Belgio e Olanda: terremoto politico in "NO Bemolle"

Terremoto politico in Belgio e Olanda: gli elettori hanno bastonato i partiti di maggioranza, dicendo NO alle loro mezze misure, agli inciuci ed a una serie di compromessi inconcludenti frutto di alleanze contro natura tra partiti, idee e programmi tra loro agli antipodi.
Un NO che porta tuttavia con sé una dissonanza retrograda, un pericoloso “bemolle”: in entrambi i Paesi si rischia infatti l'ingovernabilità. Il panorama politico esce infatti talmente disintegrato da rendere probabilmente necessarie alchimie ancora più assurde per formare i nuovi governi. In Belgio poi, oltre all'ingovernabilità, si rischia addirittura la secessione delle Fiandre e la dissoluzione del Paese.
Come se non bastasse, ad approfittare di tanto caos saranno verosimilmente i socialisti, zombie politici eternamente risorgenti che, forti del loro radicamento gramsciano nello Stato, nella società civile e nel territorio – nonché del voto novello (la prima volta non si scorda mai) di numerosi immigrati riconoscenti verso un sistema assistenziale ipertrofico e generosissimo – hanno recuperato posizioni e sfiorato in entrambi i casi la vittoria per un solo seggio, diventando arbitri della partita.
Cominciamo dall'Olanda, dove i liberali del VVD vincono le elezioni per un solo seggio (31 a 30) sui laburisti del PvDA, mentre il discusso PVV (Partito della Libertà) di Geert Wilders schizza al terzo posto (24). Grandi sconfitti i Cristiano Democratici dell'ex-Premier Balkenende (21 seggi, crollati da primo a quarto partito), la cui “politica dei due forni” (prendere i voti a destra per portarli a sinistra) è miseramente naufragata.
Per i liberali una vittoria storica (la prima da un secolo a questa parte), ma allo stesso tempo “di Pirro”, se è vero che il loro leader Mark Rutte, dopo aver additato agli elettori la sinistra come causa di tutti i mali, sarà verosimilmente costretto a stringere con laburisti, socialisti e verdi un patto di governo per la legislatura entrante.
Euforia, come è ovvio, fra i laburisti (PvDA) di Job Cohen, che capitalizzano la paure di tanti olandesi colpiti dalla crisi (molto dura anche quassù) e raccolgono inoltre – è opinione comune – i dividendi della progressiva concessione del diritto di voto a milioni di immigrati, da sempre serbatoio politico-clientelare delle sinistre.
Altro grande vincitore è il Partito della Libertà (PVV) del discusso Geert Wilders: è costui un pericoloso razzista, come vuole la vulgata sinistrorsa, oppure l'unico possibile salvatore della Patria contro l'islamizzazione, come ritiene un olandese su cinque, oppure qualcosa di ancora diverso? Da liberali autentici quali siamo, riteniamo corretto astenerci da giudizi affrettati, per valutare l'azione di Wilders in concreto, sia che entri a far parte del prossimo esecutivo, sia che ne resti fuori.
Il grande sconfitto è indubbiamente il Partito Cristiano Democratico (CDA), dell'ex Premier Balkenende, a suo tempo soprannominato Harry Potter (il ragazzo prodigio della politica olandese), il quale però ha finito per tradire il suo elettorato spostandosi di compromesso in compromesso sempre più a sinistra; la quale sinistra si è dapprima tolta lo sfizio di impallinarlo negando il rifinanziamento della missione in Afghanistan, e infine lo ha stracciato nelle urne.
Una lezione feroce per i nostri amici cristiano-democratici olandesi, ma anche, più in generale, per chiunque si ostina a credere che le querce possano fare i limoni.
Chiudiamo il quadro segnalando che il Parlamento uscente è quantomai frastagliato, se non letteralmente alla follia.
Sintomatico il caso delle sinistre, divise tra laburisti (PVdA), socialisti (PS), verdi (Groen) ed altre listucole minori, tra cui spicca il Partito degli Animali (sic), che è riuscito ad eleggere ben due rappresentanti: è il caso di dirlo, in Parlamento sono entrati cani e porci (senza offesa per i cani e per i porci, sia chiaro). Complesso e per noi poco comprensibile anche il quadro dei partiti di ispirazione “confessionale”: oltre al citato CDA democristiano, conquista 5 seggi l'Unione Cristiana ed altri 2 seggi vanno ai Protestanti. Detto della destra divisa tra i liberali (VVD) e Wilders (PVV); rallegrandoci del fatto che una mano santa ha impedito al “Partito dei Pedofili” di presentarsi alle elezioni; e stendendo infine un velo pietoso sulla formazione “D-66”, che si definisce liberal-socialista (definizione “stupefacente” quanto la sigla) schierandosi a destra nei giorni pari ed a sinistra in quelli dispari, proponiamo una necessaria riflessione conclusiva.
L'Olanda pare ormai da tempo aver perso la bussola sotto molti aspetti. La sua frammentazione politica ci sembra, ahinoi, rispecchiare sempre più la schizofrenia di un popolo che dopo aver scambiato i tulipani (antico e nobile simbolo) con le piantine di marjuana, e l'etica calvinista con quella anarchista, è ormai rintontito dai tanti fumi ideologici inalati in quantità industriale e gravemente indebolito dai loro nefasti effetti.
Ci auguriamo quindi per l'Olanda e per gli Olandesi una drastica cura disintossicante ed un rapido ritorno a più sani principi.
Qui sotto un eloquente grafico sulla suddivisione dei seggi nel Parlamento entrante.

150 is the number of seats in the Dutch Parliament

The parties represented in this graphic with the number of seats between brackets are:

PvdA (Dutch Labour Party)
PVV (Geert Wilders' Freedom Party)
VVD (centre-right liberals)
CDA (Christian Democrats)
SGP (Protestant party)
GroenLinks (GreenLeft)
SP (Socialist Party)
Partij voor de Dieren (Party for the Animals)
D66 (Democrats 66)
ChristenUnie (Christian Union)
Trots op Nederland (Proud of the Netherlands) (O seats)

Passiamo quindi al Belgio, dove si registra una rivoluzione politica a metà, con un NO simile a quello olandese, ma anche un “bemolle” assai più pericoloso: il rischio della secessione delle Fiandre e quindi della disgregazione del Belgio stesso.
Nelle Fiandre infatti gli elettori premiano la separatista NV-A (Nuova Alleanza Fiamminga) di Bart De Wever (29%) e bastonano sia i liberali dell'ex premier Guy Verhofstadt che i Cristiano-Democratici dell'altro ex-Premier Yves Leterme, incapace, quest'ultimo, di imporre ai valloni francofoni una seria e necessaria riforma dello Stato durante la passata legislatura. (Per chi non lo sapesse, in Belgio si cambia in media un governo all'anno, ndr).
Sabbie mobili, invece, nella rossa Vallonia, dove l'astensionismo premia il Partito-Stato Socialista di Elio Di Rupo, possibile nuovo Premier. Reggono i centristi e i verdi, sodali dei socialisti, allorché vengono bastonati gli pseudo-liberali e pseudo-oppositori dell'MR, mentre non sfonda il neonato Parti Populaire di Modrikamen, unica formazione dichiaratamente di centro-destra e non estremistica presentatasi agli elettori francofoni.
Analizzare e descrivere lo scenario politico belga è tragicomico, già a cominciare dalla suddivisione “etnica” delle forze in gioco.
La legge elettorale belga prevede infatti che gli elettori fiamminghi possano votare soltanto per partiti e candidati neerlandofoni, mentre i valloni soltanto per candidati e partiti francofoni. La minoranza tedesca racchiusa nella piccola “riserva” di Eupen viene ricompresa invece nella circoscrizione elettorale di Liegi (Vallonia).
Ai fiamminghi vanno 88 seggi sui 150 del Parlamento federale, ai walloni i restanti 62, ma la Costituzione prevede che la riforma dello Stato non possa realizzarsi che attraverso maggioranze rafforzate nonché l'accordo delle tre comunità linguistiche del Paese (francofona, neerlandofona e germanofona). Esercitando il proprio diritto di veto, i partiti francofoni hanno quindi impedito, nella scorsa legislatura, qualsiasi progetto di seria riforma statale ed istituzionale volto a semplificare il quadro, a chiarire responsabilità ed attribuzioni ai vari livelli ed ovviamente a ridurre la galattica spesa pubblica (con un debito che viaggia minaccioso verso il 110% del Pil ed una manovra correttiva di almeno 20 Mld € all'orizzonte) in un Paese che, nonostante conti solo 10 milioni di persone, si permette il lusso di mantenere: 7 diversi Parlamenti – di cui 1 federale, 3 regionali (Fiandre, Vallonia, Bruxelles) e 3 “comunitari” (1 per ciascuna comunità linguistica) – e quindi 7 livelli di governo, le cui attribuzioni si intrecciano caoticamente tra loro, con annessa un'amministrazione e una burocrazia anch'esse moltiplicate per 7. Mes compliments!
Se a ciò si aggiunge che la parte depressa del Paese (Vallonia), sopravvive da decenni grazie ai generosi trasferimenti della parte ricca (Fiandre) e che nonostante i fiamminghi spingano ormai da anni, indipendentemente dal colore politico, per mettere un freno a questo stato di cose insostenibile, i valloni non ne vogliano sapere di ridurre le dimensioni di uno Stato assistenziale degno dell'Irpinia demitiana, orbene si capisce perché i fiamminghi abbiano oggi detto NO votando in massa per la NV-A di De Wever, anche a costo di mandare in frantumi il Belgio.
Venendo al dato numerico, il Parlamento federale si presenta come segue.
La NV-A conquista 27 seggi, superando di uno solo il Partito Socialista vallone (PS) di Elio di Rupo (26, di cui 6 guadagnati rispetto al 2007). A seguire i democristiani fiamminghi della CD&V (17), che tre anni fa, alleati con De Wever avevano conquistato 30 seggi, ma che, non avendo rispettato il programma di riformare lo Stato in senso autonomista, sono stati severamente puniti. Sommando le due liste oggi si arriva a 44 seggi. Sommando quindi ai 44 suddetti i 12 del Vlaams Belang (indipendentisti fiamminghi sulla scena ormai da anni) e i 13 dell'Open VLD (liberali il cui leader De Croo ha provocato la crisi di governo causa il conflitto con gli alleati francofoni refrattari alle riforme), più il seggio dell'altro autonomista De Decker, si arriva ad un totale di 70 seggi su 150. In pratica i separatisti e gli autonomisti fiamminghi detengono la maggioranza quasi assoluta in Parlamento.
Sarebbe logico aspettarsi che da parte vallona si prenda atto della situazione e si smetta di porre inutili e controproducenti veti alla necessaria e non più rinviabile riforma dello Stato, della pubblica amministrazione e di un sistema assistenziale e clientelare ormai insostenibile.
La logica però cozza con la realtà. Se infatti da una parte i fiamminghi hanno votato a destra ed in favore di una seria riforma dello Stato, dall'altra i valloni, terrorizzati dall'idea del cambiamento, che significherebbe una drastica cura dimagrante per il sistema assistenziale ormai allo sbando, hanno confermato la fiducia al fronte “conservatore”, tutto di sinistra e capitanato dai socialisti, che di riforme e tagli alla spesa pubblica non vogliono sentir parlare, pena tagliare il ramo su cui sono comodamente seduti (diciamo pure incollati): il tutto grazie, è bene sottolinearlo, al contribuente-elettore belga piuttosto inerte, il quale sopporta una pressione fiscale spaventosa, si lamenta un giorno sì e l'altro anche, ma poi al momento decisivo, ovvero nelle urne, a sud di Bruxelles riconferma passivamente la fiducia al Partito Socialista ed al suo scellerato sistema di gestione del potere e del consenso. Applausi.
Oltre ai socialisti, la Vallonia ha infatti sostanzialmente confermato le posizioni dei loro “compagni di merende” centristi del CDH (9 seggi), un tempo cristiano-sociali, oggi “umanisti” (ché essere cristiani non va più di moda) capitanati da “Madame Non” Joëlle Milquet e nelle cui fila ha debuttato in Parlamento la prima deputata orgogliosamente “velata” d'Europa. Stabili anche i Verdi (“Ecolo”, 8 seggi), mentre franano gli pseudo-liberali e pseudo-oppositori dell'MR (18 seggi, 5 in meno rispetto al 2007) dell'evanescente Reynders e del “figlio d'arte” Charles Michel, già Ministro federale alla Cooperazione mentre il padre Louis ricopriva l'incarico di Commissario Europeo alla Cooperazione (toh): per i soliti maligni precisiamo che si tratta di una pura coincidenza, non certo di un conflitto d'interessi, ci mancherebbe.
A questo desolante panorama, che fa della rossa Vallonia un fossile vivente del socialismo che fu – un po' sullo stile della Toscana, dell'Umbria e dell'Emilia, per intendersi – si aggiunge il flop delle liste (prima fra tutte il “Parti Populaire”, PP, 1 solo seggio) che sembravano poter raccogliere la voglia di cambiamento di quei valloni che vorrebbero dare un taglio all'assistenzialismo e ad un sistema insostenibile prima che sia troppo tardi. Purtroppo l'unico segnale in questo senso è stato l'aumento delle astensioni, significativo in un Paese dove, come nella Bulgaria di un tempo, il voto è obbligatorio. E' comunque sconsolante notare che, di fronte al plateale fallimento di un'intera classe politica (quella vallona) capace soltanto di anestetizzare milioni di persone a forza di assegni di disoccupazione ed altri strumenti assistenziali e clientelari, la parte sana (che esiste) dei valloni non ha tuttavia il coraggio o la forza di realizzare il cambiamento attraverso il voto.
Chi è causa del suo mal – dice l'adagio – pianga sé stesso.
Che razza di governo salterà fuori da queste elezioni non è dato ancora sapere, né se il Belgio si stia avviando fatalmente verso la dissoluzione, con le Fiandre independenti e la Vallonia nuovo dipartimento della Francia (ipotesi considerata sempre meno peregrina dagli stessi francesi).
Certo è che, se i fiamminghi dovessero perdere definitivamente la pazienza, il destino di questo Paese sarebbe segnato e con esso quello di Bruxelles, oggi capitale dell'Europa e del Belgio, ma al contempo reclamata da fiamminghi e valloni come “cosa propria”, che finirebbe per diventare una specie di Gerusalemme (non celeste, ma rossa) nel cuore del nostro Continente.
Mentre il Belgio si appresta, dunque, comicamente, ad assumere il semestre di presidenza dell'Unione Europea il 1° luglio, presentandosi al resto d'Europa con un governo dimissionario probabilmente fino a settembre – se non oltre – non ci resta che incrociare le dita sperando che il “NO bemolle” scaturito da queste elezioni non sia la prima nota di una futura ed ingloriosa marcia funebre di un Paese nato per sbaglio, vissuto senza clamore ma con simpatia fino a un certo punto e infine avvitatosi su sé stesso in una crisi al contempo identitaria, politica e sociale dagli esiti al momento imprevedibili.
Risultati delle elezioni politiche in Belgio:

Lascia un commento