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Toronto, un passo indietro del G20 sulla riforma globale

Di Mario Lettieri e Paolo Raimondi **

E’ stato uno dei fine settimana più deludenti da quando si è incominciato a parlare della grande riforma della finanza globale. Invece di trovare un progetto condiviso, da Toronto il G20 è uscito in ordine sparso, più diviso, più disilluso e in certo qual modo più perdente di prima. Eppure da Pittsburgh dello scorso settembre le emergenze dei mercati si sono ripetute, senza contare l’esplosione della bolla del debito pubblico, la crisi dell’eurozona e le speculazioni contro la moneta europea. Perciò ci saremmo aspettati meno parole e più fatti. Ancora una volta gli gnomi della finanza speculativa ringraziano.
Il presidente Obama, arrivato a Toronto forte di un accordo appena raggiunto dal Congresso americano sulla riforma finanziaria e bancaria interna, è intervenuto dicendo che erano state introdotte le “misure più drastiche dopo quelle fatte in seguito alla Grande Depressione del ‘29”.
Certamente in esse vi sono dei cambiamenti importanti per quanto riguarda i controlli e la trasparenza. Ma non affrontano però le cause fondamentali della crisi sistemica, come il problema del rischio e della speculazione a breve termine, e soprattutto della bolla dei derivati OTC, che sono la base dei titoli tossici e la causa più dirompente della crisi..
Purtroppo, sotto l’intuibile pressione della lobby di Wall Street e il ricatto di un gruppo di parlamentari democratici apertamente schierati con le banche e con l’opposizione repubblicana, il Congresso ha fatto passare la riforma “Volker Rule” completamente annacquata. Invece di un divieto totale, alle banche è ancora concesso di usare fino al 3% del loro capitale per investire in hedge fund ad alto rischio.
Ancora più grave è stato il passo indietro sul fronte dei derivati. E’ stato infatti stralciato l’emendamento della senatrice democratica dell’Arkansas, Blanche Lincoln, che proibiva agli istituti di credito ogni attività legata ai derivati e in particolare ai cds “nudi”. Si è deciso che le banche potranno sottoscrivere contratti derivati, anche se “soltanto” quelli relativi ai tassi di interesse e sui tassi di cambio. E’ un “soltanto” che negli Usa equivale oggi a ben oltre 200 trilioni di dollari, su un totale di 216,5 trilioni in simili derivati.
La dichiarazione finale del G20 a Toronto riflette in pieno questi compromessi. Con il solito linguaggio interlocutorio dei summit vuoti di decisioni significative, tutto viene rinviato a nuove formule da definire a Seul in novembre e da attuarsi comunque non prima della fine del 2012. Scompare ogni riferimento a serie restrizioni per i derivati. Anzi c’è un invito a non “discriminarli”. Come se si stesse parlando di minoranze razziali o di genere. Scompare la tassa sulle banche, che avrebbe avuto comunque più un significato propagandistico che reale. Si afferma che si starebbe continuando a lavorare per un futuro aumento del capitale delle banche e per dei controlli più serrati al fine di limitare il fenomeno delle banche “too big to fail”.
I governi si sono “sfogati” sui tagli di bilancio. L’impegno preso è di dimezzare i deficit pubblici entro il 2013. Gli USA hanno un deficit di 1.400 miliardi di dollari e l’UE ha un deficit di 800 miliardi di euro. I conti sono presto fatti. In mancanza di un programma condiviso di grandi investimenti a lungo termine sostenuti da crediti freschi, è difficile immaginare una ripresa dell’economia. Perfino il FMI ha sentito il bisogno a Toronto di informare che, senza un accordo sulla riforma finanziaria e sugli interventi di crescita, si prefigura una perdita globale di 4.000 miliardi di dollari di Pil in 5 anni e di altri 30 milioni di disoccupati.
Intanto all’inizio del prossimo ottobre si concluderà la politica americana di stimolo economico, iniziata dopo il fallimento della Lehaman Brothers con lo stanziamento di 800 miliardi di dollari. Le banche europee, per altro verso, devono trovare 614 miliardi di euro per rinegoziare le loro obbligazioni di debito entro la fine dell’anno. Nei prossimi mesi, quindi, è più che prevedibile una nuova fase di instabilità e di turbolenze sui mercati.
Su tante decisioni di politica economica interna le nostre opinioni differiscono profondamente da quelle del ministro Tremonti. Ma, come noi sosteniamo da tempo, anch’egli ha mostrato consapevolezza del fatto che gli OTC sono “il cuore” del problema. Di fronte all’alto comando della Guardia di Finanza, egli ha infatti recentemente detto che “per ogni transazione reale c’è un numero potenzialmente illimitato di transazioni finanziarie nella forma di contratti derivati. Oggi, sul mercato, il valore nozionale dei derivati OTC è pari a circa 12 volte il valore del Pil mondiale. Esattamente come prima del crollo delle piramidi bancarie, nell’autunno del 2008. Sull’economia ancora e di nuovo incombe il rischio di un drammatico e devastante e nuovo fuorigioco della finanza. A due anni dall’inizio della crisi, non abbiamo ancora e purtroppo vere regole per la finanza. Si possono fare tutte le regole… è tutto necessario, ma non ancora sufficiente, se permane la libertà, anzi l’anarchia, sui contratti derivati.”
Purtroppo a Toronto si è preferita altra musica!
*Sottosegretario all'Economia nel governo Prodi ** Economista

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