Veltroni: quando cade il politico acrobata entra lo scrittore clown

di Marco Romanelli

La vena creativa dell’on. Veltroni è, sia detto senza nessuna ironia, francamente impressionante: dopo i commoventi racconti di Senza Patricio, dopo il successo internazionale di La scoperta dell’alba, a soli quattro mesi dall’uscita del poderoso romanzo generazionale Noi, ecco apparire Quando cade l’acrobata entrano i clown, presentato poche settimane fa dall’autore al teatro Eliseo di Roma (in platea Giovanna Melandri, Maurizio Costanzo, Serena Dandini) e poi riproposto in un tour promozionale culminato nella memorabile serata di Sesto Fiorentino alla presenza del vicesindaco Baccelli e del proposto mons. Arturo Pollastri.

Come si legge in una nota finale, il libro non è nato per iniziativa della fertile mente dell’autore, ma è stato commissionato da Stefano Valanzuolo, direttore di Ravello Festival, il quale ha chiesto a Veltroni “di scrivere un monologo sulla tragedia dello stadio Heysel che sarà rappresentato, con una musica appositamente composta, nell’edizione estiva del 2010”.

Si tratta dunque di un testo, per così dire, preterintenzionale, anche se qualcuno ha osservato che potrebbe pure essere rubricato come colposo, stante l’entusiasmo e il coinvolgimento con cui l’autore ha accettato la proposta del Valanzuolo. Tuttavia, ci sembra che il giudizio di colposità sia troppo severo: il calcio, si sa, è in cima agli interessi degli italiani, e segnatamente dei politici, e non è solo Veltroni a viverlo con tanta partecipazione.

Tutti abbiamo in mente le immagini domenicali dei vertici istituzionali della Repubblica in tribuna d’onore mentre assistono (ovviamente senza pagare) alla partita insieme ai loro cari, da Fini a Berlusconi, da Rutelli a D’Alema, da Casini a Gasparri, né dimenticheremo facilmente l’immagine del ministro della difesa, on. La Russa, mentre danza seminudo in Piazza del Duomo a Milano per festeggiare la vittoria dell’Inter in Champions League (l’unico politico di livello che sembra non condividere questa infatuazione è, sia detto a suo onore, l’on. Di Pietro, il quale al calcio preferisce la “rulla”, ossia il lancio tramite cordicella di una forma di pecorino lungo i tratturi molisani).

Come dunque fare una colpa all’on. Veltroni se ha dato senza indugi la sua incondizionata adesione al progetto di Valanzuolo? Casomai verrebbe da dire “Valanzuolo Valanzuolo, tu ssì ’nu poco mariuolo”.

Ma torniamo al libro: si tratta di una breve ma lancinante rievocazione della tragica serata dello stadio Heysel di Bruxelles, quando trentanove tifosi juventini persero la vita negli incidenti prima della finale di Coppa dei Campioni fra Juventus e Liverpool.

Sull’episodio esiste una esauriente bibliografia che sembra rendere superfluo ogni ulteriore approfondimento, e infatti Veltroni affronta il tema da un versante diverso da quello propriamente storiografico, scegliendo cioè un registro intimistico-esistenziale non scevro da un preciso impegno civile che si manifesta nella accorata polemica contro l’incuria delle autorità e, meno comprensibilmente, nelle invettive contro i cavalli dei poliziotti belgi, definiti “improbabili” (p.28), “insulsi” (p.36), “attoniti” (p.49) con un accanimento che onestamente le povere bestie non meriterebbero.

In ogni caso, è proprio da questa dialettica fra registro intimistico e registro civile che nasce il fascino dell’opera: la rievocazione dell’orribile massacro viene infatti inserita in un contesto di vita coniugale, in cui il protagonista e sua moglie festeggiano i dieci anni di matrimonio con una vacanza in Sicilia.

Siamo in una camera d’albergo affacciata sul mare, è notte, splende la luna, e lui guarda intenerito la moglie che “dorme nuda e sembra una bambina”(p.6). Mentre lei dorme tranquilla incurante delle correnti d’aria, il marito insonne è alla finestra da dove osserva alternativamente il mare e la moglie: “Mi giro, il tuo corpo è illuminato dalla luna, un po’ di brezza agita le tende bianche”(ibid.).

Cosa pensare? Camera d’albergo sul mare, viaggio sentimentale, notte di luna, moglie nuda sul letto, a questo punto non c’è lettore per quanto scaltrito che non si aspetti una rovente scena di sesso coniugale. Niente affatto, il protagonista del monologo veltroniano (che poi, ça va sans dire, è una proiezione dell’autore medesimo) si mette inopinatamente a pensare a tutt’altro: gli viene infatti in mente l’immagine di un tifoso del Liverpool assetato di sangue che lo assale nell’inferno dell’Heysel: “Lo vedo avanzare, ora, in una nuvola di polvere. Ha una bottiglia rotta tra le mani, il sole fa sul vetro un riflesso accecante. Mi odia, senza conoscermi. Agita una sciarpa con i nostri colori, come una preda di guerra. Ha i capelli rossi e urla qualcosa che non capisco. Lui avanza, mi vuole sbranare” (p.8).

La situazione è terrificante, e il povero Veltroni si vede perduto: “Mi sento come una gazzella contro il leone”. Che fare? Non c’è che darsela a gambe: “Io ho il diritto di scappare. Ho il diritto di provare che certo lui è più forte, ma io sono più veloce, più astuto, più scattante. Ho il diritto di scappare, il diritto della gazzella braccata” (ibid.). Ora, a parte la curiosa identificazione dell’on. Veltroni con un’astuta gazzella, quello che qui colpisce è l’apparizione nell’universo veltroniano del male assoluto.

Nelle sue precedenti opere, infatti, Veltroni lasciava sempre spazio a un margine di recupero anche per i più impenitenti mascalzoni, spesso vittime di una società ingiusta o di un destino avverso più che della propria nativa malvagità. Qui invece per i tifosi del Liverpool non c’è redenzione: essi sono al di là di ogni riscatto, sono “belve”, “bisce”, “carnefici”, “assassini che si nutrono di morte”, gente che dopo avere ucciso “piscia sui cadaveri” (p.43), tanto che perfino il mite Pizzul nella sua telecronaca non sa trattenere lo sdegno: “Ci sono trentasei morti. E’ una notizia rabbrividente. E per una partita di calcio” (p.58).

Ma al dramma collettivo Veltroni alterna, con sapiente scelta dei tempi narrativi, il dramma intimo del protagonista: egli infatti si trovava all’Heysel all’insaputa della futura moglie alla quale, pochi giorni prima delle nozze, aveva raccontato che sarebbe andato con gli amici a Londra per una cena di addio al celibato.

L’ingenua fidanzata, dopo avere osservato un po’ indispettita che magari potevano andare a Frascati, che conta ottime trattorie, aveva ceduto e il promesso sposo, dopo essersi astutamente abbigliato con bombetta, ombrello e completo scuro, si era invece recato al raduno degli juventini dove era salito sul pullman in partenza per Bruxelles unendosi spensieratamente ai tifosi che “cantavano e sventolavano le sciarpe del club” (p.11).

Lì per lì si era trovato un po’ in imbarazzo (“io ero dietro, con un sorriso assente. Pensavo a te, mi vergognavo di me”, ibid.) ma poi, travolto dall’entusiasmo, si era associato all’euforia generale (“cantai anch’io, con tutta la voce che avevo in corpo. Cantai per dirmi che era un buon motivo quello che mi stava portando via da te”, ibid.).

Ma perché tutta questa complicata macchinazione? Semplice: la fidanzata, e soprattutto la suocera, odiano il calcio e i tifosi, che ritengono dei pericolosi imbecilli, mentre lui non riesce a reprimere la sua passione juventina. Egli quindi da molti anni si è rassegnato a fingere un inesistente interesse per il cricket e per il golf, ma di fronte alla finale di Coppa dei campioni non ha saputo resistere e ha escogitato la scusa della cena a Londra.

Tuttavia il suo animo è oppresso dal rimorso: “io stavo andando a una partita di calcio e mi ero vergognato di dirtelo, di sembrarti un bambino. Pensavo a te, mi vergognavo di me. Sapevo che ti stavo tradendo a soli sette giorni dal matrimonio” (p.10). Il ricordo di questa bugia non si è mai più cancellato e ha perseguitato il protagonista per tutti i dieci anni successivi e anche ora, in quella meravigliosa notte d’estate, accanto alla moglie che dorme vestita solo dei raggi lunari, pesa su di lui come un incubo.

Per di più, siccome il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, ecco che la spedizione a Bruxelles si è trasformata nella tragedia dell’Heysel e da allora tutte le notti lo sventurato sogna di trovarsi nell’imbarazzante condizione di un’astuta gazzella inseguita da un branco di tifosi inferociti dai capelli rossi.

Sono situazioni difficili, ma il protagonista saprà uscirne grazie all’amore che lo lega alla moglie e all’intensità di un sentimento che alla fine riuscirà a cancellare i suoi incubi: “Ti amo, amore mio. E’ stata una lunga notte, la notte del silenzio. E’ durata dieci anni. Dieci anni di parole non dette. Dieci anni di paura. Anche paura di te [e, si può supporre, della suocera, n.d.a.]. Ma verrà il giorno che smetterò di sussurrare parole a questo corpo nudo, a questi occhi chiusi. Verrà il giorno che il dolore mi darà il permesso di parlarti di lui. Di raccontarti come è stato andare a spasso con l’autunno dentro” (p.66).

Siamo di fronte, come si vede, a un’opera di straordinaria originalità, che però non esaurisce i suoi pregi nella novità della concezione strutturale e nella singolarità del punto di vista da cui sono osservati e descritti gli eventi. C’è anche, e non è certo un aspetto secondario, una cifra stilistica raffinata e insieme popolare, che riesce cioè a coniugare in una sintesi armoniosa sollecitazioni e suggestioni di origine molto diversa e apparentemente inconciliabili.

Se infatti da un lato la scelta decisa e quasi oltranzistica di uno stile frammentario ci rimanda alla più alta tradizione del frammentismo vociano (da Pietro Jahier a Scipio Slataper a Clemente Rebora, per intenderci), dall’altro sono innegabili l’influsso dello stile spezzato e franto degli Albi dell’Intrepido e la presenza di una intertestualità nazionalpopolare evidente nel rimando a testi come Torna a Surriento (“Guarda Cabrini quant’è bello”, spira tanto sentimento, p.24), o Piccolo grande amore (“La meraviglia di scogliere lontane / di mari all’alba e di risate sfrenate / e di amicizie infinite e di amori di un’ora”, p.15), per non parlare di citazioni letterali da Toto Cutugno (“Mi passa vicino Scirea, con la sua faccia da italiano buono”, p.53) e da Adriano Celentano (“sembra una festa sui prati”, p.25).

Purtroppo bisogna dire che questa ultima prova veltroniana ha raccolto da parte della critica meno riconoscimenti di quanto avrebbe meritato. Se ne lamenta in un articolo su “Panorama” uno studioso del livello di Pietrangelo Buttafuoco (L’ultimo libro di Walter Veltroni: perché tutti lo ignorano?, Panorama, 24, 2010), secondo il quale questa freddezza dipenderebbe dal diminuito peso politico dell’autore a cui non vengono più tributati gli omaggi dei leccapiedi opportunisti.

Non crediamo che sia così. La realtà è che Quando cade l’acrobata è un testo arduo e complesso, che per essere valorizzato ha bisogno di tempo e soprattutto di essere eseguito nella sua sede naturale, cioè a teatro: solo allora se ne potranno apprezzare le qualità formali e soprattutto il pathos che solo la viva voce di un fine dicitore potrà mettere pienamente in luce.

A questo proposito ci è stato detto che in un primo momento si era pensato di affidare la performance a Giorgio Albertazzi, ipotesi che però si è dovuto accantonare perché il grande attore è notoriamente tifoso della Fiorentina; è subentrata allora la candidatura di Michail Gorbaciov, grande amico di Veltroni, che purtroppo è stato costretto a rifiutare perché impegnato a girare uno spot per il gelato Sammontana; qualcuno allora ha proposto il nome prestigioso di Laurence Olivier, ma l’idea è caduta quando l’addetto stampa di Ravello festival ha fatto notare che il maestro inglese era deceduto da diversi anni.

Poiché al momento, non ci risulta che sia ancora stata effettuata una scelta, ci permettiamo qui di avanzare una proposta che a nostro giudizio potrebbe risultare vincente: perché non affidare la recita del monologo all’autore stesso? Veltroni potrebbe presentarsi sul palcoscenico di Ravello festival indossando la divisa della Juventus e recitare il suo testo accompagnato da “una musica appositamente composta”: se poi il pubblico entusiasmato chiedesse a gran voce un bis, egli potrebbe declamare il monologo dell’Amleto tenendo in mano il teschio dell’on. D’Alema.

Siamo certi che il successo non mancherà e che Quando cade l’acrobata verrà riconosciuto per quello che è, cioè uno degli indici più rivelatori del livello culturale della classe dirigente italiana.

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