo si sta discutendo del modo più bizantino o più furbo per far cadere un governo. In nessuno dei paesi tuttora alle prese con una crisi economica mondiale non ancora risolta, chi fa parte di una maggioranza o addirittura dei vertici istituzionali dello Stato sta studiando le mosse per congegnare crisi al buio, volte non a rafforzare ed accelerare le decisioni tempestive che la situazione e la responsabilità richiede, ma a disegnare futuri e futuribili nuovi scenari nell’interesse della politica dei partiti, e soprattutto di una parte.
Più semplicemente, in nessun paese si tenta di sostituire una maggioranza eletta con una minoranza sconfitta.

E’ davvero questo che si vuole per l’Italia? Di sicuro non lo vuole Silvio Berlusconi. Ha ricevuto un mandato a governare dalla maggioranza dei cittadini – mandato più volte confermato in varie consultazioni amministrative ed europee – ed ha l’intenzione di onorare quel mandato. Non sarà il premier a lasciare il Paese senza guida ed esposto alle speculazioni dei mercati, a rischiare di fare dell’Italia una nuova Grecia o una nuova Spagna. Quella delle crisi di governo “pilotate”, dei cambi in corsa delle maggioranze passando non per il Parlamento ma per i comizi di piazza e quindi per le anticamere dei palazzi, è una vecchia pratica che risale ai tempi di quando i partiti contavano più dei cittadini. Ma è anche e soprattutto un’illusione. Un calcolo sbagliato. Inoltre una tentazione che va contro ogni buon senso e rispetto istituzionale, e stupisce che venga dalla terza carica dello Stato, dal presidente della Camera che dovrebbe essere un garante (anche severo, ma garante) e non una parte pesantemente in causa. Un arbitro o un assistente di linea, non un giocatore che interviene a gamba tesa.

Il senso di responsabilità, soprattutto in questo momento, è ben altra cosa. Il senso di responsabilità è innanzitutto governare, perché questo è ciò di cui ha bisogno l’Italia. E’ ciò che chiedono le forze sociali, i lavoratori e gli imprenditori, ed anche i mercati che stanno in agguato sui nostri conti pubblici. La settimana scorsa due agenzie di rating, Standard & Poor’s e Ficht, hanno entrambe confermato il buon giudizio sulla nostra situazione economica, una pagella che, secondo S&P potrebbe addirittura essere rivista al rialzo (caso pressoché unico nel mondo) a condizione che l’Italia vada avanti nella stabilità politica e nel processo di riforme. Esattamente il contrario di ciò che abbiamo ascoltato ieri. Il senso di responsabilità è approvare la legge finanziaria – che si chiama non a caso proprio “di stabilità” – ed il piano di riforme 2020, quei due impegni che l’Europa ci chiede e che a Bruxelles dobbiamo inviare entro il mese di novembre.

Il senso di responsabilità, per noi e per l’intera Unione europea e la sua moneta, è concludere il duro negoziato sulle nuove regole finanziarie, che è l’argomento che tiene banco in tutto il mondo.
Il senso di responsabilità, inoltre, impone di portare tutto – cose da fare, leggi da discutere, accordi e disaccordi – in Parlamento, perché è solo quello il luogo deputato a comporre e scomporre maggioranze, è solo lì che possono o non possono cadere i governi, e soprattutto è solo lì che i fatti avvengono alla luce del sole. Rispondendone agli elettori, ai cittadini, ai contribuenti, alle forze sociali.

Qualcuno, in Parlamento, non in un comizio, dovrà a quel punto spiegare perché il capo del governo dovrebbe lasciare il proprio posto, e quindi venir meno alle proprie responsabilità, solo per una manovra di corridoio politico, proprio mentre la situazione economica e sociale richiede l’esatto contrario: di fare il lavoro per il quale gli italiani ci hanno designato. Se non lo si fa, se si indicano – anzi, si pretendono di imporre con ultimatum – vie traverse e oscure, si cerca di fuggire sia dalle responsabilità, sia dalla chiarezza, sia dalla realtà. Si viene meno al dovere più elementare dei politici, dei ministri e degli eletti: rispondere delle proprie azioni. Non ai propri simpatizzanti, ma al Paese e all’intero corpo elettorale. Ed in questo caso gli italiani, che non sono certo insensibili, avranno occhi per vedere, orecchie per capire, e soprattutto testa per giudicare. Con il loro cervello, non con quello altrui.

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