Il federalismo alla siciliana

di Alessandro Piergentili

Vogliamo il federalismo, ma vogliamo quello vero, quello che sia un’opportunità di rilancio per il meridione, non quello che toglie risorse senza dare nulla in cambio. Lo Statuto Siciliano del 1946 è un’ottimo esempio di federalismo che va in questa direzione. Peccato che lo conoscano in pochi e perlopiù addetti ai lavori. Lo dovrebbero insegnare quantomeno nelle scuole siciliane, ma ciò non è mai avvenuto. Men che meno all’università, o nelle scuole politico-amministrative. Eppure dalla sua lettura arriverebbero soluzioni nell’applicazione del federalismo mantendendo forte la coesione nazionale. Dalla sua piena applicazione potrebbe derivare una diminuzione del divario nord-sud.
Lo stesso movimento Generazione Italia potrebbe trarne una forte ispirazione per costruirci una piattaforma politica competitiva che potrebbe avere allo stesso tempo un forte consenso tra la gente e scardinare alcuni luoghi comuni immessi dalla politica leghista che rendono il federalismo la faccia buona della secessione.
Dalla lettura dello statuto siciliano effettuata insieme al deputato regionale Alessandro Aricò, che è il Presidente della Commissione Regionale dello Statuto sono derivate molte riflessioni. Ad esempio possiamo citare l’art.36 che recita: “Al fabbisogno della Regione si provvede con i redditi patrimoniali della Regione ed a mezzo tributi deliberati dalla medesima. Sono però riservate allo Stato le imposte di produzione e le entrate dei tabacchi e del lotto”.
Ci si può rendere facilmente conto che lo Statuto siciliano riconosce una piena autonomia impositiva alla Regione Sicilia e non solo, il successivo art. 37 ne disciplina anche alcune forme di attuazione:” Per le imprese industriali e commerciali, che hanno la sede centrale fuori del territorio della Regione, ma che in essa hanno stabilimenti ed impianti, nell’accertamento dei redditi viene determinata la quota del reddito da attribuire agli impianti medesimi. L’imposta, relativa a detta quota, compete alla Regione ed è riscossa dagli organi di riscossione della medesima”.
E che dire di una bozza del Fondo di solidarietà previsto dall’art. 38: “Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto della media nazionale. Si procederà ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con riferimento alle variazioni dei dati assunti per il precedente computo”.
L’applicazione di questi tre semplici articoli trasformerebbe l’economia dell’isola. Le entrate tributarie regionali pro-capite balzerebbero portando la Sicilia al livello di regioni centro-settentrionali come l’Umbria o le Marche. Il principio è giusto, se la Fiat vende un’automobile a Parigi tramite una concessionaria o una divisione, le spettanze tributarie sono francesi, quantomeno quelle riferibili alle imposte sui consumi, mentre se la vende a Palermo, perchè le spettanze tributarie debbono essere tutte della regione Piemonte?
Perchè due sentenze della Corte Costituzionale del 1973 ed una del 1987 hanno reso inapplicabili questi articoli dello statuto siciliano. Nel frattempo, però, molte cose sono cambiate, il federalismo, con l’introduzione di principi di autonomia fiscale delle regioni si è fatto strada, e molte delle eccezioni effettuate dalla Corte Costituzionale appaiono superate.
Si propone quindi un rilancio di tale piattaforma politica attraverso la strada nazionale e la strada regionale.
Il movimento Generazione Italia può farne una battaglia politica, sia per l’applicazione a tutte le regioni di tali principi, attraverso ogni mezzo legislativo, sia per la rivendicazione a livello regionale siciliano dell’applicazione di tale statuto, attraverso meccanismi legislativi tesi a superare le eccezioni della corte costituzionale.
Un federalismo equo e solidale che mantiene nelle regioni il giusto e non sporca le statistiche facendo gridare allo scandalo i settentrionali con carichi tributari farlocchi che mettono insieme ciò che ha pagato il siciliano, con ciò che ha pagato il piemontese attribuendolo tutto a quest’ultimo.
Interessante sarebbe anche la lettura dell’art. 15 dello Statuto che abolisce le province siciliane (ma stanno ancora lì) o quella dell’art. 40 che determina l’esigenza di detenere un sistema creditizio locale che investa la raccolta effettuata nello stesso territorio, senza portarla in altri territori, impoverendolo di fatto. Ma questa è materia per altri articoli.

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