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Maastricht deve essere cambiato

Di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Deve mettere al centro lo sviluppo, il lavoro e la qualità della vita dei paesi membri

Il prolungato e incerto dibattito, che i governi europei hanno condotto prima di decidere gli aiuti alla Grecia, ha provocato una profonda frattura all’interno nell’Unione Europea. Di conseguenza anche le speculazioni sono sempre più virulente, come dimostra il crollo delle borse europee.

Da questa crisi, i 27 dovrebbero trovare una maggiore spinta e una più forte convinzione nella costruzione di una effettiva unione politica, che richiede non solo un’unica politica estera, ma anche indirizzi economici e fiscali omogenei.

La vicenda greca ha anche evidenziato tutte le carenze del Trattato di Maastricht. Non si può perdere l’occasione per avviare una sua profonda revisione. Vi sono questioni di fondo da considerare, da rivisitare. Quale tipo di società europea si vuole? Quella del puro consumo o quella dello sviluppo?

Il Trattato dovrebbe cambiare le sue priorità, e invece di accorgimenti meramente di bilancio e monetari, dovrebbe mettere al centro lo sviluppo diffuso, il lavoro e la qualità della vita dei paesi membri.

Fino ad oggi esso si è basato esclusivamente su tre parametri: il 3% del deficit di bilancio, il livello del debito pubblico a un massimo del 60% del Pil e una Banca Centrale Europa controllore dell’inflazione e della circolazione della liquidità.

In parole povere la filosofia dominante di Maastricht è stata incentrata sul “monetarismo”. Per cui le manovre dei tassi di interesse, le svalutazioni delle monete e i tagli di bilancio sono considerati la panacea di tutti i mali. Non si distingue i debiti per gli investimenti produttivi da quelli fatti per coprire i costi correnti o anche le spese inutili. Sono tutti considerati debiti e finiscono nello stesso calderone, sotto la stessa mannaia dei suddetti parametri. Se essi si ritengono virtuosi, vi sono solo due alternative per raggiungerli: o promuovere la crescita economica per arrivare, in tempi
medio-lunghi, al pareggio di bilancio oppure tagliare in tempi rapidi le spese per ridurre l’esposizione debitoria.

Per la Grecia, evidentemente, si è scelta la seconda soluzione, che soddisfa più facilmente i conteggi aritmetici e finanziari, ma colpisce pesantemente i cittadini. E’ come se in Italia dovessimo tagliare i nostri redditi per oltre 150 miliardi di dollari in tre anni.

La stessa logica si applica per i paesi candidati all’ingresso nell’UE. La Lettonia, che ha ricevuto 7,5 miliardi di dollari dall’UE e dal FMI per affrontare la difficoltà economiche, prodotte dalla crisi bancaria internazionale, ha adottato drastici tagli di bilancio e severe misure di austerità, con una perdita del 18% di Pil e una disoccupazione del 22% nel solo 2009. I salari dei lavoratori pubblici sono stati ridotti di un quarto e gli apparati burocratici del 30%. Forse nel 2014, quando varcherà i cancelli dell’euro, i parametri saranno rispettati. Ma quel paese sarà ancora vivo?

Il problema della rivisitazione del Trattato è all’ordine del giorno, tanto che il governo francese
vorrebbe introdurre nuovi criteri, quali l’esame della competitività, della stabilità finanziaria e meccanismi di prevenzione per individuare in tempo situazioni di crisi. Altri vedono nel disequilibrio economico e tecnologico tra la Germania e gli altri paesi, la ragione principale della crisi dell’euro zona. Non è proprio così. La Germania pone la sfida dello sviluppo, che riguarda tutti, anche l’Italia con il suo Mezzogiorno.

Essa indubbiamente solleva anche giusti problemi di rigore nella gestione dei bilanci pubblici, ma, non si dimentichi, che, nel caso specifico della Grecia, gli aiuti finiranno con l’agevolare le banche, anche quelle tedesche, che detengono titoli e obbligazioni ellenici. In parte sarà come un partita di giro.

La lezione greca dovrebbe indurre i governi europei a ripensare seriamente all’efficacia delle proprie scelte, agli errori e ai ritardi. Occorre mettere l’economia reale, la produzione, il lavoro al centro dei loro pensieri. Intanto sarebbe opportuno che l’UE si adottasse di una Banca per lo Sviluppo per finanziare investimenti, infrastrutture e progetti in tecnologie innovative.

*Sottosegretario all’Economia nel governo Prodi ** Economista

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