La coscienza prima delle Patrie di Marco Pezzoni

Il 26 giugno 1967 moriva a Firenze don Lorenzo Milani, il creatore della
scuola di Barbiana. Aveva 44 anni. Le aperture del Concilio Vaticano II e il
movimento del 68' fecero diventare immediatamente “grande” il suo nome.
Secondo alcune indagini, tra i giovani del movimento studentesco don Milani
e Marcuse erano i più citati, i più conosciuti, forse i più letti. Nel
laicato cattolico le speranze di “fare nuove tutte le cose” avevano bisogno
di un pensiero radicalmente altro, di “figure profetiche” incarnate nelle
durezze e nelle ingiustizie della storia.
La testimonianza di don Milani, con il suo tentativo pedagogico di
riscattare quei ragazzi destinati altrimenti alla subalternità sociale e
culturale, incarnava bene quel grumo di attese e di utopie, anche se molti
allora non si resero del tutto conto che quel “compagno di strada” era già
andato oltre gli obiettivi politici del tempo.
Don Milani era completamente dentro i problemi del suo tempo, se ne faceva
carico con una radicalità evangelica e una testardaggine che lo cacciavano
spesso nei guai, come ha sostenuto il suo vecchio confessore spirituale, ma
con uno sguardo talmente lungo, limpido e profondo che rende il suo pensiero
più vivo e attuale che mai.
Andrebbero rilette non solo le straordinarie pagine di “Lettera a una
professoressa” ma i testi contenuti ne ” L'obbedienza non è più una virtù”
con le lucide motivazioni del suo schierarsi per una patria europea e
universale, per la convivenza di popoli, culture e religioni diverse, per il
pacifismo, per l'obiezione di coscienza; con la sua critica alla storia
scritta dai vincitori, al militarismo e all'assolutizzazione delle Patrie:
prese di posizioni pubbliche che lo portarono nel 1965 sotto processo dopo
una denuncia per apologia di reato.
Oggi che l'Italia è ferita, come scrive nel suo recente libro un grande
giornalista e intellettuale cremonese, Corrado Stajano; oggi che l'Italia è
senz'anima come scrive dell'intera politica e dell'intera società italiana
Massimo Fini; oggi che ci apprestiamo a celebrare stancamente il 150°
anniversario dell'Unità d'Italia dentro un “quadrilatero di pensiero”
modesto e deprimente, avremmo tutti bisogno di andare alla scuola del priore
di Barbiana.
Come è possibile parlare seriamente di Padania o di Patria italiana,
lasciando la questione nelle mani di Umberto Bossi e di Gianfranco Fini ?
Come è possibile che il federalismo in Italia sia solo quello “fiscale”,
mentre si schiacciano le autonomie locali e si scarica la crisi economica
sulle Regioni e sui cittadini più deboli ? Come è possibile che negli altri
due lati del quadrilatero ci sia un Presidente del Consiglio che attenta
quotidianamente alla Costituzione e un Presidente della Repubblica
permanentemente costretto sulla difensiva ?
Responsabilità della attuale classe politica, certo, ma anche dell'intera
società civile italiana ripiegata su egoismi, conformismi, in una
preoccupante “fuga dalla libertà” come scriveva Erich Fromm, per me già
allora molto più importante di Marcuse.
Don Lorenzo Milani diceva che ai suoi studenti faceva “vivere le parole come
persone che hanno una nascita, uno sviluppo, un trasformarsi, un deformarsi
“.
Ecco che parole importanti come Costituzione, democrazia, federalismo sono
oggi nel nostra Paese trasformate e deformate addirittura nel loro
contrario: il federalismo come anticamera della secessione o giustificazione
del separatismo, la democrazia come populismo che annulla lo Stato di
diritto, la Costituzione come camicia di forza delle libertà del mercato e
come illegittimo impedimento all' “unità mistica” tra capo e popolo sovrano.
In questa crescente disunione e disarticolazione del nostro Paese, non basta
il patriottismo democratico di Giorgio Napolitano, il patriottismo
repubblicano di Carlo Azeglio Ciampi né il patriottismo costituzionale di
Oscar Luigi Scalfaro : pilastri fondamentali e indispensabili sia chiaro, ma
non sufficienti per affrontare il degrado attuale e riorientare il destino
dell'Italia.
Sul giornale della Lega Nord appaiono spesso articoli che mirano a costruire
un consenso attorno alle Piccole Patrie sia perché sarebbero uno scudo
protettivo ( in realtà illusorio) contro immigrazione e globalizzazione,
sia perché avrebbero radici storiche antiche.
E' il caso del lombardo-veneto che apparteneva all'impero austro-ungarico e
che, scrive il giornale La Padania, ha dato la maggioranza relativa delle
Divisioni che si batterono contro le truppe piemontesi durante le battaglie
più cruente del Risorgimento. Quei soldati e quei morti lombardi e veneti –
questa è la tesi sostenuta-apparterrebbero alla memoria del popolo leghista
molto più che i Piemontesi invasori. Critica simile, ma vista dal Sud
dell'Italia, è quella di Pino Aprile nel suo libro dal titolo provocatorio
“Terroni” dove la conquista dell'Italia meridionale da parte dei Piemontesi
è paragonata ai massacri compiuti dalle SS tedesche nella seconda Guerra
Mondiale.
Fatti veri, per carità, che meritano una revisione storica ancora più seria
e approfondita. Ma l'obiettivo non può essere quello di riaprire ferite,
alimentare rancori, tifoserie localistiche, rivendicazioni del passato per
inventarsi identità improbabili, contrapponendo parti del Paese. Non può
essere quello di imprigionarci in Piccole Patrie, visto che quella vera ci
delude.
Quella vera va amata, riformata, resa più giusta e aperta, insomma
relativizzata ed europeizzata.
Don Lorenzo Milani nella “Lettera ai cappellani militari “denuncia con
forza l'arruolamento di giovani contadini e analfabeti in eserciti e al
servizio di Patrie che li hanno usati come carne da macello, in guerre di
aggressione o in inutili stragi.
Scrive: ” 1860. Un esercito di napoletani, imbottiti dell'idea di Patria,
tentò di buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria. Fra
quei briganti c'erano diversi ufficiali napoletani disertori della loro
Patria. Per l'appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in
qualche piazza d'Italia un monumento come eroe della Patria”.
E ancora ” Battisti era un Patriota o un disertore ?”
Con eccessivo ottimismo don Milani continua ” I nostri figli rideranno del
vostro concetto di Patria, così come tutti ridiamo della Patria Borbonica. I
nostri nipoti rideranno dell'Europa. Le divise dei soldati e dei cappellani
militari le vedranno solo nei musei.”
Il fatto è che i soldati ” l'obiezione in questi 100 anni l'han conosciuta
troppo poco. L'obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l'han conosciuta
anche troppo.”
” Era nel '22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non
la difese. Stette ad aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti
l'avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l'Obbedienza ”
cieca, pronta, assoluta” quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e
al mondo: 50 milioni di morti. Così la Patria andò in mano a un pugno di
criminali che violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della
parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo”.
“Quando si battono bianchi e neri, siete coi bianchi? Non vi basta di
imporci la Patria Italia? Volete anche imporci la Patria Razza Bianca?”
” Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri
allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto
di dividere il mondo in oppressi e diseredati da un lato, privilegiati e
oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei
stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia,
di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente, anzi eroicamente
squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i
poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei
mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine
per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che
approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.”
Nonviolenza, giustizia sociale, pacifismo, democrazia, federalismo, diritti
umani e cosmopolitismo sono tuttora sfide aperte che richiedono il primato
della coscienza sulle appartenenze e la centralità della persona umana sulle
convenienze. La nuova Italia, il futuro dell'Italia si può costruire solo
ripartendo da quest' etica della responsabilità e della solidarietà.
Diceva don Milani : ” Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne
insieme è la politica, sortirne da soli è l'avarizia.”

Marco Pezzoni, Movimento Federalista Europeo

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